Come spiegarti la differenza tra matto e mazzo

Marzo non mi vuole bene, così ho dovuto far decantare la disillusione, prima di ripercorrerne scanalature e spigoli con la punta delle dita.  Solo ora il dolore ha lasciato il posto a una semplice pressione tattile.

Ho gustato per settimane, solo con la forza dell’immaginazione, il sapore del tuo naso, schivo anche se a patata. Ho fantasticato di asciugamani immersi nell’erba come dita tra capelli. Ho calcolato mentalmente costi e durata di qualunque volo potesse metterci in contatto.

Ho masturbato il desiderio in ogni modo possibile, eppure ora la mia libido è impacchettata e surgelata come pane in esubero.

Un’anima asessuata, humor senza terza dimensione, gelato d’aria. Ti ho camminato accanto, ma non hai cercato di trattenermi, né di sincronizzare i nostri passi. Mi hai baciata sul collo come fossi un tuo compagno di bevute, ed è stato come perdere la verginità per uno stupro.

Ti ho parlato del mio problema: eri tu, ma il sospetto non ti ha nemmeno sfiorato. Mentre imbastivi i tuoi consigli di buon senso, il muffin che mangiavo rivelava il suo cuore guasto, fatto di uova marce.

A guardarti da qui, hai perso consistenza. Di contro, la caduta a cui mi hai precipitata mi ha fatto percepire, di colpo, tutta la mia massa.

Ancora intontita, devo trovare il mio peso specifico.

Gli effetti dell’astinenza da frutta di stagione

Ci sono persone che sprigionano un appetito di vita contagioso. Gustano fino in fondo il loro esistere, e questo traspare con una forza e un’urgenza inattesa. Un modo di stare al mondo che raramente incontro, e probabilmente in parte la colpa è anche mia.

Pur rendendosi necessarie, queste persone si guardano bene dal promettere alcunché a nessuno. Affrontano gli istanti uno dopo l’altro, come monadi, quasi fossero conchiglie chiuse e dai gusci indivisibili. Ciascun frammento è utile a definire il tutto, ma nessuno è indispensabile.

La spensieratezza mi è necessaria come l’ossigeno, eppure fatico ancora ad accettare il carico di leggerezza che comporta.  A volte mi chiedo perfino se le due debbano andare necessariamente a braccetti.

Sognare un pic-nic in cui poter donare ciò che di intenso si ha, ma con levità.

Il disimpegno è forse un pedaggio obbligato?

Maggio e i suoi dilemmi sono una certezza. Entrambi non mancano un appuntamento.

La finta benevolenza del sole di gennaio

Dicono che sbagliando s’impara, ma guardando al mio curriculum esistenziale, qualche dubbio sorge. Mi sa che il detto popolare ha omesso di menzionare la velocità di reazione individuale quale fattore decisivo e discriminante.

Per l’ennesima volta avrei voglia di sgraffiare via la faccia della realtà circostante. Cancellarla con tutta la furia possibile, e rimuovere subito dopo anche il ricordo dell’accaduto. Però ancora non basterebbe a prosciugare la cieca e diffusa sensazione d’ingiustizia che mi porto al collo.

Non si sfugge. (Soprav) vivere significa sradicarsi la faccia e trapiantarsene una di cortesia, con tutti i rischi del caso. Ipotesi di rigetto e incapacità di familiarizzare con il nuovo organo in primis.

A ogni cinghiata sui denti promettersi – e pretendere – nuovi errori più edificanti, per poi, con metodo quasi matematico, fallire impietosamente alla prova dei fatti.

Se certi problemi si ostinano a usare i tuoi giorni come casa, a nidificare sulla tua inconcludenza, devi essere tu a cercare un nuovo posto in cui dormire, mentre prepari la strategia utile a sfrattarli.  Appurato che non ci si libera di una bestia chiedendole di compilare la constatazione amichevole, si può solo adottare l’approccio muscolare da sempre ripugnato.

Un problema non cambia pelle, finchè non riesci a guardarlo negli occhi. Sta a te rovesciarti i connotati, se serve a procacciarti il coraggio necessario.

34, e sentirli tutti, a ritroso, fino al primo

Un altro compleanno è arrivato, e, se è vero che le mie mani non riescono a contenere conquiste e scoperte degli ultimi 12 mesi, ora che capisco la lingua dei miei fantasmi capita che mi senta completamente disarmata e sopraffatta davanti a loro.

Ho imparato a disinnescare alcune nevrosi, ho accettato il mio essere imperfetta e bisognosa di aiuto, ho realizzato che rischio di ripercorrere passi sbagliati altrui, eppure la tana dei rimpianti sembra sempre più un pozzo di San Patrizio. Come le buche scavate in spiaggia, che a un certo punto crollavano su sè stesse solo per rivelare ulteriori profondità. Cerchi concentrici del pensiero tossico.

