Nove Dieci Diciotto

Ricordo l’istante esatto in cui sentii il clic della notifica del messaggio con cui mi davi il tuo numero. Ricordo dov’ero, e il sottile, masochistico, piacere di rimandarne la lettura. Ovviamente ricordo anche il momento in cui gustai quelle poche, già giocose, parole con cui rilanciasti il nostro scambio verso luoghi più personali.

Ricordo l’imbarazzo del nostro primo incontro in gruppo. Ricordo che ti cercavo con la coda dell’occhio. Ricordo il senso di compiutezza che mi accompagnò il giorno dopo. Volevo succedesse qualcosa, ma non osavo sperarlo né essere io a lanciare il sasso nello stagno. Ricordo il sole nei miei passi, ma il tepore nutriente che provavo dipendeva dal fatto di essere inciampata in te.

Mi sarei fatta bastare anche quella fulminea istantanea di te, se non ci fosse stato un dopo. Forse.

E invece un lunedì sera quel sasso lo hai lanciato tu. E ho voluto essere tua compagna di giochi ancor prima di darmi il tempo di pensarci.  Spensieratezza e profondità sono come la pasta fatta in casa e il sugo fresco. Separate sono già abbastanza, ma insieme diventano il Pozzo di San Patrizio.

Casa. Desiderio. L’Ironia dei Complementari. La Tacita, Fattiva, Complicità. Farsi concavo quando l’altra e convessa, e viceversa.

Stare con te è come la cena improvvisata in quel bed and breakfast di Brindisi. L’intimità di due sguardi che si sfamano raccontandosi e interrogandosi sfocia naturalmente nell’incastro dei corpi. La tua pelle continua ad essere bussola e spiaggia conosciuta per la prima volta. Le tue labbra il guscio ideale della lumachina che sento di essere.

Assaporare il tuo mistero, esplorarne nuovi lembi e serbarne abbastanza celati per non stancarmi mai di accoglierti ed essere posseduta. Di dare forma alla tua caotica energia e imparare a contenere la mia selvatica ansia mentre mi accoccolo nel tuo abbraccio. Un risveglio accompagnato da plumcake con gocce di cioccolato e pistokkeddos. Dopo una notte in cui, guardandoti al buio mentre dormi, ho capito che l’unica cosa di cui devo aver paura è la cupa indisciplina della mia mente.

Essere noi. Con le cicatrici e la voglia di camminare. Insieme.

La nuova onda

Mi tremano le mani. Dalla gioia. O meglio, per l’adrenalina che una robusta dose di vita mi ha trasmesso. Non ero abituata a questa grandinata di stimoli esterni: per decenni mi sono trincerata dietro un muro di ruminazioni egoriferite. Paura di essere ferita.

Così, stanotte l’adrenalina testimonia il mio nuovo spauracchio: la gioia di essere nel (mio) presente.

L’eventualità di un tradimento è iscritta nel Dna di ogni rapporto, eppure la semplice presenza del gene dell’infedeltà non impedisce all’uomo di credere nell’amicizia, offrire la propria spalla al complice in difficoltà, e condividere parentesi di genuina, fanciullesca spensieratezza, talvolta futili ad un occhio esterno.

Così l’amore. Per fortuna emozione, desiderio e voglia di costruire nascono e si autoalimentano ogni giorno. Non basta a farci desistere l’idea che un giorno quel patto di esclusività, di gelosa protezione dello spazio intimo di coppia venga disintegrato.

Perché allora l’ipotesi di fallimento iscritta naturalmente in ogni percorso di conoscenza del Sé dovrebbe risultare minacciosa o invalidante?

Fare – ansia anticipatoria = amare

Per mesi ho ammirato il sereno dinamismo che contraddistingue la mia collega Riccioli D’Oro considerandolo un ideale del tutto fuori dalla mia portata. Un’utopia che io avrei potuto soltanto invidiare benevolmente, contemplare esterrefatta e rassegnata all’impossibilità anche solo di lambirla occasionalmente.

