Seduta su un gradino sbrecciato con i sandali slacciati

L’intraducibilità di certe escursioni termiche rende febbraio ciò che è.

Son tornata a macinare il caffè come quando avevo cinque anni, e me lo servivo in certe tazzine giocattolo rosa shocking. Molte troppe cose continuano a dirmi che son rimasta intrappolata – imbevuta fin nelle scarpe – da quell’immaginario.

 

Quando smetti di lavorare ad un quadro, quando è tutto lì definito sulla tela, a darti lezioni, il piacere evapora, ed è come l’anice che ha perso il suo mordente.

Rammendo gli assoluti che ho strappato fin troppo rabbiosamente. Speranza taciuta e tenace che un giorno – forse – possano diventare stoffa meno diffidente ed acrilica alla mia pelle. Ma i segni d’Aria sono gentaglia, lo dice una che porta il marchio d’infamia al quadrato. Aria viziata ottusamente ingenua, famelica. Filantropia per egoismo: tutto troppo a buon mercato.

 

Per questa fame non c’è cioccolato che tenga, e febbraio è costretto a spedirmi fuori, a raffreddarmi, a sgarbare e ricevere sgarbi.

 

Stabilirò un giorno per celebrare la tua nuca, se ancora il suo tiepido profumo riesce a ispirarmi, a dispetto di agosto, Lorenzo Mullon e Arturo Fiesta Circo.

 

Implacabile acuminato scugnizzo anche quando non lo immagineresti neppure.

Questo sei – questo fai – straniero.

 

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4 pensieri su “Seduta su un gradino sbrecciato con i sandali slacciati

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