Ventisette_zeroquattro_zerododici

I ratti erano una specie di afflizione. Ce n’erano così tanti e il procione era solo. Nei ratti il mondo grigio e ostile si ramificava e si animava e ruotava intorno a lui. Dimensioni e intelligenza superiori non contavano niente quando aveva a che fare con i ratti ; diventava goffo e vulnerabile. Anche se nei cunicoli gli giravano alla larga, il loro numero li rendeva impavidi. Se lo prendevano alla sprovvista, il procione contraeva rabbiosamente le spalle come un gatto, soffiando impotente mentre i piccoli mostri si allontanavano con uno scintillio nell’oscurità. Sapevano nuotare benissimo.

Il procione era più grosso anche di scoiattoli e conigli e opossum, ed era più intelligente e aggraziato, ma loro erano tanti e lui era solo. Forse il mondo di uno scoiattolo era fatto soltanto di alberi e nocciole, un nevrotico gironzolare qua e là, ma aveva in sé una sensazione di agio – di sicurezza e oblio – che gli veniva dall’appartenere a una popolazione numerosa che svolgeva esattamente le sue stesse insignificanti attività. Solitario e onnivoro, il procione non aveva nessun’altra ragione per arrampicarsi sugli alberi che il piacere di seguire un istinto. I rami alti di cui andava in cerca si piegavano violentemente sotto il suo peso. E quando uno scoiattolo cadeva, si contorceva veloce come un lampo e rimbalzava sui rami e si metteva a correre non appena toccava  terra; ma quando era il procione a cadere, volava giù con un gran fracasso, annaspava inutilmente in cerca di un appiglio, emetteva versi angosciati e atterrava con un tonfo indecoroso. A proprio agio in molti ambienti, il procione non si sentiva a casa da nessuna parte.

Qualche volta, nel momento meno opportuno, una palla di cannone zannuta e a pelo riccio usciva di corsa da una porta posteriore, e il procione, che con ogni probabilità si stava mangiando le crocchette avanzate dal cane, doveva arrampicarsi sulla superficie verticale più vicina. Aveva trascorso notti intere camminando nervosamente sulla traversa di un’altalena o sul tetto di un camper, mentre sotto di lui un cane teneva sveglio il vicinato. Una notte un paio di schnauzer lo intrappolarono in cima a un abete solitario alto tre metri e mezzo; si accesero i riflettori , un ciccione uscì di casa con i figli al seguito, e mentre gli schnauzer continuavano a smaniare, il diodo rosso di una videocamera lampeggiò e il ciccione manovrò lo zoom e una bambina sollevò uno schnauzer più in alto che potè, in modo che i neri occhi tedeschi furiosamente virtuosi e la lingua rosea e i denti aguzzi del cane arrivassero a pochi centimetri dal procione terrorizzato e umiliato, e anche quello scontro venne registrato su videocassetta.

Una cosa del genere sarebbe potuta accadere a uno scoiattolo? A un ratto? A un opossum, una moffetta o un coniglio?

Ma quando si fermava lungo i binari per attraversare un fosso riempito dalla pioggia e vedeva una testa pelosa e mascherata scendere dal cielo urbano per sfiorargli il naso con intensa e tenera lentezza, come il sogno della compagna che non aveva mai incontrato, e il tempo si ripiegava su se stesso, gli schemi ripetuti della sua esistenza si allineavano come i riflessi multipli di un singolo oggetto che si fondono insieme, così che la sua vita, invece di un susseguirsi di giorni, diventava un unico giorno, anzi, un unico momento: quello che stava vivendo.

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