(Un) frullato di stoicismo e atarassia

Le tette sbuffano sempre più forte. Tra poco mi esploderanno. Di noia.

 

I vetri appannati dalle cicorie sul fuoco. Uno scirocco vizioso al di là – purtroppo – della facile ironia. La tenda agghindata da una farfalla color glicine. Se sono su “Scherzi a parte”, ditemelo, per favore. Vi prego, ditemi che è così.

 

Costruisco grafi ad albero ordinatissimi e completi, in cui nulla – teoricamente – è lasciato al caso, e poi consento ad un granello di sabbia di crocefiggermi senza neppure tentare una qualche forma di resistenza. “Left” sul tavolino del salotto a casa di Esse.

Potrei imbracciare fucile, elmetto e giubbotto antiproiettile per difendere questa (sola) pagliuzza.

E invece sono costretta ad un solido e lucido equilibrio sulla coda del crinale. Non sulla sua linea di confine, bada bene, ma già un passo più avanti verso la tragedia, se voglio massimizzarne gli effetti benefici.

Come mangiare calamari decongelati fritti. Fa anche un po’ ridere, perché a leggerlo sembra un ossimoro, ma l’aspetto più interessante è che, come per il fotogramma di “Left”, la succosità della panatura finisce per prevalere – e asfaltare – il pesce sottostante.

 

Però è solo uno stramaledetto ottobre che si crede dicembre. Pensa di spaventarmi facendo la voce grossa. Ma anche se il nulla mi fa perdere memoria di me, faccio finta di niente.

 

Un giorno in meno sul calendario. Un chilo in più di strafottenza.

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