Fetale

–       Chi è?

–       La Morte. Vengo a prenderti, Giuliana.

–       Stronzo. Scendo.

Christian è il mio migliore amico. Il primo ricordo di noi due risale al secondo anno di università, lezione di sociologia dei processi culturali. Il professore era per metà un genio, per metà un personaggio mitologico. Se l’avesse conosciuto, Jung ne avrebbe fatto un archetipo. Christian continuava a fare battute su ciò che il professore diceva, e su come lo diceva, finchè disegna una specie di caricatura dell’Archetipo. Le risate si fanno incontinenti. Decidiamo che è meglio uscire dall’aula prima di ritrovarci crocifissi alla lavagna.

–       Allora? Devi dirmi qualcosa?

–       Non particolarmente.

Christian ormai mi fiuta i pensieri dagli occhi. Uno sguardo, e mi spoglia la reticenza. A volte questa cosa ha un che d’inquietante: succede da anni, ma quando si ripropone, mi sembra sempre ugualmente incredibile (mi balocco con poco, lo so). A volte gli faccio degli scherzi, tanto per sparigliargli le carte e sgretolare la mia reputazione di prevedibilità ai suoi occhi. Il punto è che non mi dà soddisfazione: ci penso, architetto, costruisco per bene le baggianate che poi tento di vendergli per vere, e lui niente. Reagisce come un alienato. Sgonfia le mie balle semplicemente non accorgendosene. Per un attimo, anche stavolta ho pensato d’inventarmi qualcosa prima di raccontargli la verità, ma poi mi son detta che i miei occhi sicuramente non avrebbero accettato di reggermi il gioco e quindi, banalmente, gli racconto  di come ho notato l’Husky, della figuraccia da adolescente scompensata, e del libro di Jarvis Cocker.

–       Te c’hai guizzo, sei fantasiosa. Sai colpire le persone perché hai un tuo stile. Però hai degli alti e bassi che fanno paura. Per te, o sono montagne russe tutta la vita, o sfanculi. C’hai lo sfanculamento facile, e poi dopo ti fai la rivoluzione. Questa cosa vivitela tranquilla, ok?

Una volta parlai a Christian di un tipo che avevo conosciuto. Occhi verdi da gatto randagio che mi avevano schiaffeggiata una mattina di febbraio. Non so perché, avevo inzuppato questa cosa di una glassa romantica di giustificazione del tutto superflua. Era semplice, una ragazza ed un ragazzo che si annusano la pelle, e si piacciono. Non c’è bisogno di mettere in piedi castelli edificanti per dare a questo una parvenza di decente. Del resto, perché poi dovrebbe apparire decente. Io comunque faticavo ad accettarlo. Christian m’inchiodò a questa evidenza con una semplicità e sgradevolezza tali, che neanche la tramontana quando ti taglia la faccia d’inverno avrebbe potuto far di meglio. “Vuoi che lui ti scopi a sangue, ho capito. Guarda che non c’è mica niente di male, eh”.

Vorrei dire a Christian che quando ho visto l’Husky sono riaffiorate, di colpo, queste parole, come ossa dissepolte da cani famelici, ma non sono ancora pronta a questa pubblica ammissione. E’ tutto ancora molto sotterraneo.

–       Va bene, dottore, seguirò scrupolosamente la sua prescrizione – mi limito a dire deficiente come non ho vergogna di svelarmi, con lui.

Passiamo la serata in un locale genuinamente rustico, anche perché lo era già molto prima che saltasse fuori la moda del finto stropicciato. Questo posto ha le stesse sedie che trovavo in cucina dai miei nonni quando andavo a pranzo da loro il sabato. Mi sembra di sentire scrocchiare sotto i denti il petto di pollo che mi preparava la nonna. Mi sento al sicuro neanche fossi in un rifugio antiatomico, e mi rendo conto che non è perché il posto mi ha ricordato cose soffici, ma piuttosto perché ci sono entrata con l’animo di quando ti nutre l’esistente. E’ Christian che m’impedisce di scordare qual è la mia materia prima.

Arrivo a casa. Fa un freddo criminale, inusuale da queste parti. Prima di salire le scale (abito al secondo piano) mi sfilo le parigine, non tanto per non far rumore, ma per prolungare quella sensazione di piccola trasgressione giornaliera inaugurata dalla frase di Christian.

Vado a letto senza bisogno di un pensiero con cui lambiccarmi le meningi in attesa di prender sonno. Così placida, che non sembra neanche dicembre.

(la quarta parte del racconto è qui )

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