Il linguaggio – neanche troppo cifrato – dei modi verbali

Ricordo Michele, anni fa, quando si svegliò nello zaino porte-enfant e formulò così il suo primo gerundio: “Papà, dove andiamo stando?”.  Quella capriola sintattica aveva in realtà una logica di ferro. L’andare non era forse conseguenza dello stare, della condizione esistenziale di essere beatamente sistemato dietro papà orso? Oggi quel vecchio gerundio si raddrizza, diventa la quintessenza del divenire, della durata, della continuità. Dico a me stesso: “Sì, stiamo andando a Vienna”.

Il bocia ha imparato da tempo a raddrizzarli, i gerundi. Li usa perfidamente per proteggere le sue riserve di caccia, la musica soprattutto. Li impugna appena gli chiedi di dare una mano, svuotare l’immondizia, lavare i piatti. Ti dice: “Ma sto uscendo”. Oppure: “Stavo studiando”. Oppure ancora: “Proprio adesso che sto andando alle prove”. Nulla è più irresistibile di quella forma verbale che indica la continuità – non violabile – del tempo presente.

(Paolo Rumiz)

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