Noi non supereremo mai questa fase! (cit)

La mia famiglia è fortemente – nel duplice senso, temo – matriarcale.

Il che evidentemente comporta, a cascata, pro e contro del caso.

(Una parte del) le decane di casa hanno una personalità e vis polemica che spesso (ha rischiato di) fagocita(re) le figlie, senza aver mai realmente metabolizzato il proprio essere, inevitabilmente e fisiologicamente monche, per gli abbandoni (decisi e/o subiti) non interiorizzati e la conseguente incapacità di accogliere figure maschili altre nella propria vita. Credo sia per questo che il rapacismo verbale di mia madre mi fa paura: è più puntuta di una vespa incazzosa. E lo dice una che si è guadagnata l’appellativo di tifera (ritrosa, spigolosa) in adolescenza. Suddetta porzione del matriarcato sfoggia un’incapacità di reale ascolto accoglienza interesse per il maschile che mi sconcerta, e sì che io non brillo certo per caramellosità nel rapportarmi all’altro sesso. Tuttavia resto convinta sempre più che l’universo maschile è stata una bella invenzione, e in quanto tale, porta con sè anche un certo carico di afflizione talvolta (ma d’altronde la pelle non può mica esser sempre e solo accarezzata da un leggero premuroso venticello primaverile)

 

Il matriarcato ha una compattezza ferrea nella buona come nella cattiva sorte. Forse l’artefice di tutto questo ne sarebbe stato orgoglioso, se potesse vedere. Tra le decane la comunicazione fluisce inarrestabile anche se sotterranea. Alla prima minaccia dall’esterno, tempo mezz’ora, e il trio delle meraviglie t’ha già messo in piedi un summit estemporaneo degno di Camp David. Immaginatevele come delle tigri (paura, eh?)

Ogni nuova fidanzata che il mio coevo cugino porta in famiglia durante le feste comandate (e non) è oggetto di raffronto immediato  – e annessa sconfitta – con la sua ex ancora nel cuore di zie, cugine e sorelle. Ma non di Graziano medesimo, parrebbe.

La rottura del pluridecennale legame della mia omonima cugina in seguito alla –  diciamo così –  metamorfosi del suo lui, a distanza ormai di quasi un anno, è ancora argomento capace di scatenare discussioni acerrime, sfoghi al vetriolo rabbie scomposte che mia zia sistematicamente sente il bisogno fisico di condividere con le sorelle. Ogni ulteriore sviluppo/inviluppo della questione appicca istantaneamente il fuoco incrociato lungo il quadrilatero Pavia-Bologna-Lecce-Galatina e ritorno. Mia madre è fedelissima spettatrice di questa soap opera in salsa paesana fabiovolesca, contribuendo a tenerla in vita non solo con sincero accaloramento, ma anche con chicche di buonsenso degne dei baci Perugina del San Valentino dei prossimi 10 anni. Incredibile la quantità di energie emotive che investe nel tamponare i malumori di mia zia, d’altronde ogni giorno ce n’è una nuova.

Mia cugina. La stessa che da piccola mi trattava come una psicologa saccente e anaffettiva tratterebbe una bambina che a tre anni non riesce ancora a parlare. Mi dava della viziata, me che da bimba mi hanno cresciuta i nonni perché mia madre lavorava, e finchè non cominciai ad andare a scuola m’ingegnavo a divertirmi parlando di dinosauri e fossili con mio nonno, o inventando come si preparava il caffè schiacciando i chicchi nelle tazzine di plastica rosa shocking. Lei aveva il papà che la portava a vedere Roger Rabbit al cinema, io restavo a casa con mia nonna e la zia a vedere Milagros. Ne aveva – ne ha – una buona per ogni circostanza, mia cugina l’omonima. Sei una nullità in confronto al suo gigantismo umano, ma nella sua celestiale bontà ha il tatto di non sventolarti questa evidenza schiacciante sotto il naso. Si limita a sorriderti con quel ghigno da paresi facciale. Andrebbe presa a pugni, o quantomeno ricondotta al suo essere finita e tapina come tutti noi terrestri siamo, invece no. Guanti di velluto e teca di cristallo sono il premio alla cattiveria caramellata.

 

Può sembrare invidia vomitata gratuitamente sulla cugina omonima, ma non credo. E’ che a volte penso che a mia madre sia toccata in sorte la Effe sbagliata come figlia. Ma senza prendermi inutilmente in giro, la sensazione è che sia lei a pensarlo. E nonostante le barricate quotidiane, inutile negare che faccia male, a volte, quest’evidenza sbattuta sul muso.

 

Chè poi in realtà l’intenzione razionale era di scrivere di ben altro, ma comunque c’è. Soprattutto, probabilmente, in questo autosabotarmi lo sguardo fino a distoglierlo.

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