L’insospettato talento per le cover di taluni artisti nostrani

A distanza di settimane l’aggettivo vacca compare di nuovo, immediato, tra le parole di Antonio mentre mi racconta di lei. Nei mesi andati l’avevo intuito differente, cambiato, attraverso lei; lui che in passato mi aveva raccontato caterve di avventure degne dei film vacanzieri e musicarelli anni Ottanta, adesso era giunto a stampigliarsi sulla fronte la parola impegnato, sprezzante del rischio di suscitare frecciatine ipocriti auguri e frasi di circostanza dalle sue groupies.

Poi una sera ha avvertito una strana tristezza, una marea crescente di malinconia, e l’ha seguita, certo che avesse un approdo, come infatti era. Me l’ha raccontato con la pudicizia che ha un uomo nello smozzicare il suo dentro, specialmente se quell’interno è stato poi leso contro la sua volontà e le sue aspettative. Perché quando senti una malinconia stonata che monta, a dispetto – solo apparente – dell’intorno silente, è lì che effettivamente devi allarmarti. Perché è lì, in quell’istante, che si annida lo squarcio del cordone ombelicale che stavi allevando.

Questa marea gusto salsedine l’ho assaggiata anch’io tante volte, a volte tentando di snobbarla, e lì è arrivata l’onda più forte che mi ha fatto bere quintali di sabbia e alghe.

Altra è la malinconia di ciò che ancora non afferri del tutto. Non ci sono aggettivi scempi da pensare o adoperare, assecondi il contingente dover procedere un passetto per volta, fidando solo nella congenita testardaggine che ti porta a combattere per suggere dagli eventi, quali che siano, una rinnovata testardaggine e coraggio. Gambe ancor più capienti di strada da percorrere, neurone più malleabile e levigato a divincolarsi da utenti troppo lagnevoli docenti (fin) troppo lavative contratti a tempo come ordigni, e parmigiane che vorrei, un giorno, farti mangiare dal solco della mia schiena.

Così complessa perigliosa affascinante l’enciclopedia che vorrei scrivessimo insieme, che in una vita precedente devo esser stata l’emisfero destro del tuo cervello, o la linea retta di tre centimetri che parte dal tuo ombelico.

Dormire con te contunde la ciclica tragedia del risveglio mattutino disboscando parti consistenti della mia pigrizia da animale a sangue caldo. Benessere che mi tocca spiluccare con metamorfosi cospicua. Una ancor più massiva e massiccia esposizione alle tue radiazioni mi renderebbe irriconoscibile alla gente per strada. Penso alla meraviglia che me ne consegu(irebb)e.

La sinfonia delle tue mani che orchestrano magistrale moka è regalo di sopraffina ironia, regalo possibile solo da te, a questa figlia salentina imprecisa – indi scandalosa – esecutrice di natia caffeina.

(Neppure lo scempio accostamento del piatto alla pietanza riesce nel perverso intento cu fasce passare tutta la fantasia)

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