Non pervenuto

Mentre tornavo dal mare, una scia improvvisa di rosso mi ha calamitata. In una stradina laterale spiccava una macchina sparuta, accostata lungo il ciglio, mentre un papà e due bimbe cianfavano nella terra, tra gli ulivi, a raccogliere mazzi generosi di papaveri.

 

Quello che trattengo senza riuscire a verbalizzarti è qualcosa di molto simile. Non mi chiedere in che termini o per quali aspetti, non ne ho coscienza, non ora almeno. Quel che so è che in entrambe le situazioni è più cospicuo e rilevante ciò che sfugge al tentativo di logorreizzazione da ciò che riesce ad assumere la forma di frase di senso compiuto.

 

Le maglie della parola sono troppo larghe e grossolane per imprigionare le mille cangianti pietruzze cresciute sul fondo del torrente.

 

La voce con cui quella sera parlavi a tuo nipote. Mi avresti dedicato una tua personale voce da orco?

 

Riuscire a guardarti negli occhi millantando disinvolta  perfetta padronanza di me, dei miei rossori. Della me ridicola, del desiderio delle tue cellule accanto e sovrapposte alle mie.

 

Renderti lo schiaffo che meriti, per poi inalare senza più colpevolizzarmi i cattivi pensieri sobillati dalle mani, e chissà cos’altro.

Vergogna come se mi ritrovassi con i vestiti stracciati, scarmigliata e colpevole in piena piazza.

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