Casa è dove suonano i Chameleons, fosse anche Prenestina

Quando le circostanze ti boicottano, ogni fonte di coraggio è ben accetta. Anche la gentilezza degli sconosciuti. Il caso a volte sa stupirti, se lo sfidi a darti un cenno di assenso.
Ho un personale test della paura. Quando l’angoscia lievita, mi chiedo cosa mi direbbe la me bambina. Sarebbe lei a tranquillizzarmi, o s’incazzerebbe?
La memoria è la spina che d’estate ti si conficca sotto il piede appena cominci a camminare scalza. Mentre quasi mi convincevo che stavo facendo una cazzata e continuavo comunque a farla, mi ha schiaffeggiata la luce verde dell’insegna di una farmacia. La stessa che, senza motivo apparente, mi colpì la sera che ero in tram con Carlo. Stona passare vicino quella che era casa sua, ora che la lontananza non è solo questione di geografia.
Poi la musica parte, e in un attimo sono a casa. Mi sento come la scena di Febbre a 90 in cui Paul va per la prima volta allo stadio da solo. L’abbandono della famiglia brucia giusto un attimo, il tempo di assaporare qualcosa di nuovo. Il gusto dell’appartenenza che scegli. Quella che, per coltivarla, ti obbliga a scappare dal caldo, soffocante nido dell’adolescenza per immergere le mani nel fango della vita.
La voce scartavetrata di Mark. La sua maglietta, la stessa del concerto a Camden Palace trentaquattro anni fa. La dolcezza indomita che non si lascia ingabbiare, irriducibile. Quella a cui basta un basso per ucciderti, ma con riguardo. Quasi ringraziandoti di lasciarglielo fare. (“Dear listener, thank you for lending us your ears”).
Il tassista ha un’insolita voglia di parlare, e assecondarlo non mi costa chissà quanto. Stanotte regalerei a chiunque uno sguardo benevolo. Forse perché, dopo un secolo l’ho concesso a me.
Questa sera ho imparato che i tassisti sono superstiziosi e che la libertà, come qualunque oggetto di valore, ha un prezzo. Talvolta può essere quello di un taxi. Pensavo peggio.

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