Santa Morina. Nome e cognome

“I miei figli vengono a trovarmi. E penso che sono loro che stanno pagando di più per quello che è successo, perché a volte sono costretti ad aspettare fuori dal carcere, prima di vedermi”.

Una manciata di parole capace di condensare l’essenza di Santa, e lo scopo che ha dato senso a tutta la sua vita. Farsi carico di tutto quello che c’è di sgradevole, perché le persone care possano viaggiare leggere.
Un amore genitoriale spinto al sacrificio estremo, quello più innaturale, con cui mai nessuna madre o padre dovrebbero fare i conti. Subire violenze di ogni tipo senza chiedere aiuto ai propri figli, ed anzi tenendoli a distanza. Morire ogni giorno un po’, nella speranza di salvare parti di sé che sono, al tempo stesso, vite altre.

Fino al Momento. Quello che, nella banalità di azioni e parole ripetute chissà quante altre volte, ha già in sé un bivio conclusivo. Me o lui?

La voce sottile di Santa racconta 23 anni di “vita” senza inciampare nelle lacrime. Una compostezza di forma che è anche sostanza: c’è dentro la dignità del lavoro, l’etica della responsabilità, e una buona dose di quel fatalismo che probabilmente le è stato indispensabile per sopravvivere. Non urla né gesticola, mentre descrive un matrimonio in cui la donna non aveva neppure il diritto di essere chiamata per nome: niura (nera) era il massimo a cui poteva aspirare.


I doveri da assolvere, in compenso, non si contavano.
Essere malmenata dal marito, e fare di tutto per dissimulare lividi e bernoccoli. Facilitata, in questo, dall’accortezza con cui questo sceglieva le parti del corpo da percuotere.
Consegnargli regolarmente lo stipendio (mentre lui metteva i suoi, di risparmi, al calduccio in banca, “così se lei muore, trovo un’altra che mi prende”).
Subire qualunque sua perversione. Comprese quelle riguardanti altre specie viventi, “il giorno in cui non potrò più avere rapporti sessuali”.

Perché non lo denunci? (La risposta più sincera e importante è quella taciuta) .
Portare una persona al grado zero della condizione umana e fare ogni giorno qualcosa per consolidare l’annientamento raggiunto. Dacci oggi il nostro abbrutimento quotidiano fino a renderlo normale.

Le pieghe degli occhi perennemente all’ingiù. I capelli lunghi, la ricrescita bianca di svariati centimetri, il corpo infagottato in una tuta. È la stessa Santa conosciuta dalle colleghe, quella con i capelli corti e curati, che indossa sempre gli orecchini regalati dai figli (?)

Tutti sapevano (Ma il morto c’è scappato lo stesso, il 5 gennaio 2002)

Olio caldo, un’accetta…e, in un’aula di tribunale, i ruoli si invertono.

Gli occhi di Santa, però, non rinunciano al verde. Sono densi come mollica.
Il suo viso riesce ancora a dischiudersi in un accenno di sorriso, quando si gira verso il suo avvocato dopo la lettura della sentenza che la condanna ad undici anni.
Le sue mani non si sono fermate. Dietro le sbarre hanno continuato a sferruzzare.
Gli anni di carcere alla fine diventano quattordici. Santa incassa, e sconta. Di nuovo.
Nel 2013 le vengono concessi i domiciliari. Di più non è dato sapere, affidandosi a Internet. E forse è giusto così. Santa merita una vita finalmente improntata ad una riservatezza serena, dopo decenni di silenzio figlio del terrore.

Eppure non riesco a smettere di chiedermi se si è ripresa almeno un po’ di tutti gli abbracci che le sono stati negati per 60 anni. Sorride? Riesce a concedersi ogni tanto risata sincera, senza pensieri? Permette a sé stessa di godere delle premure altrui?

Come singoli e come collettività possiamo fare qualcosa per evitare che altre Santa, in futuro, vivano una doppia prigione? Che perdano la libertà nel tentativo, estremo e disperato, di salvare la pelle? Mi angoscia il pensiero che forse non esiste una risposta univoca, un’equazione collaudata e replicabile all’infinito, per rompere la maledizione delle tragedie annunciate.

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