Francesca va in città

Ho in tasca un biglietto per Roma, un pugno di euforia e qualche grammo di paura.

Purtroppo/per fortuna il ventre della mia terra sembra respingermi, e la nebbia d’incertezza m’impedisce perfino d’immaginarmi nel giorno del mio compleanno.

Non ho mani per provare a trattenerti. La voce precipita, prima ancora di concepire l’esatta distanza a cui ti collochi. Eppure ho violato le tue labbra, le scapole e la schiena molte volte, negli ultimi due mesi. Il tuo ombelico immaginato mi affama la bocca e i desideri, in barba a ciò che è stato, a ciò che (non) vuoi e ai calendari sfogliati troppo convulsamente.

Non riesco a immaginare di parlare di quel libro di Foster Wallace con nessun altro che non sia tu. E nonostante la pioggia mi assolva, l’ansia non passa. Resta incommensurabile il desiderio e il peccato racchiuso nella tua timidezza, fomentato dalla tua voce sussurrata, evaporato dall’ombra dei tuoi occhi abbassati. Giorni scoscesi mi separano da te, eppure sono stata brava a seminare la rassegnazione.

Suona curioso dover addentare la tua città ora che tu hai altri luoghi negli occhi. Ti soffio un bacio sul naso. Svegliami stanotte se ti arriva.

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4 pensieri su “Francesca va in città

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