Il mio quarto d’ora d’egoismo

Mi prendereste per pazza, se vi dicessi che le madeleine di proustiana memoria e la porchetta hanno insospettabili punti in comune? La risposta è sì, probabilmente. Ma se mi date la possibilità di esporre la mia, personale, teoria in merito, potreste ricredervi. E magari, potrebbe perfino venirvi voglia di un panino con la porchetta, nel bel mezzo della lettura di questo post.

Qualche ora fa, durante una serata incosciente ma taciturna come solo i giorni a ridosso di fine anno sanno essere, mi viene voglia di panino con la porchetta. Ci tocca aspettare più del previsto, al punto che iniziamo a chiederci se in realtà non stiano producendo giusto adesso, nella cucina della rosticceria, la porchetta.  Finalmente l’agognato cibo arriva, e il profumo di porchetta misto al pane caldo mi abbraccia i sensi in modo così seducente, che sono ad un passo dalla beatitudine.

Non è solo il profumo di bontà in sé, ma anche – soprattutto – la vagonata di ricordi, sensi risvegliati e confortanti sapori che si trascina dietro quell’abbraccio. Ero tornata bambina, a dieci anni, quando aspettavo i toast del venerdì sera come la mia, personale, festa.

Questo fotogramma in me densissimo sarà durato non più di un paio di minuti, ma è stato capace di acchiappare come carta moschicida tanti – troppi – abbozzi di pensieri che mi turbinavano in testa a mo’ di coriandoli ormai da un po’.

(Mi) capita senza preavviso e per brevi, discontinui, spiragli, di sentirmi comoda nei giorni che percorro. Come essere in un negozio alla ricerca del vestito azzeccato, e dopo ore in cui ti tormenta vederti indosso cose che non c’entrano nulla, finalmente arriva quel vestito che valorizza un dettaglio, magari timido, di te. Qualcosa d’infinitesimo, ma che lascia intravedere scenari inimmaginabili, appena qualche secondo prima. Mi ci è voluto un po’ per sopportare questa specie di andatura singhiozzante. Cambiando ottica, adesso, spero di riuscire a suonare a tempo con questo strano spartito.

Ho avuto il terrore di trovarmi davanti il buon Carlo e l’ineffabile Pamela, in questi giorni di festività forzosa; sì, perché la mia malasorte ha una spiccata ironia nera: non bastava che il suddetto impanasse di merda fumante ciò che eravamo stati insieme, doveva pure innamorarsi di una della mia stessa città, conosciuta nella loro, comune, città d’adozione. E’ pur vero che quest’ipotesi mi ha fatto venire i brividi in un settembre che più che un inizio d’autunno pareva lo stadio terminale di un inverno maligno, ma mai avrei immaginato di ritrovarmi, un mese fa, di colpo, a valutare suddetta eventualità, e non aver nulla da rispondermi. Non una superiorità recitata, né glaciale indifferenza, e neppure perdono da cristianesimo. Un niente che è oltre tutto questo, e che non nasce perché ti metti a tavolino a ragionarci su, ma perché quando i giorni t’infilzano da ogni parte, ti scopri esperta in automedicazione e diagnostica. Medico e paziente. Equilibrista coi piedi centrati. E’ il multitasking, bellezza.

Accettare di chiudere la porta a Simone in ogni sua forma e manifestazione ha restituito all’affaire Carlo le giuste dimensioni. Quelle di una caccola.

“Ma c’hai le pigne in testa?” mi disse Simone una volta, e le orecchie mi ronzarono come quando arriva un brutto calo di pressione. Aveva indossato un’espressione estremamente consueta a mio padre, e non sarebbe stata l’ultima volta. Odio confermare le tesi freudiane sulle dinamiche padre-figlia, trovarmi addosso i sintomi di un clichè non mi aiuta ad avere una grande opinione di me stessa. Ma ora che ho rinunciato a ciò che di Simone portavo addosso, ho smesso anche di guardare gli uomini in cerca del dettaglio di mio padre capace di sorprendermi. O rincoglionirmi,  a seconda dei casi.

Brindo allo spirito di gatta che mi ha fatto capire sempre qual era il momento di uscire di scena, senza danni irreversibili e senza rischiare di ritrovarmi con le zampe e la coda carbonizzate dall’incendio.

Sono inquieta, finchè non trovo un posto che sia il mio, posto. Devo ancora capire se credo in quella che chiamano felicità , perciò non tento neppure altisonanti auguri per l’anno che ci aspetta sulla soglia. Penso alla sensazione di sazietà dei sensi che mi prende certe sere, a tarda ora, camminando al centro della strada, sapendo che non ho, relativamente, da temere, perché un’eventuale macchina potrebbe arrivare solo davanti a me. Se questa sensazione ha un che di confortevole e indefinito al tempo stesso, vi auguro di provare qualcosa di simile nei mesi a venire.

Io nel frattempo mi accontento di aspettare la consueta puntata di Derrick del sabato mattina. Non è poi così lontana quella sazietà.KRAFTWERK

 

 

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