La finta benevolenza del sole di gennaio

Dicono che sbagliando s’impara, ma guardando al mio curriculum esistenziale, qualche dubbio sorge. Mi sa che il detto popolare ha omesso di menzionare la velocità di reazione individuale quale fattore decisivo e discriminante.

Per l’ennesima volta avrei voglia di sgraffiare via la faccia della realtà circostante. Cancellarla con tutta la furia possibile, e rimuovere subito dopo anche il ricordo dell’accaduto. Però ancora non basterebbe a prosciugare la cieca e diffusa sensazione d’ingiustizia che mi porto al collo.

Non si sfugge. (Soprav) vivere significa sradicarsi la faccia e trapiantarsene una di cortesia, con tutti i rischi del caso. Ipotesi di rigetto e incapacità di familiarizzare con il nuovo organo in primis.

A ogni cinghiata sui denti promettersi – e pretendere – nuovi errori più edificanti, per poi, con metodo quasi matematico, fallire impietosamente alla prova dei fatti.

Se certi problemi si ostinano a usare i tuoi giorni come casa, a nidificare sulla tua inconcludenza, devi essere tu a cercare un nuovo posto in cui dormire, mentre prepari la strategia utile a sfrattarli.  Appurato che non ci si libera di una bestia chiedendole di compilare la constatazione amichevole, si può solo adottare l’approccio muscolare da sempre ripugnato.

Un problema non cambia pelle, finchè non riesci a guardarlo negli occhi. Sta a te rovesciarti i connotati, se serve a procacciarti il coraggio necessario.

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