Davanti a tutto questo, mi chiedo davvero di cosa stiamo parlando

Perché quando sei forte con me, mi spalmi sulla schiena un orgasmo che è sempre come fosse il primo.

“Come Ales il fotografo sia così amico dei bambini, in Brasile, nelle Filippine o qui in Mongolia, io non so.

O forse potrei anche intuirlo, ma questo non è uno scritto su Ales.

Come riesca ad inclinare il suo metro e novantadue sorridendo e vivere così ad agio a un’altitudine non sua non lo so neppure.

Questo io non lo so fare, non me lo nascondo, io da loro ho dovuto imparare a difendermi perché loro, i bambini intendo, mi trascinano per estensione a quei tavoli di ristorante dove papà sonnecchia aspettando la partita per radio, bimbo strilla e mamma implora, lasciando essi tutti intravedere il succo della loro vita criminale in quell’appartamento dove si lotta stanza per stanza; dove qualcuno espugna il bagno e lo fa suo, qualcuno tenta blitz inutili alla cucina, una raffica falcia i papà intenti ai fai da te. Zone minate, trincee, forse un tempo si sono armati poi come accade sono arrivati i bambini in nome dei quali tutto crolla e si intasano quelle aspettative che chiamavamo vita. E la scuola il lavoro – mangia? – i nonni gli amici la battezzo i parenti quanto dorme ride/strilla – non gattona? – il suo codice fiscale la vizi il prete  fa’ ciao, pannoloni, fa’ ciao (con la manina). L’intenso deconcentrarsi dell’io in mezzo a quell’immensità spietata, mio Dio, chi saprebbe dirlo? L’insonnia della ragione genera mostri, niente da spartire con questo pianeta che mi sforzo di tenere alieno; ho anch’io una nicchia confortevole per i miei traumi, ai quali sono ormai affezionato, né ci vorrei rinunciare per tutte le armonie del mondo.

Ma con che noncuranza Ales affidi le sue macchine fotografiche ai due o tre capobanda dei loro, i più intraprendenti, e questi inquadrino in pose gli amici e sparino scatti a ripetizione e ciondolino nella polvere le attrezzature e Ales stia lì tranquillo, chè può riprendere in mano la situazione a piacere suo, è una cosa che mi manda in crisi e stabilisce un puntolino nero nella memoria, localizzato e acuto come un sospetto di carie.

E’ da un mese che li sguardo questi bambini mongoli, impolverati, smoccolanti, con i pomelli rossi alle guance, che non frignano né si lamentano e sanno come affrontare il vuoto. Svezzati all’indipendenza, curati e coccolati forse meno dei cavalli, dolci e capaci di infilare una mano nel corpo delle pecore e spaccare il loro cuore con uno strappo. Come mi è stato consigliato regalo loro oggetti, nastri e perline, ridicole matite colorate inutili a loro che non posseggono carta, mi azzardo ad allungare una crocetta dorata a una bimba ma non perché lei lo desideri, anzi, è lei che mi dà gioia nell’accettarla, colpita dalla mia goffaggine.

Il puntolino nero cresce, ora sì che lo nascondo. Punto. Cresce. Punge me.

E nel Gobi a una tenda, con i cani sdraiati ai bordi all’ombra nell’atmosfera sonnacchiosa del primo pomeriggio tra le onde del vapore sui sassi appare – da dove? – una vecchia signora al trotto sul cammello; rinsecchiti entrambi, dagli anni e dai troppi soli. Lui sì che si inchina docile, lei che lo scende con tono regale. Lei ha parole per tutti, carezze per ognuno, senza smancerie, è la nonna di tutti quei bambini che ridono e la seppelliscono di sguardi adoranti. Mi pare di intuire la loro visione, la invidio e sto lì imbambolato. Sto lì.

“Ho pensato che forse potremmo provare anche noi”

 Cosa, il punto nero esplode, esplode, l’ho pensato anch’io, so chi parla e soprattutto cosa vuol dire, è tua madre e mi centra con occhi radioattivi. Occhi a cui non scappo, occhi che conosco nelle sfumature per aver saputo farli ridere e brillare, anche piangere certo, e poi sognare viaggiare e faticare. Occhi che non mi scappano, so cosa hanno visto gli occhi, quello che vedo io – fine delle vie di fuga – perchè ora lì non siamo che donna uomo e un deserto, non c’è più “io” di entrambi o “lei/lui” né i nomi propri, non ci sono più gli esempi le considerazioni teorie nostre teorie di altri, proclami menate raccomandazioni, nessun motivo davvero valido, né le statistiche davvero il richiamo del sangue del patrimonio.

“L’ho pensato anch’io”

Segue un silenzio che è accettazione, questo è l’attimo di cristallo, che stacca la retromarcia e riparla l’alfabeto.

Poi tutto andrà, semplice come deve andare. Deciso. Da sempre.

Così, Caterina, tu sei nata; e impari come un solo colpo d’occhio, fondato e di fuoco, basta e dilegua quarantenni di no motivati. Come il vento la nebbia ed è stato sempre sole.

(strilla pure)

                                        (non stanotte)

 

(In Mongolia in retromarcia, Massimo Zamboni)

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