La penna come sismografo

Ci hanno provato in ogni modo, a farmi abortire il viaggio tanto a lungo desiderato.

Ci hanno provato a lungo, e fino a un certo punto ci sono anche riuscite, le mie nevrosi.

Mi dicono che basta volerlo, per farle cicatrizzare definitivamente. Ma proprio l’ottimismo d’accatto mischiato alla totale inconsapevolezza di ciò che si dice ha avuto l’effetto di generose manciate di sale, più che di salutare disinfettante.

Ci sono bracci di ferro ben lungi dal regalarci una vittoria schiacciante. Sono quelli che – al massimo – ci aiutano a instaurare un dialogo con la nostra furia, interrompendone il monologo.

Berlino ha il sapore della carezza che mi sono a lungo negata. Lo sguardo stupito e affamato che avevo da piccola. Quella voglia di camminare che non si spegneva neanche dopo essermi sbucciata le gambe.

A questa città devo parte delle mie cellule, e non solo per tutte le delizie e l’alcool che mi ha indotta a ingurgitare.

Ho scoperto luoghi a cui immaginavo (già) di appartenere, ma solo dopo averli calpestati mi sono liberata dalle catene di rimpianti accumulate in 30 anni.

Sono piena di gratitudine verso me stessa. Pronta perfino a concedere a Roma le attenuanti generiche del caso.

Oggi celebro il mio coraggio capace di fantasie salvifiche. È stato concesso anche a me di assaggiare un pezzetto di bellezza e allora, forse, per il momento non sarò più prigioniera di nuovi monologhi farneticanti.

 

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