Sottrazione > igiene > concentrazione

È un Natale a bassa definizione, quello che sta per arrivare. Poche luci e ancor meno addobbi; sparute e guardinghe presenze, per strada, nella periferia di un piccolo capoluogo di provincia del profondo Sud. Potrebbero essere scene tratte da un film girato poco dopo avvento del colore. E invece.

Il silenzio colpisce gli edifici in pietra leccese come un guizzo di luce, risaltandone l’appariscenza involontaria.
Quella che conquista il turista ed il suo immaginario vergine dagli abbacinanti contrasti.
(Ma soprattutto) quella che seduce, ancora ed ancora, i nativi nomadi come me.

Tutto è prossimità. Bastano due piedi impazienti di macinare chilometri.

Basta saper fare a meno dell’abbondanza debordante, sempre al limite dello sconfinamento nel superfluo. Basta avere il coraggio di sperimentare nuovi sapori. L’indolenza autocompiaciuta. La libertà di stare a guardare. Niente e nessuno da inseguire o con cui dover competere. Incontrare il tempo all’incrocio tra due vicoli del centro storico, prenderlo sotto braccio, e portarlo a fare colazione con caffè e pasticciotto.

Ogni volto, strada, negozio (ancora aperto o, inesorabilmente, chiuso) dialoga con la memoria. E ha sempre qualcosa di interessante da dirle. Poco importa che appartenga al già vissuto (una volta), o all’immaginato.

Da quando sono arrivata, l’ispirazione e l’aspirazione a essere migliore non mi hanno abbandonata.

Quanto dura la gravidanza del cambiamento?
Non lo so. Ma certamente può essere costellata da un carosello di sbalzi d’umore, proprio come la gravidanza che precede la nascita di un bambino. E ad accomunare i due tipi di gestazione, c’è anche la consapevolezza che dovrai prenderti cura di ciò che partorirai, se vuoi farlo fiorire.

Giocando a un’altra vita

Manca poco ad un nuovo trasloco, e immaginare scatoloni da preparare, librerie e scarpiere da svuotare e trasportare, mi fa sentire esausta. Saprò scegliere cosa tenere e cosa dare via? Poi però mi accorgo che le cose a cui sono più affezionata non sono fisicamente con me, e mi scappa un sorriso. Non importa quanto siano distanti. Resteranno per sempre il mio zaino, il mio fischietto ed i miei cesti porta enfant.

Lo zaino Invicta rosa e nero fu il regalo di mia madre per il quarto ginnasio. Nonostante il passare degli anni, la sua vocazione si è mantenuta inalterata. Essere riempito finchè le sue cuciture quasi esplodono. Prima a scuola, e dopo vent’anni, ad ogni ripartenza da Lecce, mia città natale, in direzione di Roma: nello zaino stipavo una robusta scorta di ti voglio bene non detti ma tradotti in cibo da mamma e dalle zie: cicorie selvatiche, pasta fatta in casa, taralli, pucce, e l’immancabile Caffè Quarta.
L’ultima volta che ho usato lo zaino è stato a febbraio di quest’anno. Nei nove mesi successivi sono tornata in Puglia solo in un’occasione. Durante le ferie estive. E sul treno per Roma sono salita con una valigia nuova di zecca piena di gel igienizzante, boccette di alcol denaturato, e mascherine di ogni tipo. Chirurgiche, FFP2, e di stoffa. Anche l’amore si è dovuto adeguare al Coronavirus. Per sopravvivere, ha dovuto convertirsi a manifestazioni asettiche. Letteralmente.

Il fischietto di plastica arancione era invece contenuto in un piccolo uovo che ricevetti per Pasqua del 2006. Non avrei mai immaginato che da lì a qualche settimana mi sarebbe servito perché sarei diventata capostazione. A maggio mi laureai, e contestualmente trovai un lavoro temporaneo come babysitter. Il mio bambino si chiamava Emanuele, e adorava i treni. Ne aveva tantissimi: quelli monoblocco, moderni e incredibilmente aerodinamici, i treni-merci, le locomotive…quando giocavamo, sceglieva, di volta in volta, quale far partire, ed io decidevo destinazione e fermate intermedie. I nomi che inventavo lo facevano ridere moltissimo. “E’ in partenza dal binario due il treno per Sgargagnate”. Poi fischiavo. Emanuele mi chiedeva di ripetere il nome della città, e dovevo pensarne subito un altro, avendo dimenticato il precedente. E mentre il trenino si metteva in movimento, fantasticavo su Sgargagnate. Era in montagna o sul mare? Che facevano le persone che ci vivevano? Erano felici? Come suonava il loro dialetto?