Un senso di inadeguatezza, il mio, scaturito dal sommario racconto dell’evoluzione, attraverso i decenni, dell’amore che la lega al marito. Una storia degna di un’appassionante commedia romantica: il colpo di fulmine un’estate al mare, e il saldo impegno di entrambi per alimentarlo e trasformarlo in sentimento strutturato, nonostante la distanza. Un diario condiviso da scambiarsi a ogni incontro, così da permettere all’altro di sapere com’erano trascorsi i giorni lontani. E innumerevoli lettere a  rafforzare la complicità, senza mai placare la fame di contatto.

Attraverso le parole di Riccioli D’Oro  ho toccato con mano l’autenticità e la corposità dell’amore che vive da quando era adolescente. Eppure stagnavo nella convinzione che aver trovato un sentimento lungo più di 30 anni fosse, in larga misura, merito di una catena di coincidenze favorevoli. Il suo carattere morbidamente assertivo e il suo pacato pragmatismo mi apparivano come blandi fattori collaterali. Una visione, la mia, parziale e superficiale, che è stata squarciata dal racconto della nascita di Chiara, la più piccola dei suoi figli, avvenuta tre mesi in anticipo rispetto alla data prevista. Una piccola prematura, come l’emotività dei genitori che l’aspettavano. In entrambi i casi, però, l’incubazione ha regalato effetti sorprendenti.

Una gravidanza, quella di Riccioli D’Oro, senza alcuna avvisaglia di pericolo fino a un martedì di luglio. Poi il sangue, la corsa in ospedale, esami che si susseguono convulsi alla ricerca di un perché, e l’approdo in sala parto. Al momento della nascita Chiara pesa solo settecento grammi, viene avvolta in un minuscolo fazzoletto verde per essere presentata al papà; la placenta in cui ha vissuto sei mesi è diventata dello stesso colore.

I medici ipotizzano un brusco sbalzo ormonale all’origine dell’energica decisione del corpo di Riccioli D’Oro di “sbalzare fuori” Chiara. Nessuna certezza sul futuro della piccola, nonostante il teorico vantaggio rispetto ai  coetanei prematuri maschi (questi, infatti, crescono più lentamente durante la gravidanza: i loro polmoni non sono ancora formati alla 24esima settimana). L’unica cosa da fare è mettere un piede davanti all’altro, affrontare un giorno alla volta fino allo scadere dei fatidici nove mesi. Bisogna aspettare ottobre per capire se la piccola sarà in grado di sopravvivere fuori dall’incubatrice.

Riccioli D’Oro, papà e Chiara entrano in un limbo fatto di suoni ovattati e dell’indispensabile – ma sterilizzata – comunicazione corporea. La neonata infatti è fragilissima, e la contaminazione ambientale potrebbe far precipitare la situazione. La marsupioterapia, la speranza da covare gelosamente, in silenzio, i cuscini disposti nell’incubatrice non per vezzo decorativo, ma per simulare il contatto tra il piedino e il grembo materno.

Un corridoio emotivo lungo e frustrante. Un’attesa capace di logorare i nervi di molti fino a sfilacciarli. Non quelli di Riccioli D’Oro e di suo marito, però. I mesi trascorrono tra la Terapia Intensiva Neonatale e i gesti quotidiani resi necessari dalla presenza di altri due figli piccoli. Il rapporto viene cementato dall’obiettivo condiviso, e l’autunno meteorologico regala a Chiara ed ai suoi genitori una meritato assaggio di primavera della speranza. Respirare non è più sforzo sovraumano, ma spontaneo gesto che riassetta i giorni per fare spazio al futuro. Non è dato conoscere immediatamente gli eventuali danni riportati dalla piccola a seguito della brusca nascita, ma intanto si può (si deve?)  vivere. Rinunciare anche solo a una goccia di felicità per inseguire uno stormo di neri interrogativi sarebbe imperdonabile.

