Dopotutto, neanche troppo importante

(Non mi piace rileggermi, è che proprio non ci riesco. Eppure stamattina mi son svegliata con in mente queste mie antiche parole. Guidata da non-so- cosa le ho ritrovate immediatamente. Per qualche motivo ne avevo bisogno. Lo scoprirò, forse)

(Correva l’anno 2007)

Mannaggia la pupazza. Ma dico, già il risveglio del lunedì mattina è catastrofico di suo, che bisogno c’è di un tempo dimmerda con annesso vento di Bora a darti il buongiorno? Quasi quasi mi soffoco da sola col piumone, così almeno evito di dovermi alzare. Anzi no, stamattina mi devo alzare, c’ho quel reportage fotografico che m’ha sbolognato la sempre provvidenziale direttora responsabile.

Chè poi dico, vabbè che è il capo, vabbè che sò pagata per andare in giro a fotografare quello che decidono i capoccioni della redazione, però avvisarmi la domenica pomeriggio che ho un’inchiesta fotografica il lunedì mattina alle dieci non mi sembra il massimo della correttezza, eh! Senza contare che m’ha pure rovinato le rituali 24 ore di pianto fluviale pre-ciclo gentilmente offerte questo mese da Homesick.

Comunque, armiamoci della solita pazienza d’ordinanza e andiamo. Anche se in questi giorni del mese, fosse per me, mi murerei sola in casa vestita con un bel sacco di patate, perlomeno nessuno dovrebbe sorbirsi questa mia ulteriore psico-fisica ombrosità.

Però, in fondo non m’è dispiaciuto affatto ‘sto reportage caduto tra capo e collo. Chè poi come al solito quando ho un pezzo da scrivere o un servizio da fare le cose scivolano via molto più facilmente e piacevolmente di come me le ero immaginate. Pensa che culo se fosse così anche nella vita privata, e invece sò tre giorni che mi rigiro continuamente tra le dita quel biglietto senza decidermi sul da farsi. Comunque credo proprio che qualcosa dovrò pur farla. Me lo hanno detto gli occhi di quella donna giù al campo. Quella donna è stata un cazzotto nello stomaco. E’ stata come un ceffone a tradimento, come vedere i fantasmi delle proprie nevrosi prendere corpo e materializzarsi davanti ai propri occhi. Ravvisare in un altro sguardo una tristezza inequivocabilmente gemella di quella che galleggia nei tuoi occhi fa un effetto stranissimo. E’ come un’improvvisa sensazione di vertigine. Ti stordisce. Per un istante ti consente di vedere quella che sarai fra qualche anno, quando anche tu avrai rinunciato a ballare. O più semplicemente ti mette davanti ad una specie di specchio per fare in modo che tu possa guardarti esattamente per quella che già sei, e per quella che gli altri vedono. Quelli occhi precocemente rassegnati sono come stilettate. Sfacciatamente loquaci anche per via della matita che ne sottolinea fragorosamente il taglio.

Il tempo e le esperienze ti demoralizzano, ma non devi smettere di sperare. Se una donna non credesse più all’amore perderebbe il filo col passato. Quel sentimento di vita, naturale in ogni donna, si essiccherebbe e porterebbe a partorire solo bambini morti *

Sisi, devo fare quello che la pancia mi suggerisce. Bendarmi e andare incontro al precipizio. Chiamare l’Ingegnere Dinoccolato senza fissare con sguardo implorante il telefono in attesa che lo faccia lui. Chè tanto comunque non lo farà, visto che ha dato a me il biglietto da visita con il suo numero. Ebbasta. Questo c’è da fare, chiamarlo. Anche se attraverso quello che non gli dirò dovesse capire perché l’ho fatto, anche se dovesse capire che mi manca. Anche se dovesse sgamare che, del tutto irragionevolmente, l’ho pensato tanto da quando ci siamo conosciuti l’altro giorno all’Osservatorio. Anche se dovesse realizzare che pensavo a lui quando ero in giro a ubriacarmi con le amiche, mentre andavo al campo, mentre al telefono consolavo la Piacentina per un’altra illusione tradita. E mentre volevo farmi bella prima di uscire ieri sera. Mentre volevo essere bella per qualcuno che non c’era, ma che magari in quello stesso istante ha pensato per un secondo a una telefonata attesa, probabilmente data per sicura, e stranamente non ancora arrivata.

Fidati delle tue paure, fidati del terrore. A volte la paura è solo un freno e non serve a niente. Smettila di complicarti la vita, fai la cosa più semplice e basta *

(* Tratti da “E lasciamole cadere queste stelle” di Filippo Timi)

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