Do you remember the first time?

Ci sono giornate che andrebbero dormite, semplicemente. Ne guadagnerebbe in qualità la propria e l’altrui vita. E invece il dio Thor t’impone di alzarti dal letto, e interagire con il resto del mondo. Pensieri del genere tenevano occupati i miei due neuroni quel mercoledì mattina, davanti alla macchinetta del caffè, nel plesso della facoltà di Lingue simpaticamente ribattezzato il braccio della morte per il raffinato connubio interni/esterni. E il fatto che il subdolo distributore automatico ignorasse l’opzione “caffè al ginseng” non contribuiva certo a migliorare le cose.

All’improvviso i neuroni fanno una finta, si divincolano dalla morsa di tali, imprescindibili riflessioni, e s’incollano ad un volto appena comparso nel perimetro vitale racchiuso tra la macchinetta del caffè, il distributore di cibommerda  ed il cesso. L’ignoto ha sguardo azzurro husky, naso aquilino ed una bocca che – sono sicura – ha l’odore fumante della carne. Origlio qualche parola. E’ piuttosto britannico, direi. Il taglio degli occhi è un impasto diabolico e dispettoso, con dentro liquido limpido e artico. L’unica cosa banale è la chioma. Ovviamente grigia, e inevitabilmente generosa. Chiacchera con alcune conterranee, presumibilmente colleghe, quasi certamente appena scappate dal museo delle cere. Ogni tanto piazza lì con finta casualità un’occhiata alla sottoscritta. Ci scambiamo sguardi che hanno il ritmo delle luci dell’albero di natale. Intermittenti (perché guardinghi). Intanto è arrivata una nuvola di studentesse cavallette che inizia a sciamargli intorno. Non mi piace mettermi in fila, così finisco in fretta di bere il caffè, e torno in aula.

Giorni dopo sono in biblioteca, alla ricerca di silenzio e idee per un lavoro che devo presentare fra una settimana, quando ancora i neuroni decidono di disobbedirmi. Il britannico è a pochi metri da me, sta chiedendo alcuni libri. Non mi ha vista. Torno (solo) con gli occhi alle mie scartoffie. Ma non vado molto oltre una lista di spunti spezzati e frammentati. Una voce spicca sulle altre, e parla inglese. Lo sguardo ne segue la scia come macchinina telecomandata. L’Husky è al telefono, e s’è seduto. Prima ancora di rendermi conto di cosa sto facendo, regolo il mio sguardo su di lui. Occhi/mani/bocca del britannico, e ritorno. Comprese imprecisate, ulteriori, combinazioni. Nel frattempo lui si gode lo spettacolo di questa specie di ping pong erotico a cui, inconsapevole, ho iniziato a giocare. Mi sorprende con due occhi affilati. Intanto ha smesso di parlare fitto. Dall’altra parte del filo se ne saranno accorti, mi dico. Cosa staranno pensando? Ad un certo punto lui scuote la testa ondulata, come a tornare in sé, e ricomincia ad inondare la cornetta di suoni veloci. Decido di alzarmi e andare a prendere un caffè, nella speranza che intanto lui sia schizzato via. Vedermi così m’imbarazza sempre un po’, quando poi torno in me.

L’Husky mi sorprende di nuovo in un pomeriggio indeciso. Chiedo conforto al caffè al ginseng, che finalmente ho scovato in una macchinetta piazzata come fosse in quarantena nel ramo più squallido del gioviale braccio della morte. Sono infastidita e annoiata dalla poca convinzione dei giorni. In fila dietro di me c’è qualcuno. Non si capisce come facciamo ad accorgerci di esser trafitti dagli sguardi, talvolta, pur essendo di spalle. Sta di fatto che talvolta succede. Stavolta succede. E sono anche parecchio seccata. Che c’avrà da guardare quest’essere? Acchiappo il caffè appena scodellato dal distributore automatico, e mi volto per andar via.

Dietro di me c’è l’Husky.

Sono ancora stordita dalla sorpresa, mentre la mia voce, azionata non so da chi, dice “perché lei mi ricorda tremendamente Jarvis Cocker?”

Che cazzo ho fatto, mi chiedo. Neppure lui se lo aspettava, credo. Abbozza un sorriso, incuriosito. Miracolosamente arriva un suo amico, a cui, probabilmente, deve un caffè. Ci vede lì come due sciroccati, quattro occhi decisamente intontiti. Ci guarda. Avrà capito. Fuggo. E auguro a me stessa un’amnesia tombale.

(la seconda parte del racconto è qui )

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