Sin dai primi mesi in famiglia Chiara si è contraddistinta per velocità di crescita e voracità di vita. Ha iniziato a gattonare, camminare e parlare prima dei fratelli nati allo scadere dei nove mesi; Riccioli D’Oro mi ha spiegato che il minimo comun denominatore dei bambini nati prematuri è un mix di energia e determinazione fuori dal comune.

Altrettanto inconsueto, per me, è stato il modo con cui la mia collega ha raccontato un pezzo cruciale di sé come questo. Niente, fino a quel giorno di luglio, aveva fatto presagire l’abisso che avrebbe accompagnato i primi mesi di Chiara. Mentre Riccioli D’Oro parlava, mi sentivo come se qualcuno stesse scavando la mia pelle in più punti con un chiodo. Avrei voluto abbracciarla, piangere, imprecare contro le crudeli e illogiche casualità, contro la precarietà insita nella vita, contro il rischio sempre in agguato di perdere chi si ama. Lei, invece, ancora una volta emanava serenità. Niente lacrime, recriminazioni né voce rotta. Era pacificata, e probabilmente non si è mai sentita in guerra con gli eventi, per quanto spietati. Solo in quel momento ho capito che l’equilibrio, l’appagamento e la concretezza che la rendono autorevole e affidabile non sono state fortuite eredità, ma gli auspicabili frutti della messa a coltura di due semi: amore e disciplina. Perché ciò che conta non è mai dato una volta per tutte. Bisogna prendersi cura con buonsenso della sua vulnerabilità.

Meglio di chi? Meglio perché?

Giorni fa ho visto un film che mi ha lasciato addosso un misto di sgradevoli sensazioni. Biasimo, distanza, una nausea quasi fisica. Un conflitto interiore tra la mia incapacità di comprendere/accettare l’esistenza di “ingorghi di relazioni”, triangolazioni di egoismi individuali tra loro complementari, e il bisogno di smettere di giudicare/commentare/confrontare ciò che non condivido per dimostrare a me stessa di essere superiore, e quindi migliore.

Ho preso coscienza di questa mia difettosa dinamica da poco, ma me ne sento già costretta e limitata come scarpa troppo piccola indossata per un’intera giornata.

Non dirò qual è il film in questione, chè non credo sia rilevante ai fini di quello che voglio esprimere. Ad avermi “attivata”, ancora una volta, è riscontrare, in una situazione, la presenza concomitante di elementi disfunzionali che mi appartengono e di cui vorrei liberarmi, e di tratti sideralmente lontani da me, che giudico eticamente inappropriati ma assertivi ed efficaci.

Probabilmente la chiave di tutto è qui. Nel ricorso insistito al verbo giudicare, il bisogno inconscio, falsamente rassicurante, di schedare, classificare, proprio nell’accezione di stilare una graduatoria di scelte, azioni, atteggiamenti, auspicabili o deprecabili.

Un lavorio mentale logorante. Uno spreco di energie assordante. Un’auto-distrazione che ha monopolizzato per decenni le mie emozioni, con la sola, desolante, conseguenza di essermi allontanata dai miei desideri più profondi, dalle mie aspirazioni più urgenti.

Basta paragoni, alibi, malcelato senso di inadeguatezza.

Scelgo di essere ciò che sento. Le immagini mentali appioppate a mo’ di etichette non sono (più) un mio problema.

Sguardi nudi

Sono giorni che rimando il momento di mettermi seduta a osservare tutto ciò che di intenso e nutriente mi hanno regalato i sei giorni a casa, in Salento. Stasera, alla vigilia della ripartenza per Roma, sono riuscita a rompere gli indugi, e dedicare qualche minuto alla gioia emanata dalle “quotidiane secrezioni” delle radici.

