Abbastanza intelligente da alzare i tacchi

Il senso di inadeguatezza, come qualunque sintomo, non ha una causa univoca.
Questa considerazione, per quanto possa apparire banale in virtù del suo alto coefficiente di intuitività, si è palesata a me con la forza di un’epifania.

Per quasi 40 anni, ogni volta che in me si accendeva la lampadina del “che ci faccio qui? Terra apriti e risucchiami. Ora”, mi dicevo che era colpa mia. Non ero abbastanza per il contesto in cui avevo tentato di inserirmi, e la spinta respingente che ne era seguita aveva determinato un’(auto)espulsione pressoché inevitabile. Un organo trapiantato in un corpo che non lo riconosceva, e quindi metteva in atto ogni meccanismo possibile per difendere la proprio integrità.

Lo studio del tedesco, un corso di scrittura, o un nuovo gruppo di conoscenze. Puntuale, perpetuavo un circolo vizioso. Partivo animata da sogni di grandezza (che fortunatamente mi guardavo bene dal comunicare ad anima viva), e questi già dopo la prima, breve, esposizione alla realtà, si disintegravano. Le schegge tagliuzzavano ogni parte del mio corpo. Dolore e insofferenza prendevano il sopravvento, e la fuga a rotta di collo diventava un imperativo categorico. La teoria del “mai abbastanza” era sempre più vorace. Famelica, usava ogni possibile appiglio, anche il più blando, per fabbricare le dimostrazioni di cui nutrirsi. Cannibalesca.

Ho abbandonato fin troppo precipitosamente persone e, cosa ancor più grave, passioni e progetti che, a prescindere dall’esito che (non) avrebbero avuto, mi avrebbero comunque nutrita con cura paragonabile ad una madre.
Negli ultimi mesi, però, l’esigenza creativa, nell’accezione più ampia del termine, è diventata impossibile da silenziare. Forse anche perché ancora non ho capito se voglio/vorrò – e posso/potrò – farlo nel senso letterale. Così ho deciso che potevo – forse – tentare nuovamente di coltivare i miei interessi in un gruppo. Il bisogno di trovare ascolto, e chissà magari anche aiuto, all’improvviso ha sovrastato anche uno dei miei timori inconfessabili. Scoprire, dopo aver vinto l’impulso a fuggire, che gli sguardi altrui mi trovavano EFFETTIVAMENTE trasparente o, al contrario, sgradevole, come sospettavo d’essere.

E ce l’ho fatta. Sono riuscita a condividere cose mie con perfetti estranei, a dissimulare la vergogna di essermi esposta, e perfino a tollerare la frustrazione scaturita da un commento in cui la pars destruens è decisamente preponderante.

Avevo vinto, credevo.

Ma subito dopo mi si è parato davanti uno scoglio ancora più appuntito.

Il narcisismo e l’autoreferenzialità altrui. Anch’essi cannibaleschi, ma con l’aggravante della briglia sciolta e dell’autocompiacimento insistito.

Di nuovo inadeguatezza. Stavolta sintomo di qualcos’altro. È l’ambiente circostante che non mi dà il nutrimento giusto. È questo a non essere abbastanza (empatico, dialogante, libero da retorica) da apprezzarmi e farmi prosperare.

Allora sai che c’è? Che me ne vado comunque. Ma stavolta sono io a volerlo. Perché il mio tempo è prezioso, e sprecarne anche solo un granello sarebbe una colpa imperdonabile.

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