L’otto tutto l’anno

Sto lavorando ad un’inchiesta sulla violenza di genere, e prima che me ne accorgessi mi sono trovata assorbita da quello che doveva essere “l’oggetto” della mia indagine. D’altronde è sempre difficile stabilire fino a che punto sia chi scrive a plasmare, modellare e restituire ciò di cui parla attraverso il proprio vissuto, e quanto sia invece la materia ad attraversarti e trasformare un pezzo di te.

Da qualunque punto di vista la si approcci, la violenza sulle donne è un problema piuttosto incandescente. Tutti pronti a ricordarci quanto siamo emancipate, fortunate e privilegiate rispetto alle nostre madri e nonne, ma non credo di essere la sola che, confrontando questa sorta di leggenda metropolitana con la propria quotidianità, si sente vagamente presa per i fondelli. Tra le pieghe delle confidenze tra amiche e colleghe trapela spesso qualcosa che in genere è una sorta di tabù: ci sono troppi modi d tentare di soffocare l’individualità di una donna, al punto che molte di noi ne hanno subito almeno qualcuno. La salvezza è parlarne, iniziare ad aggredire il muro che nasconde agli altri, a sé stesse, alla vita. E quando a volte ti ritrovi disarmata ed arresa, magari davanti ad emerite sciocchezze, la storia della donna dai capelli rossi torna alla memoria per suonarti una salutare sberla.

La prima volta chiamò e disse “ho bisogno di un colloquio subito, ho perfino rimandato l’appuntamento al Centro Tumori di Milano”. La direttrice del Centro antiviolenza m’introduce con queste parole alla donna dai capelli rossi. Due bambine, 29 anni da compiere, un marito per il quale ci sono aggettivi abbastanza calzanti. “Se ti tolgo la parrucca qui davanti a tutti, ti faccio fare una figura di merda”. E invece era difficile accorgersi che quelli in testa non erano i suoi capelli, mi assicura la direttrice del Centro. E la conferma di questo è davanti ai miei occhi, nella foto che la ritrae con le sue due figlie, la più grande delle quali alta quasi quanto lei.

La donna dai capelli rossi non era solo alta e maestosa esteriormente, aveva la forza di un tigre. L’estate in cui, dopo la chemio, la malattia le aveva dato tregua,  s’era messa in testa di lavorare e l’aveva fatto: chi è stato da queste parti sa che agosto è un mese micidiale anche per chi è in buona salute. Mi sono chiesta come poteva essersi sentita lei, quelle sere d’estate mentre tornava a casa. Ci ho pensato e mi sono sentita piccola piccola.

La donna dai capelli rossi era riuscita a dire basta a quel matrimonio mortale, le bimbe vivevano con lei, ed intanto il processo era iniziato. La malattia le ha impedito di assistere alla sua conclusione, ma la notte in cui è morta, il giudice stava lavorando all’atto che avrebbe deciso l’affidamento delle bambine ai nonni materni. E quell’atto è stato emesso appena prima che si sapesse che lei non c’era più. E questa piccola fortuita coincidenza ha permesso che le bimbe non restassero con il padre.

L’energia della donna dai capelli rossi attraversa per tutto il tempo questo racconto che mi è stato regalato, ma sarebbe ipocrita negare l’amarezza, il dolore, il tremendo senso d’impotenza che sanguinano mentre ascolti.

Al Centro antiviolenza continuano ad arrivare donne che la conoscevano, che hanno appreso da lei l’esistenza di strutture come questa. Si era salvata da un matrimonio mortale, e le veniva naturale parlarne con chi era nella sua stessa situazione, concreto esempio di un cambiamento possibile e reale. Nel dolore si affaccia un sorriso: è naturale pensare che una donna come lei abbia lasciato dietro di sé non solo un filo, ma un intero gomitolo rosso da dipanare.

Ho vinto la malattia  e non devo vincere uno stupido così?, diceva in una lettera testimonianza che stava preparando. L’ironia è spesso sintomo inequivocabile della forza di una persona.

Perfino mentre ne scrivi, senti la voce accartocciarsi.

 

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