E nel mezzo del dramma, pensare a Vito Catozzo

Non sarò mai più il turchese della cucina di Aristotele.

Arrotolo questa diagnosi tombale e la metto in bottiglia. Sarà il mare ad accoglierla, e forse qualche naufrago isolano a darle ristoro. Io non posso più vederla. Qualsiasi posto è troppo piccolo per ospitarci entrambe.

Un verdetto che non posso negare: solo esiliarlo allo sguardo. Solo così è possibile convalescenza.

Tutti parlano dell’ultimo film di Virzì. Ottenebrata da agosto avevo perfino pensato di leggere il romanzo di Lenzi. E invece andrò a vedere Killing Joe. Se l’amore è un noto antibiotico, preferisco un blando generico.

E m’immagino far domande al mio amico Andrea, come quando si tengono svegli i bambini a forza, perché se si addormentassero morirebbero.

Ricordi la tua salutare cazziata mentre la statua di Joyce testimoniava la mia assoluta cecità di ragionevolezza? E il catino di ferro con cui raccogliesti il mio naufragio la sera del dodici agosto?

M’immagino dipanare così il filo che mi racchiude i passi. Anche quando stanchi, disperati o semplicemente neutr(al)i.

Se l’intersezione tra muscolo cardiaco e pancia è racchiusa nei bordi del neo dei miei ventisette anni, meglio un antibiotico. Purchè accompagnato da protettore gastrico e fermenti lattici.

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3 pensieri su “E nel mezzo del dramma, pensare a Vito Catozzo

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