Heim(Fern)weh

La polipetta Francesca è stesa a prendere il sole su uno scoglio. Non vorrebbe staccarsi dal calore di questo giorno di novembre: l’estate dei morti ovatta tutto, ed i raggi del sole, che ad agosto sono mani da cui si sente strangolata, adesso la accarezzano. La curiosità di guardarsi allo specchio, comunque, vince sulla pigrizia, quindi si sporge verso il mare. L’immagine per qualche secondo è solo una macchia indistinta di colori. Verde, giallo, rosso.

Gradualmente prende forma un volto. È quello di una 37enne abbronzata, con i capelli sciolti, un po’ gonfi, ed un filo di matita sugli occhi. Il luogo intorno a lei si definisce ed anima. Volti, piatti (pieni) che vanno, e piatti (vuoti o quasi) che vengono riportati indietro. Il proprietario del Bejthe Ethiopian Restaurant, sua moglie e le cameriere si danno un gran daffare per accontentare tutti; Francesca, immersa nell’attesa, non ha fretta. Anche se sono quasi le dieci di sera, non è mai stata prima in questa parte di Berlino, e secondo Google Maps serviranno 45 minuti per tornare al suo AirB&B. Nel pomeriggio ha anche tentato di usarlo come pretesto per convincere se stessa a non andarci, ma è stato dopo aver letto il messaggio di Davide. Quando è salita sull’U-Bahn per raggiungere la sua cena, ha disattivato le notifiche del cellulare.

Al suo tavolo arriva prima la birra dell’injera. Mentre la beve, si sofferma su ogni dettaglio dell’ambiente. Voci, profumi, vestiti. Ha preso posto in fondo alla sala, leggermente discosta dalla lunga tavolata alla sua destra, dove adesso troneggia una torta, che una giovane coppia mista è in procinto di tagliare. Di tanto in tanto Francesca volge lo sguardo a sinistra, dove c’è il bancone con liquori e macchina per il caffè: sfiorare la felicità altrui serve a ricordarle che lei e le sue ossessioni non sono il centro del mondo. Però mai rischiare di violare o invadere la felicità che le scorre accanto, fosse anche “solo” con un’occhiata di troppo.

Respira profondamente, socchiude gli occhi, le labbra prendono la forma del sorriso tipico di quando ha un colpo di fulmine per una birra. Un sorriso senza memoria, in cui sfumano i contorni tra le emozioni. Piacere, mancanza, calma, frustrazione. Tutto merita un po’ di clemenza, adesso. Ma solo perché ne è fuori.

La borsa è appesa ad un gancio alle sue spalle. E ora oscilla un po’, sfiorandole la schiena. Che sia il cellulare? Eppure ricorda di aver disattivato le notifiche. O forse ha semplicemente inserito la modalità silenzioso, selezionando inavvertitamente la vibrazione? Si volta. Affonda la mano. Il telefono è un’anguilla che sguscia sotto le sue dita, e dopo aver poggiato l’orecchio sulla borsa, si rende conto che sta anche suonando. Plin ploooon.

Francesca allunga una mano sul comodino. 7.30. E’ la prima delle quattro sveglie incaricate di buttarla giù dal letto. Più velocemente la mette a tacere, più probabilità ha di guadagnarsi l’ingresso immediato in bagno, e una colazione a base di silenzio, e biscotti inzuppati nel caffè.

Via libera.

Resta in piedi al centro della cucina mentre la tazzina fumante alita sulla sua bocca. La finestra è aperta: il quartiere si rimette in moto lentamente. Mattine come questa sono l’unico momento in cui si sente al sicuro, quando è a casa, o meglio nell’appartamento in cui ha preso una stanza in affitto.

“Hai fatto un ottimo lavoro, ma…”
“Anch’io ti amo, ma…”
“Ti capisco, amica mia, ma…”

La vita è fuori: impone a Francesca un sacco di limiti, rende il suo passo svelto, e le mani precise e operose. Aumenta l’appetito, e le informazioni di cui fare tesoro. Poi torna a “casa”, e incespica, nel tentativo di non essere vista, il prurito al palmo delle mani è tale, che la costringe a grattarle fino a farle sanguinare; rilegge la stessa frase dieci volte senza capire nulla.

“Se non puoi uscire dal tunnel, arredalo”: chi l’ha detto era un campione di pragmatismo, o un aspirante maestro di vita con intenzioni truffaldine?

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