I porta enfant, invece, sono stati gli artefici dell’armistizio tra la propensione all’accumulo di Enrico, il mio fidanzato, ed il mio bisogno di esemplificazione e libertà. Nonostante lui sia abbonato a tre quotidiani, ne legge al massimo uno per intero, sfoglia il secondo, ed il terzo resta intonso. Lo scorso anno arrivò il punto di non ritorno: la casa era disseminata di pile di carta. Pur lamentandosi di questi invadenti coinquilini però, non faceva nulla per contrastarli. L’impossibilità fisica di muovermi mi metteva a disagio: dovevo trovare una soluzione concreta al problema. L’illuminazione arrivò durante una domenica mattina a Porta Portese.

Ero sola. Vidi due ceste porta enfant in paglia in vendita a pochi euro, e, impulsivamente, le comprai. Pur sapendo che non rientravano nell’arredamento razionale e modernista preferito da Enrico. Qualche giorno dopo gli feci un inaspettato regalo: l’edizione deluxe dell’ultimo album di uno dei suoi gruppi preferiti. Tra un bicchiere di vino e l’altro, toccò a me, fare una richiesta. La mattina dopo lo avrei aiutato a mettere mano ai giornali, e sceglierne al massimo una quindicina da conservare; dopo pranzo mi avrebbe dovuta lasciare un’oretta da sola in casa.

Mi ci volle un po’ per trovare una collocazione discreta ma non invisibile per le ceste porta-giornali, anche perché l’ansia da prestazione era tanta. Quando Enrico rientrò, dopo una rapida occhiata sorridente al salone alleggerito, notò subito le nuove arrivate. “Lo sai che non avrei mai comprato una cosa del genere. E che se me lo avessi detto in anticipo non te le avrei fatte portare qui. Eppure non sono male, quindi possono restare”. Stavolta fu lui a spiazzarmi.

Heim(Fern)weh

La polipetta Francesca è stesa a prendere il sole su uno scoglio. Non vorrebbe staccarsi dal calore di questo giorno di novembre: l’estate dei morti ovatta tutto, ed i raggi del sole, che ad agosto sono mani da cui si sente strangolata, adesso la accarezzano. La curiosità di guardarsi allo specchio, comunque, vince sulla pigrizia, quindi si sporge verso il mare. L’immagine per qualche secondo è solo una macchia indistinta di colori. Verde, giallo, rosso.

Gradualmente prende forma un volto. È quello di una 37enne abbronzata, con i capelli sciolti, un po’ gonfi, ed un filo di matita sugli occhi. Il luogo intorno a lei si definisce ed anima. Volti, piatti (pieni) che vanno, e piatti (vuoti o quasi) che vengono riportati indietro. Il proprietario del Bejthe Ethiopian Restaurant, sua moglie e le cameriere si danno un gran daffare per accontentare tutti; Francesca, immersa nell’attesa, non ha fretta. Anche se sono quasi le dieci di sera, non è mai stata prima in questa parte di Berlino, e secondo Google Maps serviranno 45 minuti per tornare al suo AirB&B. Nel pomeriggio ha anche tentato di usarlo come pretesto per convincere se stessa a non andarci, ma è stato dopo aver letto il messaggio di Davide. Quando è salita sull’U-Bahn per raggiungere la sua cena, ha disattivato le notifiche del cellulare.

Al suo tavolo arriva prima la birra dell’injera. Mentre la beve, si sofferma su ogni dettaglio dell’ambiente. Voci, profumi, vestiti. Ha preso posto in fondo alla sala, leggermente discosta dalla lunga tavolata alla sua destra, dove adesso troneggia una torta, che una giovane coppia mista è in procinto di tagliare. Di tanto in tanto Francesca volge lo sguardo a sinistra, dove c’è il bancone con liquori e macchina per il caffè: sfiorare la felicità altrui serve a ricordarle che lei e le sue ossessioni non sono il centro del mondo. Però mai rischiare di violare o invadere la felicità che le scorre accanto, fosse anche “solo” con un’occhiata di troppo.

Respira profondamente, socchiude gli occhi, le labbra prendono la forma del sorriso tipico di quando ha un colpo di fulmine per una birra. Un sorriso senza memoria, in cui sfumano i contorni tra le emozioni. Piacere, mancanza, calma, frustrazione. Tutto merita un po’ di clemenza, adesso. Ma solo perché ne è fuori.

