Gli insondabili abissi che conosce solo chi ha perso un figlio

Parlò dolcemente a quelle che erano sveglie, calmandole, facendo loro coraggio, mentre con una matita ne scolpiva i corpi, le ginocchia strette e le mani intrecciate sui ventri gonfi, rivivendo il viaggio verso la maternità cui lui non aveva mai assistito. I loro occhi erano pieni di compassione per i figli in attesa nel grembo, bambini che stavano per conoscere un mondo di crudeltà e pregiudizio.

[…]
Egon ebbe un conato di vomito quando la porta [dell’obitorio, ndr] si chiuse alle sue spalle. Prese un fazzoletto dalla tasca, se lo legò dietro le orecchie e aprì il suo blocco, disegnando qualsiasi cosa trovava prima che il puzzo diventasse insopportabile. Si spostava da tavolo a tavolo, alzando le lenzuola sui cadaveri non più grossi di fagiani spennati, registrandone le fattezze sulla carta, corpi rigidi sospesi nel tempo e nello spazio, bloccati in mezzo al foglio. Allargò le barriere dell’anatomia, dilatando le loro teste, disseminandole di capelli da adulto, gli occhi inghiottiti da orbite infiammate, le gengive blu, la pelle punteggiata di viola, neri e rossi a contrastare il grigio della carne indurita. I loro ventri erano anche più gonfi di quelli delle signore gravide al piano di sopra; gli ombelichi privati del cordone ombelicale, erano come ferite aperte, mentre gli organi sessuali tumefatti andavano a posizionarsi su uno degli assi principali del foglio. Nel giro di qualche minuto si era messo a trattare i nati morti dell’obitorio allo stesso modo dei neonati della clinica soprastante; scolpiva gli uni e gli altri come omuncoli avvizziti, gli occhi infossati dentro visi ammaccati, i corpi tinti di rosso e nero.

“I colori primari di Dio” mormorò sottovoce mentre il guardiano appariva sulla porta.

(Passaggi tratti da Il pornografo di Vienna, biografia di Egon Schiele scritta da Lewis Crofts. A seguire, alcuni quadri del pittore austriaco ispirati al tema della maternità. Le tele si trovano presso il Leopold Museum di Vienna)

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