Qui e ora

La stazione di Bari ha su di me un effetto calmante. Placa le ansie e stuzzica  l’appetito con il suo retrogusto di libertà e appartenenza. Qualcosa di paragonabile all’aroma di ragù che invade le stradine di Monti la domenica mattina.

Il richiamo del familiare sa essere irresistibile, se ti sfama e rifocilla prima e dopo aver esplorato un altro angolo di mondo. Casa è il miglior luogo da sognare, quando per legarti non ha bisogno di catene.

Il groppo in gola che mi assale ogni volta che torno a Lecce è ormai irrinunciabile. Il tremolio dell’anima è l’immagine sdoppiata che restituisce lo specchio d’acqua. Un colore che significa protezione e solleva dalla necessità di indossare corazza ed elmo prima di affrontare il mondo esterno.

Un’emozione tangibile e sfocata al tempo stesso. Non manca nessuno degli ingredienti della felicità, eppure non è detto che ne verrà fuori la miglior torta possibile. Pancia e testa hanno raggiunto simultaneamente lo stato di grazia, ma sento di non riuscire a verbalizzare e condividere tutto questo con chi mi circonda.

Quante volte, mentre sentivo la mia voce cantare, accarezzavo l’idea di fotografarla per serbarne concreta memoria, ma poi rimandavo il tutto a un momento successivo, che sicuramente – pensavo – sarebbe stato più composto? Troppe, e puntualmente sbagliavo.

Oggi ho deciso che, se ho il sorriso addosso, l’eventualità di restare afona non è certo un rischio mortale.

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Senza movimento non c’è redenzione

Il treno si attorciglia su se stesso, entra nelle prime montagne verso Zakopane. Nevica con il sole, senza vento. Neve bagnata, splendente, dal finestrino si sente odore di legna umida. Tra viaggiatori succede, ci si raccontano cose intime, tanto non ci si rivedrà mai più. Il paesaggio che scorre lateralmente offre un nastro su cui incidere le loro voci narranti, e lo scompartimento crea la necessaria cassa di risonanza, lo spazio chiuso perfetto, quasi un sito dove chiudersi filtrando solo ciò che interessa della realtà.
[…]
Il viaggio può salvarci. Il nomadismo lento, lo sguardo diagonale dal finestrino. Il dialogo vis a vis nello scompartimento, l’ascolto di voci deboli, la fatica, la condivisione.

(P.R.)

Every colour I am

La bellezza pensosa del mare in un giorno lavorativo.

L’ingenuità di un Luna Park di provincia quando ancora è pomeriggio. Un bozzolo in grado di riconciliarti con il mondo, qualcosa che neanche l’ultimo singolo dei The Giornalisti riesce a corrompere.

L’indolenza adornata di punti interrogativi la sera che precede la partenza.

Realizzare che il nocciolo indigeribile di un tradimento non è il sesso, ma la consapevolezza che la nostra complicità era solo un vestito fatto in serie.

Prima ancora del tuo corpo nel mio letto, quello che manca e punge è la curiosità verso i miei demoni e passioni.

Ti ho chiesto perché sorridi così poco, ma tu non sei stato altrettanto interessato a sapere cosa mi spinge a restare in casa la domenica sera per tradurre un misconosciuto documentario in lingua tedesca sui Genialen Dillentanten.

Metà serpente metà ragno

Le contraddizioni sono ovunque.

Una primavera tardiva, ma che, appena si desta, pretende di bruciare le tappe senza alcun timore reverenziale.

Due sconosciuti che parlano fitto fitto di qualunque argomento, sollevando sistematicamente un velo su affinità e assonanze, salvo poi ripiombare per giorni in un silenzio granitico.

Chiedermi se prendi il caffè amaro o zuccherato, se quando sei felice ti ritrovi a canticchiare o parlare da solo. Immaginare come si trasforma la tua voce scattante quando ti arrabbi. Provare a dedurre il sapore della tua pelle dal suono della tua risata, mentre il presagio del baratro mi suggerisce di mantenere la distanza di sicurezza.

