L’acqua quando cade

Niente è così reale come la pioggia che cade giù. Niente è più concreto di un acquazzone improvviso, di quello scrosciare di gocce e vento che t’affrontano mentre stai nel mezzo di una strada.  Per questo, forse, non si può che provare un profondo rispetto per quei piccoli simboli e per quei numeri che, dalle ultime pagine dei giornali o dagli schermi dei televisori accesi davanti alla desolazione pomeridiana dei divani di una pensione, si incaricano di presagire quello che il cielo manderà da lì a poco

(Federico Pace)

Errore di (soprav)valutazione

Trovo la gente davvero interessante, la maggior parte di questa ti lascia qualcosa, nel bene o nel male. Per questo posso arrivare a dire di nutrire nei suoi confronti una sorta di amore. A patto che non mi si avvicini al punto da risvegliare la mia claustrofobia.

Le mie asperità nascono dal bisogno di una terza via. Detesto dagli indifferenti, ma neanche chi tenta di costringermi a una simbiosi che puzza di morbosità riscuote simpatia.

Curiosità, empatia, ascolto, non stridono con l’esigenza di una giusta distanza. Al contrario, si può dire che une implichino l’altra.

I confini, con tutte le loro gradazioni di permeabilità, scongiurano l’indistinguibile.

Perché dovrei smussare i miei spigoli?

Basta una birra giapponese per veder svaporare l’ottimismo apollineo. L’euforica convinzione che, dopotutto, anche la mia vita possa esprimere una qualche armonia, come per la trama sottostante di un puzzle.

Nel frattempo, le mie energie sono impegnate a fare sangue amaro. Il motivo? È che non ho ancora capito se la fatica avara di risultati che mi trascino dipende dall’aver perso un qualche tassello fondamentale, o dalla mancata comprensione della scena da ricostruire.

Carne sprecata. Un mattoncino delle costruzioni venuto fuori irripetibile, per un qualche errore di fabbricazione. Così mi avverto.

Cose che rendono meno interminabile un conto alla rovescia

La pacatezza insita nel sabato mattina.

Il piacere di un caffè al ginseng, che senti in ogni fibra del tuo essere.

La precisione con cui tua madre prepara il pacco  da mandarti, direttamente proporzionale al suo affetto.

Il quanto basta esistenziale che sottrae alla compulsione.

Immaginare la mattina in cui uscivi da casa per raggiungere l’aeroporto. Destinazione: il Paese che possiede il codice della tua anima.

Aspettando l’autunno

Sono giorni quieti, pacati. Giorni che non rimbombano, come stanze vuote, delle mie ossessioni.

Avevo dimenticato (o forse, mai conosciuto) la placidità del vivere le ore senza che i pensieri si attorciglino su se stessi.

Quando riflettere degrada in continuo rimuginare, la mente finisce per essere un pozzo di San Patrizio.

Mi godo il magico tepore di questo momento, in cui i pensieri nascono per farsi azione, e butto nell’immondizia le immagini tossiche prima che imputridiscano.

Voglio un’anima pulita e fresca, come casa appena rassettata.

La serenità è la felicità delle mezze stagioni.

Strappando i sensi di colpa con un colpo di ceretta

Misericordia per chi non ha dato (ancora) il colpo di grazia all’ultimo brandello di fiducia nell’umanità rimasto attaccato tenacemente all’epidermide. Misericordia per me. Misericordia per chi, per troppo tempo, ha giudicato i propri spigoli ostacoli alla felicità, e li ha smussati tanto rabbiosamente da rischiare di diventare una pietra levigata tra tante, appiattita nel mucchio dei buonisti al punto da smarrire il senso di sè. Misericordia per chi decide di ripartire solo dal proprio Sè.