La borsa è appesa ad un gancio alle sue spalle. E ora oscilla un po’, sfiorandole la schiena. Che sia il cellulare? Eppure ricorda di aver disattivato le notifiche. O forse ha semplicemente inserito la modalità silenzioso, selezionando inavvertitamente la vibrazione? Si volta. Affonda la mano. Il telefono è un’anguilla che sguscia sotto le sue dita, e dopo aver poggiato l’orecchio sulla borsa, si rende conto che sta anche suonando. Plin ploooon.

Francesca allunga una mano sul comodino. 7.30. E’ la prima delle quattro sveglie incaricate di buttarla giù dal letto. Più velocemente la mette a tacere, più probabilità ha di guadagnarsi l’ingresso immediato in bagno, e una colazione a base di silenzio, e biscotti inzuppati nel caffè.

Via libera.

Resta in piedi al centro della cucina mentre la tazzina fumante alita sulla sua bocca. La finestra è aperta: il quartiere si rimette in moto lentamente. Mattine come questa sono l’unico momento in cui si sente al sicuro, quando è a casa, o meglio nell’appartamento in cui ha preso una stanza in affitto.

“Hai fatto un ottimo lavoro, ma…”
“Anch’io ti amo, ma…”
“Ti capisco, amica mia, ma…”

La vita è fuori: impone a Francesca un sacco di limiti, rende il suo passo svelto, e le mani precise e operose. Aumenta l’appetito, e le informazioni di cui fare tesoro. Poi torna a “casa”, e incespica, nel tentativo di non essere vista, il prurito al palmo delle mani è tale, che la costringe a grattarle fino a farle sanguinare; rilegge la stessa frase dieci volte senza capire nulla.

“Se non puoi uscire dal tunnel, arredalo”: chi l’ha detto era un campione di pragmatismo, o un aspirante maestro di vita con intenzioni truffaldine?

Sei perfetta? Mi dispiace per te

Il lock-down di primavera ha avuto un merito imprevisto. Sospingermi con naturalezza, praticamente senza rendermene conto, a sbarazzarmi dei rami secchi che rubavano spazio prezioso, necessario a presenze nutrienti, capaci di pungolarmi. Ho smesso perciò di frequentare un’eterogenea fauna camuffata troppo a lungo sotto le rassicuranti spoglie amicali. Vampiri emotivi, fan(atiche) di filosofie orientali utili a giustificare uno sfrenato egoismo, campioni di vittimismo e superomismo (primati sfoderati a seconda della convenienza del momento).
Questa rinnovata igiene emotiva ha prodotto un effetto collaterale: l’abbassamento drastico e repentino della mia soglia di sopportazione dello smanioso bisogno di primeggiare da parte di insospettabili. Vale a dire, persone che fino a qualche mese fa stimavo al punto da ritenere veri e propri esempi.
Di colpo, quella che sembrava un’assertività meritata, fondata e anche giusta da sbandierare, è diventata un motivetto ascoltato in radio così tante volte, da provocare un fastidio fisico che rasenta la nausea.
Così, una collega che ammiravo per la sua permanente capacità di sorridere, la pacatezza pragmatica e la sintesi felice tra maternità, matrimonio e realizzazione professionale si è trasformata davanti ai miei occhi. Ormai è fin troppo facile prevedere cosa sta per dire, sia in una conversazione di cui è parte attiva, che quando si inserisce in uno scambio di battute tra altri.
L’argomento è la dieta? Lei non si è mai sottoposta ad alcuna restrizione o privazione, e ciononostante indossa la stessa taglia di vent’anni fa, quando ancora non era nato il primo dei tre figli.
Il desiderio all’interno della coppia? Lei non ha mai avvertito alcun calo di interesse da parte del marito. Anzi, lui non fa che ripeterle: “non ci penso proprio a guardare le altre, voglio solo te”.
Snocciolare ulteriori esempi significherebbe solo sottoporre anche chi legge al misto di tedio e sonnolenza che ogni volta devo reprimere io, con fatica. Il punto è che, ad un certo punto, tutto ciò che percepivo come espressione spontanea, forse addirittura involontaria e inconsapevole, dei punti di forza di questa collega, a cui non lesinavo rassicurazioni e complimenti sinceri, ha assunto le sembianze di un mostruoso amplificatore di insicurezze e senso di inadeguatezza. La dimostrazione plastica del fatto che avevo sbagliato tutto, come donna e persona. La mia colpa? Non aver conosciuto l’uomo della mia vita a 15 anni, non avere gli occhi verdi ed una cascata di ricci, e soprattutto essere nata in una famiglia altamente disfunzionale.
Quest’anno, però, mi ha costretta ad imparare a silenziare il mondo intorno, per ascoltare ed ascoltarmi. Scavando scavando, hanno cominciato ad affiorare reperti di vario genere, tra cui alcuni tesori. La consapevolezza che so godere del tempo anche quando lo spendo da sola per un pranzo, un film, o “semplicemente” una passeggiata. Ma soprattutto, la mia allergia alla simmetria esistenziale, alla completezza da ricercare (ed ostentare) ossessivamente in ossequio alle convenzioni.