L’aria intrisa del profumo di promesse confuse, informi desideri di rigenerazione. La pelle corteggiata da un vento allusivo che scalda e solletica quanto basta, mentre l’anima è ostaggio dell’ossessiva consapevolezza della propria incompletezza.

L’imprevedibilità delle tue mani. La mia esacerbata vulnerabilità davanti a loro. Il terrore di ritrovarmi con la pancia carbonizzata, se dò ascolto al suo appetito.

Mi hai suggerito un modo diverso di guardare me  e quello che mi circonda. È il momento di trarne le conseguenze senza aspettare la tua prossima mossa.

Prove tecniche di resurrezione

Lasciar svanire come condizione del ritrovare. Un moto di crescita, di apprendimento, un volo di ricognizione nella propria gabbia toracica. Una ulteriore esplorazione, dopo Sconfitta e dopo Inermità.

 

Strofa, ritornello, strofa, ritornello. C’è altro modo di celebrare l’assenza?

Cinque radiografie, canoniche e sonore. Niente da nascondere.

Cinque canzoni di urla sussurrate, costrette. Mai imparato a urlare. Nessuna dichiarazione che non sia l’abbandono.

Un buon rimedio per tutti gli affranti.

 

Vivere comprende la rinuncia a conservare.

Vivere comprende ogni estinzione.

 

Non sono che un animale poetico.

Un organismo costretto all’amore.

(Massimo Zamboni)

A me ricordi il mare

Nel bel mezzo dell’odio ho scoperto in me un invincibile amore. Nel bel mezzo delle lacrime ho scoperto in me un invincibile sorriso. Nel bel mezzo del caos ho scoperto in me un’invincibile tranquillità. Per quanto il mondo possa colpirmi duramente, c’è qualcosa in me di più forte, qualcosa di migliore che restituisce i colpi.

(Albert Camus)

Barcellona è il giallo che fiorisce ovunque, anche come pura casualità.

Sorrisi, sorrisi, sorrisi. Il loro potere è abbacinante, come quello del linguaggio dei gesti.

Riesco a sentire il profumo della salsedine, quella che non vuoi lavare via, e allora opti per una doccia senza bagnoschiuma. La salsedine che mi si inchioda alle narici anche se non ho avuto il tempo di andare alla Barceloneta.

Il calore mi attira e mi spaventa. Al suo abbraccio basta poco per diventare soffocante e ustionarmi la pelle, anche se è olivastra.

Può conoscere la felicità chi si sente a suo agio solo all’ombra? L’istinto, come cane da tartufo, riesce a scovare la sua materia prima anche dove è presente in concentrazioni minime.

Il linguaggio – neanche troppo cifrato – dei modi verbali

Ricordo Michele, anni fa, quando si svegliò nello zaino porte-enfant e formulò così il suo primo gerundio: “Papà, dove andiamo stando?”.  Quella capriola sintattica aveva in realtà una logica di ferro. L’andare non era forse conseguenza dello stare, della condizione esistenziale di essere beatamente sistemato dietro papà orso? Oggi quel vecchio gerundio si raddrizza, diventa la quintessenza del divenire, della durata, della continuità. Dico a me stesso: “Sì, stiamo andando a Vienna”.

Il bocia ha imparato da tempo a raddrizzarli, i gerundi. Li usa perfidamente per proteggere le sue riserve di caccia, la musica soprattutto. Li impugna appena gli chiedi di dare una mano, svuotare l’immondizia, lavare i piatti. Ti dice: “Ma sto uscendo”. Oppure: “Stavo studiando”. Oppure ancora: “Proprio adesso che sto andando alle prove”. Nulla è più irresistibile di quella forma verbale che indica la continuità – non violabile – del tempo presente.

(Paolo Rumiz)