Diffida degli psichiatri

Il cocktail sbagliato lo riconosci dal bicchiere.

Dovrebbe esistere un modo verbale destinato alle fantasie che, ancor prima di restare irrealizzate, neanche ti permetti di sognare.

Sai cos’è la litote, conosci i Chameleons – e ti piacciono pure – e sei malato di De Gregori. Ma tre indizi non fanno una prova.

Hai parlato di tenera inadeguatezza, e questa espressione è stata esatta come il taglio delle tue labbra. So già che se mi capiterà di ricordarlo, strada facendo, mi si spaccherà la pancia.

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Interrogativi (s) puntati

C’e una nota rara da sentir risuonare nel movimento delle persone. Si tratta di una varietà tutta speciale d’ironia, come un buonumore scattante respirato da penne stilografiche.

E’ qualcosa che sprigiona un potere calmante purificatore e tonico al tempo stesso.

Lo scovi, e ricordi all’improvviso quanto ne sei assetata. Finché non ti chiedi com’è che non hai mai pensato a produrre in proprio questa essenza. Come una birra fatta in casa.

 

Settembre è uno spirito di parola

Fastidio, frastuono, frenesia hanno la stessa iniziale. Sarà un caso? Sono concetti affratellati, in un certo qual modo.

La ragionevolezza è persona dallo sguardo così claustrofobico, che non  riesce a vedere oltre il proprio naso, che equivale a non più di tre – quattro giorni di calendario.

Perdere il conto delle menzogne, tanto da far fatica a scremarle dal resto.

Affilare il muscolo della costanza?

Martano

Se il fastidio sommo avesse un’immagine, potrebbe essere tranquillamente questo momento.

Sono in Grecìa, gli altri hanno voluto fermarsi sul bordo del ciglio della strada per il priscio  di raccogliere fichi,  e io non vedo l’ora di dileguarmi da qui.

Il cielo, le nuvole, perfino la pioggerella intermittente sono gravidi di qualcosa, come un albume d’uovo.

Eppure, sentirmi raccontare De Fonseca a Silvia e Giampiero non ha rispolverato solo la mia passione per gli Offlaga Disco Pax.

 

Thursday’s child(ren)

David Bowie continua a chiederci che fine abbiamo fatto. Se per te già lo sai, rispondi pure.

Tu dove sei, adesso? Da qualche parte, o solo in una sala d’attesa?

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Berlino ti si inietta nella schiena, senza neppure il lusso di un’anestesia. Per questo mi è così inaudito sfuggirgli.

Oziare unter den Linden dopo estenuanti e malriusciti tentativi di cavare alla mappa di Berlino il suo segreto. Ma tu continui a negare l’accecante realtà del mio ferreo senso dell’orientamento.

Mentre tutti cercano il Muro, domandare di Stralau, pregustando storie di pescatori.

Entuschuldigung, wie kommen wir zum Bahnhof?

Pescare dalla memoria ciò che resta del libro di Christiane F., e fingermi seccata a scoprire che non hai visto il film. Ti taccio che non mi ha poi così entusiasmata, perché il cicchetto quotidiano di crudeltà è un piacere davanti al quale non indietreggeremmo mai.

Ora invece ti guardo attraverso la porta chiusa.

“…cat, sad, had…”

Ho taciuto, quando mi piovevi attraverso le mani. E sì, credo di aver preso un granchio. Ciccione, e troppo, troppo, aggressivo. Ho ancora i segni delle chele sulle nocche.

“…horse, thought, saw, wore…”

Mentre tutti conspiravano per non farmi dimenticare di te, mi ostinavo a mancarti per un soffio.

“..phone, spoke, drove…”

Tenti di confondermi con le tue domande, ma resto una anche se già rivedo la mappa dei tuoi – dei nostri – precipizi. Il mio indice sapeva prima di me, se ha conservato intatta orma del tuo bacino.

Nascosta dietro l’ombra della veranda, sgranocchio i tuoi passi. Tra noi due, quella che domina lo spazio sono io. E per fortuna, tu lo dimentichi sempre.

Kreuzberg

Impossibile fare previsioni su data, durata, ed entità dell’eruzione

(on air: Heaven’t – Dirtyfake)

 

Come lingua tra i denti, la sciarpa s’imbriglia nella porta. La tramontana dà sfoggio di sé godendosi la passerella lungo il sottile corridoio tra dentro e fuori.

Problema. Ci sono una sottile britannica bocca e un paio di pastose labbra messapiche. Calcolare l’energia prodotta dal loro scontro.

 

Vieni qui, dimmi, dov’eri nel settantasette?

Sei stato al concerto dei Chameleons, a Camden Palace, nell’ottantaquattro?

Cosa hai da dire, a tua discolpa?

Puoi tacere solo se mi mostri che dentro i tuoi occhi non si appieda.

Mi offro di spiegarti nel dettaglio la differenza semantica che scorre tra colpo e folata di vento.

Invece ti sguardo, mentre infilo un passo davanti all’altro.

Finchè, quando non ci conto più, mi sorprendo a tornare indietro. Riacchiappo un desiderio l’istante prima che mi abbandoni, insoddisfatto e inevaso, come un pacco da consegnare a domicilio.

Penso che un armistizio tra me e la fonetica inglese è possibile solo se ci sei tu a far da arbitro. Potresti, forse, farmi dubitare della mia assoluta predilezione per il tedesco.

Dov’è il trucco? Mi hai infilato nel letto un lembo della tua coda di diavolo?