Wer wenn nicht wir

Da quel giorno a pranzo, ogni volta che passo davanti a Marcolino non posso fare a meno di pensarti. Sposto lo sguardo sulla libreria dirimpetto, e per un attimo t’immagino lì. Sai essere confortante, anche se lontano, ora che ho deciso di tenerti con me in barba a tutti i nonostante, compresi i chilometri che ci dividono. Donare qualcosa equivale a tatuarsela come un neo, scontandola anche a costo di lacrime, omertà, malintesi. Se tu sei qui, perchè dovrei vergognarmi di accettarlo?

Sei qui. E ora che ho capito che non ne hai colpa, il grumo ha smesso d’essere qualcosa d’ingombrante, e s’è accucciato tra le note delle canzoni dei Chameleons.

La macedonia del mio fruttivendolo di fiducia è un concentrato di tristezza. A volte troppo matura, altre troppo acquosa. Troppo acerba o senza ciliegie, comunque incapace di essere all’altezza.

Battere le dita su una tastiera per assecondare un’intuizione, trovarsi, dare forma a energie disperse. (Ri)comporre il frammentato. Gomitolo da sbrogliare in attesa di decidere se farne gonna o sciarpa.

Vivere, mentre i ceci sono a brontolare sul fuoco. Per quanto poco poetico sia. Non c’è alternativa, immagino.

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Un pensiero su “Wer wenn nicht wir

  1. “Donare qualcosa equivale a tatuarsela come un neo”, a parte il surrealismo del neo tatuato, o forse grazie a questo, e’ un concetto potente che condivido in pieno. Ma tutti i primi due paragrafi sono trascinanti, coinvolgenti.
    ml

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