Le maree della birra

– Ah, Giuliana, il mio amico Peter mi ha detto che la sua azienda sta cercando personale in area marketing per la sede di Milano. Magari ti può interessare. La candidatura va presentata on line.

– Certo che sì. Qual è il sito dell’azienda?

– Eh, non me l’ha detto, comunque domani sento Peter su Skype, e glielo chiedo.

– Ok, grazie. Mi raccomando, non dimenticartene.

Parlo di cose concrete e dico cose approssimativamente  sensate. Senza slancio, senza che realmente mi senta parte di ciò a cui m’interesso. Ma in questo momento non riesco a immaginare altra via che non sia l’overdose di realtà.

– Come va con il Maoista?

– Ho deciso che smetto di pensarci, Sara. Devo solo aspettare uno sguardo con qualcosa d’interessante da dire. La cosa positiva è che sono quel genere di sguardi che riconosci d’impeto, come se c’avessi lasciato qualcosa d’insospeso nella vita appena precedente. La nota dolente è che sono in un periodo più amorfo dei capelli crespi.

– Mica è detto, Giù. Nella vita non si può mai sapere. Una riflessione lapalissiana, se vogliamo.

La mia amica Sara è donna di scienza bizzarra ma sincera. A differenza di me lei spesso fa il passo più lungo della gamba, eppure mantiene una tale disinvoltura anche in questi momenti, che resta comunque perfettamente composta ed a suo agio. Perfino ora, con quel temerario rossetto che ha addosso. Roba che io per molto meno mi sarei sentita nuda come un verme in pubblica piazza. Sara è convinta – e quindi convincente – in ogni manifestazione di sè. Invidio l’incoscienza con cui si addentra in terreni a dir poco scivolosi.

– Chè poi, Giù, il numero di rapporti sessuali che ho avuto si può contare su due mani,. Eh. Solo dieci.

-Vabbè Sara, insomma, che dire – il fatto è che sento di non avere nessuna voglia d’invischiarmi in questo tipo di contabilità e disquisizione, ma vorrei riuscire a glissare morbidamente – non buttarti giù, ecco.

– Comunque devo ammettere che almeno rispetto alle prime volte il dolore è molto diminuito. All’inizio addirittura piangevo.

Ad essere spontanea, a questo punto della conversazione nascerebbe automatica in me, l’obiezione. Ma di base sono pigra, e dopo mezzanotte mi viene la voce da lupo mannaro. E lo sguardo vispo di quando mi sono appena svegliata. Insomma, mi censuro.

In giro siamo solo io, Sara e pochi altri sopravvissuti all’apocalisse. Sembra il far west a mezzogiorno, per dare un’idea.

La mia amica decide che vuole una crepes. Ci fermiamo ad un chioschetto: dietro al banco  c’è una ragazza. Inizia a preparare la crepes, meccanicamente. Dopo che ha finito, Sara decide che vuole più cioccolata bianca per i tre euro e trenta che deve pagare. L’altra disfa il lavoro fatto, e pennella ancora un po’ di crema nella crepes. Evidentemente non vede l’ora di liberarsi di noi, non tanto per il supplemento preteso da Sara, ma perché presumibilmente s’immagina altra, in altra vita. Ha lo sguardo color noia. Come il mio. Vedere quel colore addosso ad altri fa impressione. Dev’essere così che appaio.

Ma almeno stanotte le strade possono dormire sonni tranquilli. Il maggiolino blu non c’è. E’ chissà dove.

(la prima parte del racconto è qui )

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