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Non posso assolverti o perdonarti.

Non posso darti una pacca sulla spalla e dirti “ben fatto, figliolo”.

D’altronde hai neuroni e ingegno sufficiente per capire da te che non è possibile.

Le cose possono prendere molte forme. Mille ed una, che le mani riescono ad immaginare e plasmare.

Ma quando contagi le cose con il germe del vaiolo, il marchio d’infamia e disgrazia che hai impresso e deciso resta lì. Cicatrice fondativa al pari dell’ombelico.

Qualcosa di costituzionale familiare atavico (credevo di aver visto) in te. L’utopia di poter estrarre il feto di un’amicizia, forse gracile, ma sana, da quel cadavere non meglio identificato.

Poi le tue parole hanno descritto così esattamente il paesaggio post-atomico racchiuso tra noi.

Ero l’unica a non averlo visto, quello scenario nucleare: un giorno qualcuno dovrà pur inventare un tergicristallo per sgomberare il vetro oculare dalla pioggia dei dotti lacrimali.

[09.10.12

qualcosa a suggerirmi che questa data sarà in molto dei miei giorni]

Le nostre parole (non) saranno nuove.

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