Sociologismi di cui non è che il mondo sentisse chissà quale urgenza

Le elezioni sono come balli in maschera, e la mia città somiglia sempre più a Venezia a febbraio, via via che si avvicina il 6 maggio.

 

Non fioriscono solo le acetelle in questa stagione, ma anche il formalismo ossequioso e cadaverico da camera mortuaria. Da ambo le parti. Chi chiede il voto e colui da cui lo si esige (?)

Baroni nati l’altro ieri rivestiti di una pretenziosità  e maleducazione oscena, e t’interroghi seriamente sull’integrità mentale di chi gli è intorno e che da sempre millanta spirito di ribellione e rottura degni di una barricadiera.

Quello che (mi) fa più incazzare è che detti manichini sono realmente convinti di poter essere pupari del mondo intero che li circonda. Sinceramente convinti che nessuno possa avere anche solo l’ardire di pensare di non votarli. Gente che, lontana dagli occhi indiscreti di Facebook, continua a coltivare simpatie ed abitudini nere più del piombo, salvo poi imbellettarsi di cipria viso e naso per perorare un minestrone di cause meritorie, dal verde pubblico ai diversamente abili passando per la trasparenza delle Pubbliche Amministrazioni.

 

In un posto così, ci vorrebbe davvero un bambino a stupirci e azzittirci finalmente tutti, rivelando a mo’ di burla che il re è nudo.

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