Nuvole pellegrine

Realizzi di esserti affezionata a un luogo quando la tua mente, in modo del tutto spontaneo, inizia ad affollarsi di nuovi punti di riferimento.

Haarlem è stata casa per il mio umore altalenante. Ha perfino deciso di adeguarsi a questo precario equilibrio con un meteo a dir poco bizzoso. Non ha lavato via i demoni risvegliati dall’ipocondria, ma perlomeno mi ha offerto svariate, congrue distrazioni.

Porterò con me la luce purissima e abbacinante dei pittori fiamminghi, che ho sperimentato sulla mia pelle durante le passeggiate al mattino presto.

Porterò con me la difficoltà nel pronunciare correttamente la parola hofjes, e il potere rigenerante che questi possono avere, a dispetto della trascuratezza estetica.

Porterò con me la croce della Domkerk di Utrecht, calamita di emozioni forse proprio per la sua natura disadorna e austera.

La malinconica spensieratezza del Fisher Boy di Frans Hals sarà monito e guardiano della mia indole, del nucleo da preservare anche quando perderò l’equilibrio.

Porterò con me il buio affilato della Cattedrale di San Bavo, le liquirizie salate e la metafora racchiusa tra le due cialde di stroopwafel. Il discrimine tra nausea e delizia è sottile, e per preservarlo bisogna sfuggire alla tentazione dell’eccesso e dell’autodistruzione.

Al netto di tutto resta – spero – una me che ha perso interesse a fare la guerra con il mondo. Grata di tanta bellezza vorrei poter abbracciare Corrie Ten Boom.

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Mangiando la miglior torta al cioccolato della mia vita

Ero seduta proprio qui, giorni fa, quando a un tavolino fuori ho visto un uomo che aveva le tue stesse orecchie leggermente a punta. Mentalmente ho ricostruito la fisionomia del suo viso, e ho pensato che saresti potuto essere tu fra dieci anni, o forse anche otto.

Ridiamo sempre tanto. Quando siamo insieme, senza neppure accorgercene, riusciamo a creare una zona franca di spensieratezza, una bolla di allegria punteggiata di sarcasmo. Un retrogusto amaro che non sconfina mai nel cinico fiele. Eppure hai perso quel discreto lampo fanciullesco che attraversava i tuoi occhi. Quando mi baci riesco a sentire l’abisso sotto i piedi. Lo immagino, so che c’è, ma non gli permetto più di spalancarsi.

La nostalgia per ciò che sarebbe potuto essere è una patina estetizzante dall’effetto simile allo zucchero a velo. Entrambi rendono appetitoso pressoché tutto, ma permetterglielo può essere pericoloso. Tornare a una dieta (esistenziale) rigorosa non è mai divertente.

Ho ceduto alla tentazione di guardare in viso quell’uomo, andando via dal Cafè Brinkmann, ma non ti dirò quello che ho visto. La realtà vince sempre, e la mia sono le tue costole da accarezzare.

Sabbie mobili

Prepotenti, egocentriche, melodrammatiche. Le mie paure sanno essere un distillato di veleno.

Impossibile affrontarle di petto. Non tollerano che qualcuno a parte loro faccia la voce grossa.

Schiava dei loro capricci, devo (?) subirne periodicamente le esplosioni, mandare giù la sconfitta dei miei desideri, e aspettare che il vulcano si plachi.

A volte ho la sensazione che la mia vita sia la somma degli intervalli tra un’eruzione e l’altra.

Forse riesco a esprimere la me autentica solo durante le pennichelle dei miei demoni. Come una bambina che per concedersi qualche marachella deve aspettare che i nonni sonnecchino.

Che sia per questo che, quando sono felice e ci faccio caso, ho il terrore che l’incantesimo si rompa da un momento all’altro, e mi sento come una ladra colta in flagrante?

Infilare le dita nella presa della corrente

Mi manca il fiato.

 

The wonder of it all was you,

and underneath it all it wasn’t true.

 

Non (ti) capisco, e questa cosa mi fa andare di volta il cervello. In circolo nelle vene solo adrenalina; il sangue è presumibilmente evaporato al sole della cantonata che porta il tuo nome. Questo rossore è per la vergogna denunciata dalla mia debolezza. Non posso perdonarlo. Né a te né a me.

Domani sarà tempo di provare a rialzarsi, anche a dispetto dei crampi che trafiggono i muscoli. Ora però non posso fare altro che maledire la tua gentilezza smaltata e la tua insidiosa logorrea.