Ho qualche chilo di troppo, e la bilancia punisce inflessibile ogni mio sgarro. Non ho figli, non sono sposata e con il mio fidanzato, attualmente, non si parla neppure di convivenza, nonostante un amore lungo qualche anno. La mia vita è un cantiere pieno di impalcature e lavori in corso, discontinui e rumorosi.

Rispettarsi non ha prezzo.
Ma farlo ha un costo altissimo: spremere fino all’ultima goccia ciascuno dei propri pregi, affinchè la condizione di cane sciolto non diventi una condanna, né l’inferno in terra, ma un’appassionante caccia al tesoro.

Auscultare la vertigine

La primavera può arrivare anche in autunno inoltrato, se si ha il coraggio di guardare la propria immagine riflessa in uno specchio chiamato vuoto.

La vera libertà è quella del cielo. Solo lui riesce – costantemente – a parlare attraverso un silenzio che appare vuoto, ma non lo è.

Tutt’al più lo si potrebbe definire un vuoto fertile, perchè è stata la peculiare, unica, combinazione dei suoi elementi costitutivi a rendere possibile la vita sulla Terra.

La leggerezza è impegnativa perchè non è immediato nè indolore decidere da cosa separarsi, prima di (ri) mettersi in cammino.

Le nuove emergenze hanno bisogno di spazio per svilupparsi in altezza, e, ancora prima, di terra concimata e dissodata per mettere radici.

Se me lo dicevi prima (cit)

La tempesta in un cranio

Un’espressione così evocativa e compatta avrei voluto coniarla io. E invece, con una certa invidia, ho scoperto che ci era arrivato già qualcun altro, “appena” un secolo fa. Per la precisione Carlo Campogalliani, che scelse questa immagine come titolo per un suo film muto a cui sono approdata del tutto casualmente grazie allo streaming del Festival del Cinema Muto di Pordenone.
Esiste qualcuno che nella vita non si sia MAI sentito ostaggio di una tempesta in atto nella propria scatola cranica? Esiste qualcuno che possa onestamente dirsi immune all’impotenza figlia della convinzione (o forse ossessione?) che qualcosa al di fuori del proprio controllo tiri le fila dei suoi giorni?
Eppure, si scatena la tempesta nel cranio anche quando pretendiamo di incoronare la volontà o il caso a monarca assoluto della nostra e/o dell’altrui vita. L’inferno nasce dall’impossibilità di piegare la realtà alla nostra tesi preconfezionata, e di costringere, come un fiume, il futuro nelle dighe fabbricate con i nostri assiomi.
E se vi aspettate che Carlo Campogalliani abbia raccontato tutto questo attingendo alla tradizione horror e gotica, vuol dire che non avete mai ascoltato questa canzone di Enzo Jannacci.

Autoindulgenza d’autunno

Non dimenticherò facilmente il mio onomastico di quest’anno. Non lo festeggiavo dal 2002, perché mio nonno Francesco, a cui devo il mio nome, morì proprio il 4 ottobre.

Mi sono svegliata prima del solito: quando ho aperto gli occhi, il mio orologio segnava le sei e mezzo. Sono uscita sul balcone, e mi sono lasciata abbracciare dall’aria fresca e dal silenzio, e sono stata tentata di non muovermi da lì per tutta la giornata. Poi però mi sono detta che nessun attimo, neppure quelli di quieta felicità, sono infiniti, e comunque da lì a qualche ora sarebbero arrivati il sole bruciante ed i frastuoni più diversi, perciò mi sono messa all’opera.