Il desertico silenzio delle strada all’ora di pranzo, la granita al limone della mia gelateria preferita, il giallo lussureggiante della pietra leccese. Avere tutto ciò che desidero “a portata di piedi”, ridere con dei perfetti estranei del serpentone di carrelli che si snoda lungo la cassa del supermercato il 14 agosto.

Il sorriso della mia nipotina di otto mesi, i suoi micro-sonnellini e la curiosità che affiora dai suoi occhi vivaci mentre ci scruta uno ad uno.

L’allegria con cui ricordiamo chi – solo fisicamente – non è più con noi. Aneddoti buffi, impressi nella memoria di molti ma non di tutti. Condividere i tasselli che compongono un vissuto di durata ormai ampiamente superiore al mezzo secolo equivale a scambiarsi figurine: io metto sul piatto qualcosa per me indelebile, e tu rilanci con un dettaglio che – chissà come – avevo dimenticato.

La pennichella come irrinunciabile momento di raccoglimento. Letture voraci, racconti incrociati con amici geograficamente distanti, e un nuovo modo di accudire l’amore, alternando rigeneranti silenzi, dolci notazioni ed erotiche provocazioni.

Covavo già da un po’ la consapevolezza di ciò che attualmente è mattone della casa chiamata Me. Adesso mi rendo conto di aver allestito il cantiere e dato il via ai lavori con poche (e confuse) nozioni teoriche, guidata quasi esclusivamente dal sapiente istinto della principiante.

Oggi, 17 agosto 2019, alle ore 20.44 sento un misto di euforica serenità, armonia, e ansia anticipatoria. Ho bisogno di spogliarmi del fardello strangolante di giudizi, commenti, e connessioni da cercare (o creare?). Per una volta, non fare niente.

Solo, abbandonarmi alle emozioni che provo, e alle voci che entrano dalla finestra.

Non è mai troppo tardi per scegliere di sperare nell’umanità

La solitudine ammala l’anima. La mancanza di amore può uccidere, perché è incredibilmente difficile coltivare speranza, progettualità e motivazione senza compagni di strada. A lungo andare non avere qualcuno a cui affidare le proprie parole e le proprie lacrime risulta insopportabile; amplifica il dolore fino a trasformarlo in inferno sulla terra, e azzera la possibilità di cogliere anche solo un barlume di gioia.

Così, scendere fino al “grado zero” della condizione umana è scenario difficile da scongiurare. A meno che…

Mesi fa, e più precisamente il pomeriggio di Pasqua, ho visto al cinema Cafarnao, della regista libanese Nadine Labaki. Un film ruvido, scabro e squassante come un pugno allo stomaco. Zain è un dodicenne costretto a essere genitore di sé stesso, esposto alle intemperie della vita eppure instancabile nel tentativo di accudire chi è ancora più vulnerabile. Implacabile coraggio, il suo, che gli dà la spinta a denunciare una verità clamorosa e contro natura. Non è dato sapere se vincerà la battaglia ingaggiata in un’aula di tribunale, ma certamente, quanto a umanità, svetta da subito su chi avrebbe dovuto fornirgli esempi da seguire.

A dispetto della famelica giungla in cui è cresciuto, Zain ha dentro una miniera di empatia e caparbietà. Il suo senso della vita è così sviluppato, che riesce a vedere qualcosa di utile perfino nel ghiaccio.

Perché Cafarnao mi ha squarciata, donandomi lacrime di speranza? Probabilmente perché mi ha ricordato in modo tanto brusco quanto salutare, che “i miracoli” non sono privilegio esclusivo dei credenti, bensì regalo a portata di mano per chiunque abbia occhi, mente e pancia sufficientemente allenati a scorgere sagome viventi nel caos indistinto del buio.

