Non è mai troppo tardi per scegliere di sperare nell’umanità

La solitudine ammala l’anima. La mancanza di amore può uccidere, perché è incredibilmente difficile coltivare speranza, progettualità e motivazione senza compagni di strada. A lungo andare non avere qualcuno a cui affidare le proprie parole e le proprie lacrime risulta insopportabile; amplifica il dolore fino a trasformarlo in inferno sulla terra, e azzera la possibilità di cogliere anche solo un barlume di gioia.

Così, scendere fino al “grado zero” della condizione umana è scenario difficile da scongiurare. A meno che…

Mesi fa, e più precisamente il pomeriggio di Pasqua, ho visto al cinema Cafarnao, della regista libanese Nadine Labaki. Un film ruvido, scabro e squassante come un pugno allo stomaco. Zain è un dodicenne costretto a essere genitore di sé stesso, esposto alle intemperie della vita eppure instancabile nel tentativo di accudire chi è ancora più vulnerabile. Implacabile coraggio, il suo, che gli dà la spinta a denunciare una verità clamorosa e contro natura. Non è dato sapere se vincerà la battaglia ingaggiata in un’aula di tribunale, ma certamente, quanto a umanità, svetta da subito su chi avrebbe dovuto fornirgli esempi da seguire.

A dispetto della famelica giungla in cui è cresciuto, Zain ha dentro una miniera di empatia e caparbietà. Il suo senso della vita è così sviluppato, che riesce a vedere qualcosa di utile perfino nel ghiaccio.

Perché Cafarnao mi ha squarciata, donandomi lacrime di speranza? Probabilmente perché mi ha ricordato in modo tanto brusco quanto salutare, che “i miracoli” non sono privilegio esclusivo dei credenti, bensì regalo a portata di mano per chiunque abbia occhi, mente e pancia sufficientemente allenati a scorgere sagome viventi nel caos indistinto del buio.

L’ostilità può offrire, sotto mentite spoglie, un’opportunità di riscatto. Specularmente la luce rischia di accecare, se la sua intensità è eccessiva, o gli occhi indifesi. Indubbiamente la facciata delle cose fin troppo spesso trae in inganno, come nel caso di Rico, il protagonista del romanzo Il sole dei morenti di Jean Claude Izzo. Una storia cruda, messa in moto da friabili legami “normali”, sbriciolatisi e sostituiti da altri certamente non convenzionali ma basati su un comune obiettivo: sopravvivere a qualunque costo.

Amicizia, frustrazione, impotenza, animalesco egoismo. Cerchi che si chiudono lasciando in bocca un agrodolce sapore di incompiutezza. Il sole e il mare possono essere disinfettante o sale sulle ferite. Dipende dalla relazione instaurata con i propri demoni.

Come si può dire, davanti a una persona che sta andando alla deriva, “a me non potrebbe mai succedere”? La disperazione è un sentimento spaventosamente democratico. O se preferite, una sorta di mina vagante.

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