Le stagioni fanno a pugni, e non sono sicura di essere un buon arbitro

Nel mio dialetto c’è una parola per dirlo. Feddhrisciata. Come quando si rompe un vetro, e mille schegge bastarde ti penetrano ovunque, sui piedi e nelle mani, e ti ritrovi i polpastrelli delle dita pieni di tanti piccoli, insidiosi tagli.

Sto così.

Ogni giorno c’è una sciabolata che mi prende alla sprovvista. Tutte le volte mi riprometto di starci più attenta, di non abbassare la guardia, ma puntuale come ‘na tassa, sistematicamente mi ritrovo a sanguinare.

Pur vero che quel rosso è la prova che, a dispetto di tutto, desideri e raggia, non si sono stinti come temevo.

Gennaio e agosto se le danno di santa ragione. Io non so da che parte stare. Ognuno di loro ha un pezzetto di ragione, ma a furia di studiare da equilibrista, finisce che poi mi dimentico il caffè sul fuoco.

Tanto. Troppo. Tutto insieme, schizofrenicamente.

Ho visto un film, e la scena finale ha scongelato i quintali di siberia che mi portavo addosso come un cappotto da un po’.

Ho letto un racconto di Rossano Lo Mele dei Perurbazione, e ci ho trovato talmente tanto del minestrone che mi borbotta nel cuore, da farmi piccola piccola. Diventare un chicco di caffè, ed essere risucchiata da uno scarico del lavandino fin troppo solerte.

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