Giocando a un’altra vita

Manca poco ad un nuovo trasloco, e immaginare scatoloni da preparare, librerie e scarpiere da svuotare e trasportare, mi fa sentire esausta. Saprò scegliere cosa tenere e cosa dare via? Poi però mi accorgo che le cose a cui sono più affezionata non sono fisicamente con me, e mi scappa un sorriso. Non importa quanto siano distanti. Resteranno per sempre il mio zaino, il mio fischietto ed i miei cesti porta enfant.

Lo zaino Invicta rosa e nero fu il regalo di mia madre per il quarto ginnasio. Nonostante il passare degli anni, la sua vocazione si è mantenuta inalterata. Essere riempito finchè le sue cuciture quasi esplodono. Prima a scuola, e dopo vent’anni, ad ogni ripartenza da Lecce, mia città natale, in direzione di Roma: nello zaino stipavo una robusta scorta di ti voglio bene non detti ma tradotti in cibo da mamma e dalle zie: cicorie selvatiche, pasta fatta in casa, taralli, pucce, e l’immancabile Caffè Quarta.
L’ultima volta che ho usato lo zaino è stato a febbraio di quest’anno. Nei nove mesi successivi sono tornata in Puglia solo in un’occasione. Durante le ferie estive. E sul treno per Roma sono salita con una valigia nuova di zecca piena di gel igienizzante, boccette di alcol denaturato, e mascherine di ogni tipo. Chirurgiche, FFP2, e di stoffa. Anche l’amore si è dovuto adeguare al Coronavirus. Per sopravvivere, ha dovuto convertirsi a manifestazioni asettiche. Letteralmente.

Il fischietto di plastica arancione era invece contenuto in un piccolo uovo che ricevetti per Pasqua del 2006. Non avrei mai immaginato che da lì a qualche settimana mi sarebbe servito perché sarei diventata capostazione. A maggio mi laureai, e contestualmente trovai un lavoro temporaneo come babysitter. Il mio bambino si chiamava Emanuele, e adorava i treni. Ne aveva tantissimi: quelli monoblocco, moderni e incredibilmente aerodinamici, i treni-merci, le locomotive…quando giocavamo, sceglieva, di volta in volta, quale far partire, ed io decidevo destinazione e fermate intermedie. I nomi che inventavo lo facevano ridere moltissimo. “E’ in partenza dal binario due il treno per Sgargagnate”. Poi fischiavo. Emanuele mi chiedeva di ripetere il nome della città, e dovevo pensarne subito un altro, avendo dimenticato il precedente. E mentre il trenino si metteva in movimento, fantasticavo su Sgargagnate. Era in montagna o sul mare? Che facevano le persone che ci vivevano? Erano felici? Come suonava il loro dialetto?

I porta enfant, invece, sono stati gli artefici dell’armistizio tra la propensione all’accumulo di Enrico, il mio fidanzato, ed il mio bisogno di esemplificazione e libertà. Nonostante lui sia abbonato a tre quotidiani, ne legge al massimo uno per intero, sfoglia il secondo, ed il terzo resta intonso. Lo scorso anno arrivò il punto di non ritorno: la casa era disseminata di pile di carta. Pur lamentandosi di questi invadenti coinquilini però, non faceva nulla per contrastarli. L’impossibilità fisica di muovermi mi metteva a disagio: dovevo trovare una soluzione concreta al problema. L’illuminazione arrivò durante una domenica mattina a Porta Portese.

Ero sola. Vidi due ceste porta enfant in paglia in vendita a pochi euro, e, impulsivamente, le comprai. Pur sapendo che non rientravano nell’arredamento razionale e modernista preferito da Enrico. Qualche giorno dopo gli feci un inaspettato regalo: l’edizione deluxe dell’ultimo album di uno dei suoi gruppi preferiti. Tra un bicchiere di vino e l’altro, toccò a me, fare una richiesta. La mattina dopo lo avrei aiutato a mettere mano ai giornali, e sceglierne al massimo una quindicina da conservare; dopo pranzo mi avrebbe dovuta lasciare un’oretta da sola in casa.

Mi ci volle un po’ per trovare una collocazione discreta ma non invisibile per le ceste porta-giornali, anche perché l’ansia da prestazione era tanta. Quando Enrico rientrò, dopo una rapida occhiata sorridente al salone alleggerito, notò subito le nuove arrivate. “Lo sai che non avrei mai comprato una cosa del genere. E che se me lo avessi detto in anticipo non te le avrei fatte portare qui. Eppure non sono male, quindi possono restare”. Stavolta fu lui a spiazzarmi.

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