Pastrugnando

Per vedermi finalmente con chiarezza ho avuto bisogno di correre e cadere e sbucciarmi le ginocchia.

 

Arrossarmi le guance delle rasoiate di vento e insozzarmi di fango, sabbia, erbacce.

 

Forse ho voluto ruzzolare, e farlo anche con una certa vergogna di me. Per mesi ho confezionato la ramanzina da regalarmi. Solo adesso, via via che la distanza sfoca i contorni e paradossalmente delinea più chiaramente la scena del quadro riesco a rendermene conto.

 

Non accettavo di lasciarti andare solo per rimandare il momento della resa dei conti a me stessa. Non accettavo di lasciarti andare, e così i gatti neri sono dovuti entrare in sciopero.

 

Quando sono ricomparsi ho capito che finalmente il sortilegio era spezzato. Io lo avevo spezzato. Per iniziare a godere i doni che mi hai lasciato ho dovuto cibarmi della tua assenza, e ingegnarmi a trovare del nutriente perfino in quella.

 

Non serbo livore né rabbia, ho colto il seme del necessario della tua scelta. E se lo saprai, un giorno ci (ri) troveremo nella veste per cui le nostre sagome feline sono disegnate, non quella di cui incautamente abbiamo tentato di vestirci rischiando di eliderci a vicenda.

Se lo saprai, vorrà dire che il mio telegramma, per qualche via, ti è giunto.

 

Ora so.

 

Per essere gatto, non basta averne l’indole. Serve pazienza e allenamento, e pratica costante.

E riuscire a far male cogliendone all’interno il seme del necessario.

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