Ho preparato la moka e mentre era sul fuoco ho approfittato della penombra della cucina per mettere a fuoco la giornata che avevo davanti. Una giornata, stavolta, solo mia. Quindici ore in cui concedermi il lusso di chiudere il mondo fuori. Una giornata foglio bianco, ed io pronta a vivere il qui ed ora.

Ho silenziato il cellulare, fatto la doccia, e poi colazione. Caffè tiepido, una mela, e biscotti alla vaniglia.

Sono uscita da casa poco prima delle nove. All’inizio, mentre camminavo avevo l’affanno, ed un paio di volte sono stata sul punto di cadere, dopo essere inciampata. Mi succede spesso, in un giorno normale. Poi, gradualmente, la mia andatura è rallentata fino a distendersi. Oggi non c’è nessun impegno a cui rischio di arrivare in ritardo, mi sono detta. I polmoni si riempivano d’aria, e gli occhi di persone, strade e colori visti centinaia di volte, ma mai guardati.

I piedi hanno ipnotizzato la mia mente, e prima che potessi accorgermene, mi sono ritrovata sul lungomare a fissare la distesa d’acqua davanti a me. Intorno, coppie di vecchietti che passeggiavano, persone che facevano jogging, e macchine incolonnate al semaforo. È un giorno qualunque, per il mondo. Un giorno lavorativo. Io invece sono in ferie, e ho deciso di restare in città, nella mia città. Bari. Anzi, ho chiesto un giorno libero proprio per questo.

Ho mangiato il panino con il polpo seduta sui gradini di un palazzo come un’adolescente in gita. Ho camminato per i vicoli del centro storico immersi nella pennichella del pomeriggio, e riso per le canzoni neomelodiche sparate a tutto volume subito dopo, quasi ad annunciare il risveglio. Ho cercato refrigerio nell’acqua fresca delle fontane, e ogni volta sudore, stanchezza e insofferenza sono diventati, per un attimo, granelli di sabbia. Incapaci di inceppare l’ingranaggio della mia libertà.

Quando ho aperto la porta di casa mi sono sentita ripulita da quintali di polvere, pur avendo estremo bisogno di fare una doccia. Non mi farò più appesantire così, ho pensato, ed il mio proposito era a portata di mano. Così, per non farlo sfuggire di nuovo, ho deciso di invitarlo a cena. Ho improvvisato una pasta con zucchine, melanzane ed olive, ma le prime erano insapori, e le terze un concentrato di sale. Così, per farmi perdonare da lui, gli ho offerto un bicchiere di banco. Lui sembra aver gradito.

Lieto fine per geniale dilettante

La noia può essere un’ottima consigliera. Caterina ne ebbe la prova un sabato pomeriggio dell’ottobre 2017, l’ennesimo trascorso in casa, al riparo dai suoi coetanei, i neo-quarantenni, verso cui provava un misto di inadeguatezza ed estraneità. Si ritrovò così a scorrere meccanicamente la home page di Facebook, finchè la sua attenzione fu risvegliata dall’incipit di un post pubblicato dall’account di un blog dedicato a Berlino. “Nel settore ovest piove proprio come in quello orientale”.

La citazione era tratta da Seltsame Sterne starren zur Erde, il romanzo in lingua tedesca dell’attrice e regista turca Emine Sevgi Özdamar al quale era dedicato un articolo del blog. Quelle parole l’avevano colpita perché, secondo lei, accostavano Berlino ad uno stato d’animo che amava: la malinconia attiva, generatrice di domande, suggestioni, movimento.

Pochi minuti dopo scoprì che il romanzo non era stato pubblicato in italiano; il seme della curiosità, però, era già germogliato, e, d’impulso, cliccò sul tasto Acquista di un sito che lo vendeva in versione originale.  “E se lo traducessi io? Sarebbe un modo per ripassare la grammatica tedesca, e arricchire il lessico. Non ho mai letto un testo straniero così lungo, ma posso provarci”.

Il suo legame con Berlino affondava radici nella passione che nutriva verso il tedesco dall’età di 12 anni, quando lo aveva studiato per la prima volta. Perché le piaceva così tanto? In seguito glielo avrebbero chiesto spesso, con tono ora scettico, ora sinceramente incuriosito, ora quasi beffardo. Lei avrebbe risposto sempre, vergognandosi un po’ del suo entusiasmo, che l’affascinava la capacità di questa lingua di coniugare rigore strutturale e fertilità semantica, esprimendo in modo sintetico ma evocativo perfino stati d’animo che in italiano avrebbero richiesto giri di parole, Vorfreude, Schadenfreude, Torschlusspanik. La locuzione Geniale Dilletanten, poi, sembrava tagliata su misura della sua bulimica ed acuminata curiosità da autodidatta.

