Questione di nerd

Posato sul tavolo tra me e lui qui in biblioteca, c’è un vocabolario italiano-tedesco /tedesco-italiano. Le due parti del tomo sono divise anche cromaticamente. Bianco/rosso. Mi torna alla mente il mio primo vocabolario di latino, e con questo, il suo odore di muffa.

Lui potrà avere vent’anni, non di più. Anni piuttosto svissuti, a giudicare da come attraversa il mondo circostante. Lenti spesse ed occhi – a – palla. Me lo immagino abbracciato dalle tenebre come un vampiro, la testa lanciata nel computer. Catalizzato dall’atto che sta compiendo e che non è – potrei scommetterci dei soldi – scaricare porno, bensì musica. Robaccia più molesta di una zanzara che ti ronza per mezz’ora ad un centimetro dall’orecchio ( ed avendo subito entrambe le cose, posso garantire)

Sulla sinistra del tavolo è seduta una lei. Inspiegabilmente, ha un sorriso tatuato sui denti e, cosa ancora più incredibile, la vista di quelli occhi – a –  palla le espande il sorriso dalla punta dei capelli all’ultimo centimetro del tacco degli stivali.

La tizia ha un giubbotto rosso che pare ricavato da un sacco d’immondizia, e sembra essere sufficientemente smielosa e servizievole da avere un certo numero di corteggiatori. Ma s’è scelta lui, dal mazzo. Gli dice qualcosa che non sento, ma il linguaggio del corpo è praticamente universale: perfino gli scaffali stipati di libri hanno capito. Per quanto mi riguarda, l’argomento di conversazione sollevato dalla fanciulla potrebbe anche essere la densità di polvere per centimetri quadrati dei succitati tomi, il punto è un altro. Io e gli scaffali stipati vorremmo poter svegliare a scudisciate dal suo torpore mortale il ragazzo con gli occhi – a –  palla. Mi sento molto solidale ( con lei) e molto incazzata (con lui) al tempo stesso.

Mentre lei continua a parlargli, si alza e gli si siede accanto. La speranza è che lui adesso se ne sia accorto.

La pulzella non si perde d’animo. Ci crede. Lo guarda sistematica e annuisce fitta mentre lo ascolta. Se fossimo in un cartone giapponese, a questo punto della storia lei avrebbe gli occhi a cuoricino.

Lui la saluta, e si alza per andarsene.

Agghiaccio al pensiero che possa averle detto che doveva andare a pranzare, e purtroppo data l’ora e la spiccata sagacia del soggetto, è più che probabile. (In un cartone giapponese, a questo punto della storia, io avrei la classica gocciolina di sudore sulla fronte)

Neppure questo distoglie la tizia dalla contemplazione estatica del suo oscuro oggetto del desiderio. Mentre lui si allontana, gli occhi di lei restano incollati sulla sua giacca, come le ortiche impigliate nei calzini dopo un pomeriggio in campagna.

Il ragazzo con gli occhi – a –  palla tornerà in biblioteca nel pomeriggio, ha lasciato i libri lì sul tavolo. La fanciulla ottenebrata li sfoglia, magari alla ricerca di quelcertononsoche in grado di rendere i tomi più golosi e desiderabili di lei agli occhi di lui. O forse solo per quell’antipatico tic che ci prende quando siamo attratte da un uomo, e per cui, testarde, ricerchiamo negli oggetti che gli appartengono, tracce, briciole, della sua grazia, come se quelle cose fossero un’estensione di lui, che vive della sua emanazione.

Fresco del limbo comatoso post-prandiale trascorso davanti all’ultima serie di Big Bang Theory, il ragazzo con gli occhi – a –  palla torna in biblioteca alle sudate, amate (!) carte. Musica letale nelle orecchie, il solito sguardo vispo a garanzia di tonicità e concentrazione della mente. Scorre le pagine della sua grammatica tedesca fino al capitolo sui verbi modali. Ci trova un biglietto. Si gratta la testa, stranito.

 

“Cretino, l’hai capito che piaci alla ragazza con il giubbotto rosso?

Fai qualcosa.

un’amica”

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