Fuggire così veloce da dimenticare che mi ero illusa fossimo fatti della stessa pasta. Distrarre questo ossessivo bisogno di controllo e incendiare il tempo, se necessario, per farlo trascorrere più rapidamente. Ingannare le nevrosi regalandomi l’illusione di scivolare attraverso i giorni con la stessa fluidità delle lenzuola fresche.

Il tuo silenzio è stilettata arroventata che tagliuzza meticolosamente la pancia. Toccherà la stessa sorte alla neonata fiducia in me stessa?

Pulsa come febbre un imperativo. Dare senso e direzione alle tonnellate di energia finora colpevolmente compresse. Merito qualcosa di meglio che diventare un parafulmine.

L’insonnia è il sicario che hai assoldato tu stessa

Ho annusato la tua distanza già mentre la apparecchiavi.

Avrei potuto disegnarne i contorni con il pensiero, quando ancora era “solo” malinconia in potenza. Una crudele premonizione, forse. Come la nausea che ciclicamente viene a farmi visita quando è tempo di buttare i vecchi vestiti, comodi ma consunti, per azzardarne di nuovi.

Insieme a te si dissolverà anche la me che stavo partorendo?

I frutti della primavera si preparavano ancor prima della tua apparizione di meteora. Eppure ho paura che, quando mi alzerò domattina, le mie mani saranno vuote. Mi angoscia pensare che la delusione possa inaridirle.

Condividermi con te ha scatenato pienezza, appagamento e fame allo stesso tempo. A chi donare tutto questo, oggi? Se la risposta fosse “nessuno”, avrei ancora pazienza e voglia di coltivarmi?

Non chiederti. Fai. Rivolgo a me stessa questa preghiera laica. Non posso nient’altro, stanotte.

Ridere. Soprattutto quando il mondo (sembra) congiura(re) contro di te

Fare la cosa giusta spesso ti costringe ad andare avanti e ostentare sangue freddo nonostante rabbia e delusione ti stiano pedinando.

Vorresti cedere all’impulso di urlare loro contro tutta la tua angoscia, la paura e il raggelante senso di impotenza. La tentazione è a tratti accecante, ma sai che non puoi. Al contatto con la realtà, la tua speranza di trovare un qualche sollievo si disintegrerebbe pietosamente, rivelandosi mera illusione.

Non sono ancora veramente libera da certi astratti  e (forse) opinabili principi di giustizia che mi trascino dietro da anni. Così, il più delle volte non sono in grado di dipanare la nera, aggrovigliata matassa di pensieri e stati d’animo tossici che mi attraversano la pancia.

Vorrei essere sufficientemente determinata e coraggiosa da non permettere alla fame nervosa di azzannarmi ai polpacci. Invece, l’aspetto peggiore della questione è che quel morso sembra un rifugio addirittura sensuale, se paragonato alla spazzatura emotiva di cui non riesco a sbarazzarmi.

Would you kiss me a lot?

La prima volta che ci siamo visti eravamo in anticipo entrambi.

Nonostante i pochi tavoli di distanza, nessuno dei due si era accorto dell’altro. Con il senno di poi mi sono convinta che fosse il primo, inequivocabile, segno, della comica (cronica) distrazione che ci lega.

Goffi, maldestri, eppure ostaggio di aspettative troppo alte. Entrambi costantemente combattuti tra il richiamo delle profondità marine verdiazzurre, e la vertiginosa libertà delle aquile, tanto aristocratiche quanto  malintese.

Mi disorienta l’aroma di familiarità che emana tutta la tua persona. Ogni volta che scorgo un tratto che ci accomuna, la paura, figlia dell’impossibilità di spiegare razionalmente la faccenda, stronca sul nascere quella punta di compiacimento che in altri tempi mi sarei concessa senza rimorsi. Inibisce l’atavica tentazione a ricamare su ogni cosa bella in cui inciampo.

Ciononostante, mi urta il piglio investigativo con cui scagli le tue domande. Forse perché, senza saperlo (né, forse, volerlo) mi costringi a guardare allo specchio la dissennata fame di risposte e lo spasmodico bisogno di punti fermi che in passato mi hanno consegnata, mani e piedi legati,  all’ossessione.

Il genuino entusiasmo ti espone forse indifeso al mondo esterno, eppure ti abbandoni con gratitudine a ciò che ti appassiona. Un’infinita curiosità, energia che non ha bisogno di risparmiarsi perché si autoalimenta. Come l’eco di qualcosa che, pur lontano del tempo, permane incorrotto nella sua essenza, e chiaramente distinguibile.