Ben prima di percorrere le strade di Berlino, la storia del Muro aveva preso corpo davanti suoi occhi grazie alle creazioni artistiche di David Bowie e Massimo Zamboni. I due musicisti avevano vissuto nel settore ovest tra la fine degli anni Settanta ed i primi Ottanta.

Caterina visitò la città per la prima volta a dicembre 2015. Bernauer Straße, il Kaiser Wilhelm Gedächtnis ed il Berliner Dom avevano stuzzicato la sua fame di scoperte senza saziarla definitivamente, risuonando di un’eco inconfondibile: il richiamo delle radici. Il Glühwein, gli Spätzle e la Kaiser Streuselkuchen parlavano la lingua della sua infanzia salentina, quando per sentirsi felice e al sicuro bastava mangiare qualcosa di buono, indossare un vestito comodo, e fantasticare su ciò che si nascondeva dietro la realtà. Si accorse così che Fernweh (desiderio del lontano, “mal” d’ignoto) e Heimweh (nostalgia, “mal” di casa) potevano riferirsi allo stesso luogo, e mescolarsi.

La traduzione richiese poco più di otto mesi. Pagina dopo pagina il suo slancio verso il tedesco si era autoalimentato, e così anche l’immedesimazione nella storia raccontata dall’autrice. L’impulso creativo che covava in lei da un po’, si trasformò in imperativo. Non sarebbe mai diventata un’artista della parola scritta, ma avrebbe messo il suo amore per la lettura al servizio di quel romanzo, che avrebbe parlato a migliaia di lettrici e lettori italiani, se solo fosse arrivato nelle loro mani.

Caterina disse tutto questo a Emine Sevgi Özdamar un pomeriggio di fine agosto. Si era procurata il suo numero di telefono sfoderando una faccia tosta sconosciuta e inattesa a lei per prima. Quando traduceva, l’inadeguatezza evaporava, sentiva di avere uno scopo, di essere viva. E questo rendeva sopportabile anche ricevere un “no”. Ché, se trovava il coraggio di formulare una domanda che le bruciava dentro, avrebbe avuto comunque il suo premio, indipendentemente dalla risposta.

La Mongolia dentro

Fare fino alla spasmo. Attendere la stagione in cui potersi fare puro osservare.
Troppa bellezza si (e) stende davanti ai miei occhi. Impossibile contenerla. L’unico modo per (r) accoglierla sarebbe dissolversi, rinunciare ai confini dell’individualità. Maneggiare quei confini come limiti, e, andando contro Se, sradicarli.
Il viaggio come mezzo, e non come fine.
Essere viaggiata, più che viaggiare.
Tendere il viaggio come un arco, fino a che le sue frecce acuminate (Heimweh, Fernweh, Sehnsucht) centreranno l’obiettivo. Essere io l’obiettivo del mio viaggiare, mirare al mio cambiamento, anzichè ad accumulare banderine o depennare una ad una le “dieci cose da vedere assolutamente quando sei nel punto X”.
Celebrare coincidenze e cicli, quando mi concedono il privilegio di assistere al loro dispiegarsi e dipanarsi. Accettare che la mia volontà di umana è niente più di possibilità, un accessorio, che in nulla turba o influenza il fluire della vita fino al suo esito più compiuto. La morte.
Intanto, cercare in se il capo intorno a cui riannodare il filo del Creare. Un filo blu. Come la macchia mongolica.

Nella mente di una docker

L’aria ferma. Arroventata. Soffio complice sul fuoco delle ossessioni.
Ritirarsi nel guscio in cerca di refrigerio. Ritrovarsi sulla graticola, di nuovo, dopo un ristoro tanto atteso quanto fugace. Come difendersi dai pensieri che macerano il cervello,sudore stagnante sull’anima, seconda pelle che avrebbe un gran bisogno di cicatrizzare? Pagare penitenza tornando alla casella di partenza.

La prossima mossa va preparata con cura, che’ deve essere diversa dalle precedenti. Siano gli errori i primi anelli della catena che lega alla vita da vivere. Dissipare quella immaginata rifiutando l’alibi secondo cui è possibile esistere solo d’autunno, con venti gradi, un sole tiepido e giornate lunghe dodici ore.