“Sei l’unica luce negli abissi del mio cuore”. La prossima volta meglio se paghi la bolletta

I’m a stranger here (?)

Ho trovato questa frase sulla prima pagina del libro che m’ha dato l’Husky, e a seguire il suo indirizzo e-mail.

Si chiama Doug, il britannico, e la cosa divertente è che ha lo stesso nome di un personaggio che adoro di Circolo Chiuso, un romanzo di Jonathan Coe. Inglese anche lui, guarda caso. Sinceramente speravo che m’avesse scritto qualcos’altro, qualcosa che masturbasse con mani esperte la mia fantasia, e invece ha buttato lì senza troppa fatica la frase di una canzone di Jarvis Cocker.

Da lì ci siamo scambiati una manciata di e-mail in cui entrambi, credo, abbiamo cercato di prender le misure per capire quanta fosse la distanza tra ciò che abbiamo immaginato e ciò che l’altro è. Doug propone di vederci. Io suggerisco un giorno e un posto per un caffè. Accetta.

All we ever wanted was everything, all we ever got was cold.

La mattina in cui dobbiamo incontrarci il cielo sembra sull’orlo di una crisi di pianto. Avete presente quando s’ingoia nervosismo e frustrazione a ripetizione, finché non si arriva al punto limite? Uguale. Dopo giorni di malessere strisciante, il cielo sembra pronto a sfogarsi: lo stesso colore dei lividi a una settimana dall’urto che li ha provocati.

Per non esser troppo puntuale, finisco per fare un quarto d’ora di ritardo. Doug è già lì, e mi nota appena prima che sia io, a vederlo. Per un attimo me lo immagino ventenne, in maniche di camicia bianca, in una foto che ha sullo sfondo una scogliera. Il Doug di oggi, invece, ha camicia e maglione scuri, e polacchine blu notte. I capelli non devono essere tanto diversi da allora, mi dico.

Arrivo a passi rapidi, così evito l’imbarazzante dilemma relativo a come salutarlo. Ma mi avvicino a sufficienza da annusarne l’odore. Familiare come qualcosa che non ti è del tutto ignoto, la prima volta che hai a che farci.

–       Sei la prima studente così giovane che conosce Jarvis Cocker, sai? – mi dice non appena ci sediamo nel bar.

–       Ed è stato questo a colpirti?

Non vorrei, ma mentre dico questo, gli conficco la mia determinazione negli occhi. Come volessi dirgli che è colpa loro, di quelli occhi, se siamo lì.

–       Mi ha colpito vederti molto colpita, quel giorno in biblioteca.

Capita che Doug inciampi nelle vocali finali delle parole, che talvolta le sbagli. L’avevo notato già dalle sue e-mail. Eppure questi errori non sembrano affatto stonati. Sembra ci sia un’interna coerenza tra le sue parole e come le indossa, ed il corpo immateriale di pensieri che le muove. Mi piacerebbe spogliare questo immateriale lentamente, e senza farmene accorgere.

–       Di solito te ne vai in giro con lo sciame di api intorno. Tu mi hai scelto come ape regina.

A questo punto l’Husky sembra il gatto che s’è appena mangiato il topo: come se s’intravedesse il pezzetto di coda che fuoriesce da un angolo della bocca. E’ compiaciuto, ma preferisce non darlo troppo a vedere. Vuole continuare a tenere le fila del gioco, e accontentarlo non è certo un grande sacrificio.

–       Jarvis Cocker non è il pretesto più frequente con cui le studentesse tentano di attirare l’attenzione, ecco.

–       Sei tanto sicuro di te, da esser convinto che il mio fosse un pretesto, eh …

Arrivano i caffè che abbiamo ordinato. Continuo a immobilizzargli lo sguardo; s’è creata una nuvola di tensione emotiva sulle nostre teste. Dovrei gettare acqua sul fuoco, e invece.

–       Comunque, in tutta franchezza, non sono una studentessa-groupie. Lavoro. Sono una giornalista, scrivo per un magazine femminile. Mi sono regalata il corso di tedesco perché da anni mi ripromettevo di studiarlo.

–       Sembri diversa. Sembri una ragazzina imbronciata. E maliziosa.

–       Anche tu, con quelli occhi, potresti tranquillamente celare una doppia vita da serial killer, per quanto mi riguarda.

–       Quanti anni hai?

–       Trenta. E tu di che anno sei?

Non so perché la domanda mi vien fuori così. Mi sembra di essere tornata alle scuole medie.

–       1965.

–       Da quanti anni vivi in Italia?

–       Dieci.

All’improvviso avverto un senso tremendo di scomodità a parlare con Doug in quel bar.  Sguardi fantasie gesti non gradiscono testimoni, ma tra un quarto d’ora ho riunione in redazione. Devo salutarlo. Mi scoccia immensamente, anche perché non voglio essere io a uscire allo scoperto per capire se ci sarà una prossima volta. Ma sono così nervosa, che faccio cadere la mia borsa, e il contenuto si rovescia rumorosamente a terra. Vorrei infilarmi io, dentro la borsa, dopo questa figuraccia. Mi piego per raccogliere tutto, Doug inaspettatamente ha deciso di aiutarmi. Me ne accorgo solo dopo che gli sfioro la mano. Non riesco a fermare un’ondata di tremore. E’ troppo, devo eclissarmi adesso.

–       Quando ti rivedo, allora? – chiede Doug durante l’ultimo sguardo che gli lancio.

–       Sentiamoci, magari. Sono giorni un po’ complicati.

Ci scambiamo i numeri, e due baci sulle guance.

Flash of youth, shoot out of darkness

Inizia a piovigginare. Vorrei aver voglia di ricamare su quanto accaduto, da farci il corredo di nozze per la prossima vita. Invece questo momento risuona dello stesso metallo del freddo trascinato dallo scirocco. Un freddo senza (co) strutto né orizzonte. Un freddo piazzato lì senza ulteriori specifiche. Conviene cercar di capire come farlo funzionare, senza far affidamento sul fatto che passerà.

(la quinta parte del racconto è qui )

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