A Trieste Franzen mi ha presa per mano

Giorni in cui mangiare riso in bianco o risotto al nero di seppia non fa differenza alcuna.

Poi ti arrivano cartoline dall’altrove.

CuginoAndre, il piccolo della famiglia, s’è messo in testa di fare il cammino di Santiago. E’ partito da Ventimiglia. Sono partiti, lui e la sua bicicletta. La cartolina della Cattedrale di Leon porta un timbro: “Correos 3-10-12”.

Le lacrime non mi chiedono neppure il permesso, stavolta. E non è (sol) tanto l’emotività esasperata della sindrome premestruale, non è neanche la contropartita delle lacrime deprecabili – e per questo autocensurate – delle ultime settimane. E’ qualcosa di molto più bello e tremendo al tempo stesso. E’ (ri) trovare nei passi di qualcun altro la stessa irrequietezza febbrile, la stessa urgenza di mettersi in cammino a cercar(si). Forti unicamente della consapevolezza che non è possibile nevrotica classificazione in tutto questo, ma solo fragile accontentarsi di errori e tentativi da incidere sulla propria pelle.

Io e CuginoAndre abbiamo suonato chitarre isteriche, spiato vicoli altezzosi e magnifici, deprecato Pastis. Insieme abbiamo rischiato più volte il linciaggio. Mi piace pensare che non condividiamo solo un pezzo di DNA, ma anche di canterina malinconia (o forse la seconda è “solo” conseguenza del primo)

Trovarmi sulla soglia di quel pub irlandese di Corso Sonnino dove non sono mai riuscita ad andare, mentre intorno piove. Nelle ultimissime settimane mi sono spesso sentita così; quello stesso nodo scorsoio di pianto in gola. All’inizio ho pensato di essere impazzita. Com’è possibile, mi dicevo, sentire una cosa così a cui neppure io riuscivo a dar nome?

Poi ho capito che è lo stesso colore dell’ultimo giorno in colonia quando hai quindici anni.

Lacrime queste che si meritano il pass. Lacrime che sono regalo, ed acqua che innaffia la terra dei (mesi) futuri.

Niente da capire, niente da salvare.

Ciò che conta è ancora lontano da camminare.

Ed ora che lo so, l’incredibile è che non fa male.

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4 pensieri su “A Trieste Franzen mi ha presa per mano

  1. questo blog funge anche da servizio pubblico,
    Erano due giorni che non riuscivo a farmi venire in mente il nome di quello scrittore che
    Jonathan..Jonathan.. degli Orsi? No no. Jonathan Foer? No.
    Poi sono passato da qua.

  2. Belli questi ricordi e queste sensazioni. Bella foto.
    Poi quel verso. “E non c’ è niente da capire, niente da salvare”.
    Modena, il miglior Antonello Venditti. Proprio ieri l’ ho utilizzata per fare degli auguri di compleanno. Oggi qui. La ricordano in pochi.

  3. la foto è scattata davanti al Salone degli incanti (ex Pescherie) a Trieste. Un posto che è davvero un incanto. un’inondazione di luce e salsedine.

    riascoltavo Modena qualche ora fa. è incredibile come quel pezzo sia un intreccio di privato, pubblico. dove finisce il “politico” (in senso lato) e dove inizia il personale? a volte politico e personale finiscono per essere la pasta e la marmellata che compone la crostata

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