L’ostilità può offrire, sotto mentite spoglie, un’opportunità di riscatto. Specularmente la luce rischia di accecare, se la sua intensità è eccessiva, o gli occhi indifesi. Indubbiamente la facciata delle cose fin troppo spesso trae in inganno, come nel caso di Rico, il protagonista del romanzo Il sole dei morenti di Jean Claude Izzo. Una storia cruda, messa in moto da friabili legami “normali”, sbriciolatisi e sostituiti da altri certamente non convenzionali ma basati su un comune obiettivo: sopravvivere a qualunque costo.

Amicizia, frustrazione, impotenza, animalesco egoismo. Cerchi che si chiudono lasciando in bocca un agrodolce sapore di incompiutezza. Il sole e il mare possono essere disinfettante o sale sulle ferite. Dipende dalla relazione instaurata con i propri demoni.

Come si può dire, davanti a una persona che sta andando alla deriva, “a me non potrebbe mai succedere”? La disperazione è un sentimento spaventosamente democratico. O se preferite, una sorta di mina vagante.

Diario della gratitudine

“La vita è 10% quello che ti succede, e 90% come reagisci”.

Negli ultimi anni sono inciampata spesso nelle innumerevoli declinazioni di questo – solo apparentemente banale – concetto. Si trattava di slogan che celebravano la resilienza, la necessità di ridimensionare qualunque problema, e il potere terapeutico dell’ottimismo.

Ogni volta mi sembrava di aver trovato la chiave della mia ansia congenita, mi ripromettevo di leggere fino a quando avessi fatto miei questi principi e, per un attimo, mi illudevo che da lì in poi tutto sarebbe andato molto meglio. Oscillavo tra un estremo e l’altro: spaccare il capello in otto, e sottovalutare le mie fragilità esemplificando in modo ossessivo le questioni.

Di fatto, però, non avanzavo di un passo. La serenità, che di tanto in tanto mi avvolgeva, si basava perlopiù su fondamenta di sabbia: l’illusorio potere di controllare gli eventi, e la ciclica assenza di novità e imprevisti.

Quando mi è finito davanti agli occhi il meme del 10/90, finalmente, ho deciso di prendere sul serio il concetto. Chè da un po’, dentro di me, si stava smuovendo qualcosa. Era successo dopo l’ennesimo fastidioso – ma tutto sommato reversibile – evento che minacciava di farmi sbranare dalle paure.

In quel momento ho deciso di tenere un quaderno della gratitudine da aggiornare costantemente, annotando tutto ciò che mi appaga. Le mille e una declinazioni del reale che rendono la vita un’opportunità da apprezzare e coltivare con tenacia. Dal mio fidanzato che mi cucina il polpo con le patate, al piacere di un pomeriggio inaspettatamente libero, passando per un’ottima marca di merluzzo in offerta.

Questo semplice esercizio ha risvegliato le mie papille gustative emozionali, le ha affinate e ne ha acuito l’appetito. Essere la prima a donare un sorriso è stata condizione necessaria ma non sufficiente per restituirmi senso e scopo. Ossessioni e compulsioni non sono sparite da un giorno all’altro come per l’azione istantanea di un interruttore, ma ho capito che gioia non è assenza di problemi né vita edulcorata, bensì determinazione a cogliere ogni singolo frammento di bellezza che si presenta. Non importa quanto sia piccolo o effimero.

Bellezza è mia madre che quando mi chiama ha una gran voglia di raccontarmi la sua giornata.

Raccogliere gli sfoghi della collega moglie e madre, che la maggior parte delle volte assorbe i malumori spropositati di sei trentenni.

Il mio fidanzato che fa il bis delle lenticchie che gli ho preparato.

Bellezza è poter contare su estranei che dimostrano umanità e infondono – del tutto gratuitamente – serenità. Come un padre che fa sentire al sicuro la figlia di cinque anni abbracciandola con allegra dolcezza. Perché per onorare la capacità della vita di rimarginarsi e rigenerarsi non servono aforismi motivazionali, ma esempi positivi che sfondino la porta (semi) aperta della propria caparbietà.