Una cosa così sporca che la farei per niente

Cristallizzare il tempo l’istante prima di salire su quel pullman. Il piacere fa quasi paura al pensiero che subito dopo sarà necessario ri-azzerare il contachilometri dell’attesa senza nessun certo punto d’approdo.

 

Non vedi ciò che sei. Io che lo vedo sento i polsi tremare. Come assistere alla fine della notte che sconfina nell’alba per poi rosseggiare nel giorno giovane adulto.

Non vederti preparare la moka al mattino, o girare lo zucchero nel caffè, fare la fila alla cassa del supermercato è di certo un crimine contro l’ (a mia) umanità.

Ti mangerei e mi farei da te fare a pezzi nella dialettica per poi solo ricominciare da principio. Reiterare i miei capelli scarmigliati e arricciati da calori sovrapposti/contrapposti dei nostri corpi, le mie rosse (in) equivoche guance, la mia lingua biforcuta, la mia pigrizia atavica che si fa vincere solo dal tuo spietato calamitarla.

 

Non ti lascerai mai disvelare dai miei occhi e dalla mia pancia, mai forse ti offrirai alle mie viscere incuranti di sfidare e asfaltare questioni di principio/assiomi/leggi delle matematiche relazionali, ma ogni scontro/cerimoniale di ironie/eruzione  di mie golosità o di fame azzerata sboccia come in orgasmo. Inevitabile il pianto dopo tale arrogante_troneggiante pienezza del tutto.

 

Vorrei potermi illudere che, se mi scartassi la carne avendo cura di svitare con esattezza le ossa riponendo i muscoli nell’apposita custodia, mi vedresti.

 

Quel vestito era per te, e anche le scarpe.

 

un angelo
che uccide se lo tocchi

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