Non mi rasssegno all’insoddisfacenza dei miei giorni. Sembra un controsenso, chè ho appena detto di aver guadagnato tanto nell’ultimo anno. Eppure, è stato l’inizio a fregarmi. È sempre così, quando ti ritrovi non posizionata ai blocchi di partenza come gli altri, ma dieci passi indietro, e gravata da una zavorra di cinque chili legata al piede.

Potrei riparare anche questo difetto, ma corro il rischio che qualcos’altro, per contrappeso, si guasti.

Sono in grado di accettarlo? Riesco a godermi il cammino a dispetto di questo, o addirittura farne il mio punto di forza?

Stanca di chiedermelo, vorrei potermi stupire con i fatti.

Un’insospettabile lucidità gentilmente offerta dal raffreddore

Le due cose che sopporto meno di me sono l’incapacità di dar seguito alle promesse che mi faccio, e la – quasi totale – assenza di costanza. Ora che ci penso, si tratta di aspetti inevitabilmente correlati tra loro. Una sorta di circolo vizioso, e allora, meglio che provi a trovare l’anello debole della catena, per aggredire il perverso meccanismo.

Non ho mai fatto mistero di detestare le feste obbligate ma, credo, per un sacco di tempo ho attribuito al fatto sbagliato l’origine di quel pungente senso di inadeguatezza che mi assale davanti a tavole imbandite e orde di parenti. Dipende dal fatto che, in occasioni del genere, la vita di una persona rischia di finire come un capo di bestiame al mercato delle vacche. Tutti – o quasi – s’impegnano strenuamente a convincere gli altri (e per primi loro stessi) di quanto appagati siano, e di quanto si divertano ogni giorno. Più di tutto, mi dà l’orticaria che, in un’occasione tecnicamente pensata per dedicare del tempo al prossimo, nessuno abbia sinceramente voglia di stare ad ascoltare. L’opinionismo esistenziale – soprattutto se non richiesto- sembra essere diventato una popolarissima disciplina olimpica. Surreale che a fare questa riflessione sia una persona che, agli occhi di molti, è glaciale o anaffettiva. Temo, peraltro, che sia un indicatore attendibile di quanta umanità ed empatia ci siamo persi per strada.

Digressione a parte, quello che volevo dire è che uno dei miei limiti più macroscopici è l’incapacità di vestire la mia vita di pailette, prima di farla andare in giro a confrontarsi con le altre. Premesso che le cose sbrilluccicose non fanno per me, sarebbe comunque un considerevole passo avanti, se perlomeno imparassi a valorizzare i miei giorni e ciò che sono, per poi trovare il vestito più adatto a loro. Sarebbe quanto di più vicino a un atto d’amore verso me stessa. Un regalo che posso riuscire a farmi solo se decido seriamente di coltivare la sacra arte della pazienza.

Ziggy Stardust’s daughter

Un anno fa moriva David Bowie. Ricordo lo sconcerto, il dolore sordo e il senso di vuoto.

Non ho mai visto un suo concerto, e questo resterà sempre nelle mia personale lista di rimpianti. Un post-it di colore verde acido appuntato su quelle idee inconsistenti frutto di un’irreale fiducia di miglioramento. L’illusione di cambiare senza alcuno sforzo andrebbe punita con l’ergastolo.

Quando viene meno il creatore di qualcosa in cui ti identifichi è come perdere di nuovo la verginità. La fine dell’innocenza che ne consegue è analoga, ma mentre dopo aver fatto l’amore la prima volta senti che quello che hai vissuto vale il prezzo di ciò a cui hai rinunciato, la morte di quello che per te era un simbolo ti rende semplicemente più cinica e disillusa. All’improvviso realizzi quanto sia fragile e precario ciò che ami.

Dodici mesi dopo quel lunedì mattina di gennaio sono forse un po’ più adulta, ma mi sento un palloncino in balia del vento. Come si fa a sapere di essere pronti a lasciar andare il filo, e assumersi la responsabilità della leggerezza?

Tra me e te, la Manica

Dove le tue mani – forse – non arriveranno mai, sono arrivate le tue parole. Hai condiviso con me solo una fantasia, ma te ne sono grata come se mi avessi fatto bere il tuo seme.

Pudico, a tratti vittoriano, eppure portatore sano di una sensualità decisamente palpabile, forse proprio perché non ostentata. Inconsapevolmente mi hai promesso qualcosa che, anche se quasi certamente non assaggerò, ha preso il posto del caffè al ginseng.

Giocare con gli specchi può essere decisamente afrodisiaco,  a patto di non lasciarsi sfuggire di mano la situazione.

Maneggi metafore e terze persone singolari con disinvoltura e sapienza, come se avessi a che fare con il tuo pianoforte. Seguendo il vagabondare dei tuoi pensieri (desideri?) mi hai parlato di un viaggio irrealizzato, e l’effetto non  è stato molto dissimile da una notte di passione che non conosce mattina.

Se c’è un modo per bypassare le controindicazioni del risveglio, ti prego di insegnarmelo.