Che succede se ti prendo per mano?

La certezza è un lusso che ci concedono poche cose, in genere non particolarmente piacevoli. Come quando ci si ripromette di non pensare all’elefante, per poi ritrovarci, colpevolmente, a torturare la mente con colore, zampe e proboscide del pachiderma. A volte ci spingiamo fino al punto di dargli un nome. Dopotutto, siamo i custodi più attenti e gelosi delle nostre ossessioni.

Così, Caterina rimestava ormai da venti minuti il minestrone della mensa aziendale, ipnotizzata dal suo stesso mulinare il cucchiaio nel piatto. Talmente assorta, da non accorgersi che ormai, quel che tecnicamente era il suo pranzo, era diventato plastica. Continuava a palleggiare mentalmente il proposito di usare quel contatto, tra un accenno di rivalsa, e uno strattone di pigrizia.

Elisa, la sua migliore amica, le aveva procurato il numero di cellulare di un critico d’arte locale, in gamba e neanche troppo radical chic, la sera che Caterina era finita in lacrime. A nessuno dovrebbe capitare mai di ascoltare, non visto, pettegolezzi sul proprio conto. E’ uno dei pochissimi casi in cui è preferibile che la polvere resti lì, abilmente camuffata dal tappeto. Era ormai passato circa un mese, dalla sera della rimpatriata con i colleghi di università. Caterina avrebbe dovuto dar retta al suo malumore gorgogliante, e non andarci. Invece si era messa in borsa il suo nero di seppia, ed era arrivata al locale in cui si erano dati appuntamento. Con un quarto d’ora d’anticipo, peraltro. Era andata in bagno per ammazzare il tempo, finchè non entrarono altre due donne.

“Da quello che ne so, ha avuto una convivenza di sette anni, ma poi è finita, ed ora si ritrova a trentott’anni sola e senza figli. Lavora al servizio assistenza di quella compagnia telefonica da qualcosa come dieci anni. E’ finita a fare la centralinista, in poche parole. Che vita invidiabile, eh?” Era stata Ilenia a parlare, una compagna di facoltà simpatica quanto una spina conficcata al centro della pianta del piede. La serata era merito suo.

“Già. Difficile credere che è la stessa De Marco dei tempi dell’università”, aveva risposto Emanuela, a cui, all’epoca in cui studiavano, l’aveva legata una grande amicizia ad Ilenia. Amicizia, o rabbiosa cattiveria nei confronti del resto dell’umanità, a seconda dei punti di vista. Difficile, a volte, stabilire dove comincia l’una e finisce l’altra.

“Davvero. Ti ricordi? Caterina era una tipa assurda. Guardava film improponibili, ascoltava musica che conosceva solo lei. Eppoi quant’era pallosa, con questa storia dell’impegno civile”

“Ho sempre pensato che si sarebbe suicidata, o sarebbe andata a vivere in Patagonia con un tipo più strambo di lei”

Bianco. Rosso. Viola. Verde. Nel giro di qualche minuto, Caterina esplorò integralmente questa scala cromatica. Era fuori discussione che uscisse da lì; fortunatamente Ilenia ed Emanuela usarono l’altro bagno. Dopo che furono uscite, Caterina aspettò ancora un po’, e poi andò via dal locale. Due ore dopo mandò un SMS ad Emanuela scusandosi per l’improvvisa assenza, di cui diede la colpa ad un tubo che era (provvidenzialmente) esploso nel bagno di casa.

Eppure c’era del verosimile, in quanto avevano detto Ilenia ed Emanuela. Di colpo, in quel cesso umido e scomodo, le cose avevano svelato i fili – soffocanti – che le univano.

Aveva troncato con Alessandro perché, le sembrava, da un momento all’altro tutto ciò che lo riguardava la infastidiva. La irritava tremendamente che lui non l’avesse mai costretta ad affrontare l’argomento figli. E lei, negli anni, aveva fatto di tutto, inconsciamente, per dissuaderlo dal toccare la questione. E questo perché si sentiva ospite di una vita estranea, che non faceva nulla per metterla a suo agio. Caterina era l’ospite che resta impalata in salotto, con la borsa posata sulle gambe serrate, senza alcun intenzione di sfilarsi il cappotto. Dare un figlio ad Alessandro avrebbe significato obbligatoriamente togliersi quel cappotto e mettersi comoda, rassegnandosi ad abitarla, quella casa. Era lei l’artefice dell’implacabile ingranaggio che prometteva di stritolarla.

Tutto questo guidò Caterina a casa di Elisa, la sera della resa – a sé stessa. Per anni, ogni volta che desideri e aspirazioni si erano presentati, li aveva invitati, con modi sbrigativi, a tornare più tardi. Ora tornavano, molto incazzati, e con un conto molto salato da pagare, per Caterina.

Le era costato un giro assurdo di telefonate, ma alla fine Elisa riuscì ad avere il contatto di Baroni. Ed intimò all’amica di chiamarlo subito, per evitare di ripiombare in quella sorta di anestetica accettazione in cui galleggiava da anni. Quel gesto avrebbe compromesso, finalmente, l’ingranaggio. Da lì doveva cominciare. Erano vent’anni che si gingillava con questo fatto di dipingere, “ma solo per hobby”. In realtà, ora che si era accorta di quanto tempo s’era fumata così, si sentiva rodere. Non aveva mai voluto ammettere a sé stessa che provarci sul serio le importava, eccome. Forse troppo, se poi aveva condizionato tanto pesantemente anche tutto il resto.

(continua)

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