Punk e disciplina per mantecare il risotto

Scoprire l’altro dentro di sé. Potrebbe essere questo lo scopo ultimo del viaggiare. Il colmo sorprendente, dove si annullano l’esotismo e il fascino dei chilometri per i chilometri. Dove apprendere infine che siamo noi, l’Altrove.

 

Una percentuale dei nati europei – una discreta percentuale, che le statistiche attestano in un 9,5 % – un buon numero dunque di quelli di razza certificata e bianca – privilegiata già nel nascere dalla certezza della provenienza, dal pedigree familiare e clinico – porta un disegno sulla propria zona coccigea, lì dove c’era un tempo l’attaccatura della coda. Una impressione, più che una macchia vera e propria, un livido leggero, una ammaccatura di benvenuto che dopo pochi anni – assolto il suo mandato – scompare. Sparisce per sempre, riassorbita nella profondità dell’epidermide, in un abisso a noi precluso. Quella piccola superficie bluastra, irregolare, che per i tecnici è una evidenza da incasellare sotto il nome di “macchia mongolica”, è uno dei luoghi di residenza dell’inconosciuto, lì dove si residua il nostro procedere singolo nei secoli. Per le popolazioni mongole è il segnale del proprio orgoglio di discendenza dal Lupo Azzurro e dalla Sacra Cerva, genitori arcaici di cui indossano stampato nella zona coccigea nei primi anni di vita l’ultimo lembo bluastro. L’orgoglio celeste dell’appartenenza, del proprio procedere dalle steppe, segno distintivo ed esclusivo di coloro che si stimano figli della Terra dei Lupi Azzurri. Figli della Mongolia.

 

Presso di noi, nelle nostre cliniche e ospedali, questo prodigio cade tra l’indifferenza professionale nell’informazione di come si tratti di una banale concentrazione di melanociti rimasti in trappola nella loro migrazione verso l’epidermide. Anche loro un popolo nomade, dunque. E si dimentica frettolosamente, presi come si è dalla salute della madre e del neonato, dalle mille incombenze nuove che arriveranno e già sono arrivate, dall’ansia dei parenti che decretano “tutta il padre, tutto la madre”. E certo non avrei scritto, né mai pensato di scrivere, queste poche righe se nel dire “Ma poi scompare, eh?” l’ostetrica delegata a restituirci quel nostro fagottino di carne rosa e strillante non avesse buttato lì la definizione di “mongolica” per quella sua voglia inaspettata al fondo schiena.

Noi riceviamo quelle parole come si accoglie una fucilata, intanto che lei si rigira e se ne va, presa da altre cure e occupazioni.

E io sono ancora qua e ci ripenso, rimasto come uno che osserva tutto un camminare a cerchio che si fa anello, serrandosi definitivamente.

(M.Z.)

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2 pensieri su “Punk e disciplina per mantecare il risotto

  1. Off topic:
    Ciao (quello non è mai off topic). Volevo dirti che mi è stato regalato COME UN FURIOSO ELEFANTE di Jonathan Coe, di cui avevo parlato nei mesi precedenti. Ho iniziato a leggerlo: sono a pagina 80 (su 510) e per il momento mi sembra interessante il modo in cui Coe abbia affrontato la materia (è la biografia di un certo Brian S. Johnson).
    Saluto
    t&t

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