Ogni riferimento a fatti e persone non è puramente casuale

Focalizzare la strada percorsa nonostante le intemperie ti espone quasi automaticamente alla malinconia e ai sensi di colpa legati ai passi che non hai ancora fatto. Perlomeno, succede a chi è il più arcigno e prevenuto giudice di sé stesso.

Mi sono chiesta  a lungo cosa ci fosse di sbagliato in me, quando sgattaiolavi il mio sguardo.

Quando non mi cercavi per primo.

Quando non facevi niente per smentire la mia diffidenza verso la realtà.

Quando ti crogiolavi al sole dei tuoi monologhi lesinando domande e interesse verso di me.

Domande e dubbi mi hanno quasi dissanguata. L’emorragia di vita e sorrisi a cui mi hanno costretta non è stata meno devastante di quanto lo sarebbe stato cedere alla tentazione di farmi del male fisico dopo il tuo ennesimo rifiuto. Non lo sai, ma ogni volta che preferivi posare gli occhi a terra e non su di me, come la marea saliva inarrestabile l’impulso di tagliarmi. “In qualche modo devo sfogare il fardello di energie che mi porto dietro”, avrebbe detto la pancia, se solo fossi stata disposta ad ascoltarla.

Qualcosa si muove, forse, se oggi riesco a vederti per quello che probabilmente sei sempre stato. Una formica schiacciata sotto un macigno fatto di banalità e ipocrisia.

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Il succo di limone va maneggiato con cura

Viaggiare è un piacere che comincio a pregustare ben prima di salire sull’aereo.

E’ un rituale che abbraccia ogni fase della (materiale) preparazione della partenza.

Fantasticare sui posti che mi incuriosiscono già a leggerne la descrizione, le ricerche incrociate che mi porteranno a scegliere dove mangiare. Informarmi sui piatti locali, e soprattutto sui prodotti da forno, ché la colazione ha un’aura quasi mistica, per me.

Adesso questo orgasmo mentale è stato completamente inibito. Raggelato sul nascere. Come decidere quale peso dare ai pareri altrui su un luogo che ancora non si conosce direttamente? Difficile non pagare lo scotto del corto circuito cognitivo che ne può derivare.

In passato l’incoscienza delle “prime volte” mi ha permesso di godere luoghi tecnicamente difficili, attraversandoli indenne. C’è una crudele comicità nel fatto che la mia attuale piena, a tratti amplificata, percezione del pericolo, mi dia la sensazione di essere incredibilmente più vulnerabile di quel sabato di tre anni fa quando andai a teatro ai Quartieri Spagnoli.

Servirebbe una cartina tornasole per controllare, al bisogno, che il ph del pensiero non abbia sforato la soglia di acidità.

Si fa presto a dire Torschlusspanik

Vivere nella perenne attesa di qualcosa è la peggior condanna per chi è ossessionato dall’utopia di (poter) controllare tutto. In special modo le negatività.

Abbracciare il presente significa accettarne le incognite. Impossibile apprezzarlo, se prima non si sottoscrive il pacchetto completo.

Lo stomaco ha deciso di scendere in strada per esprimere tutto il suo malcontento. Pare sia stanco del mio bisogno spasmodico  di ordine e perfezione.

Noia, vuoto e frustrazione non sono erbacce che puoi estirpare una volta per tutte. Sono piuttosto alcune delle stazioni da attraversare durante il viaggio dei giorni.

Riuscirò a evitare che il solo spauracchio di questa triade intossichi irrimediabilmente la nuova stagione?

La bellezza del mare tedesco

La semplicità è il ricordo che ciascuno serba del primo incontro con il mare. Impossibile rintracciare due esperienze sovrapponibili, ma quasi certamente le trame sottostanti presenteranno elementi di parentela.

La semplicità è un prisma e le sue facce colorate. Ognuna ha la capacità di apparire come definitiva, perfetta per abbracciare e riassumere l’intera scala di piaceri evocati. Quando però maturi sufficienti esperienze delle sue varie rappresentazioni (o concretizzazioni?), realizzi che ciascun tassello ha pari dignità nel delinearla.

Semplicità è l’incredibile potere dissetante di un bicchiere di acqua e limone.

Il sorriso scugnizzo di Ricky Ross.

Fare colazione con uno yoghurt alla vaniglia.

Il cielo tra le sette e le otto di mattina.

Cominciare a tradurre un libro un po’ per gioco un po’ per caso, e imbattersi nelle innumerevoli folgorazioni rese possibili dalle sincronie, e da un uso fertilissimo della lingua.

Bere una Leffe Blonde il venerdì sera.

Essere mossa da un filo invisibile ma pervicace chiamato passione. E poco importa se ancora non mi è dato conoscere dove mi porterà.

Der frohe Regen (in memoria dell’ombrello comprato a Dresda e perso a Roma)

Da bambina sorridevo sempre. Le foto sono lì a testimoniare l’ingenua spensieratezza che, a dispetto di un quotidiano avaro di tante cose, si ostinava a brillare incorrotto.

Qualcosa (di importante) mancava, ma riuscivo a farmi bastare le presenze su cui dovevo contare. Brontolone, a tratti troppo severe e assennate per la mia età, ma comunque sufficientemente sostanziose per l’allegra testarda che ero.

Una fonte di luce, a mio modo. Un essere che cercava di rendere il quotidiano meno pesante a chi voleva bene, anche a costo di farsi carico di oneri che per ruolo ed età non gli sarebbero spettati.

Qualcosa che cercava di essere bello e lieve al tempo stesso, senza essere capito. Poi arrivò l’adolescenza, un dicembre senza Natale e Capodanno, che portò in dote solo giornate più corte e livide. Il taglio del cordone ombelicale era il più ambito oggetto del desiderio, ma, per qualche oscuro motivo, appariva al tempo stesso spaventoso.

Il sorriso, un tempo di cioccolato, assunse il sapore dei chiodi di garofano. La malinconia mi impastò i pensieri, come lo scirocco fa con i palazzi di tufo salentino.

Lo slancio verso la felicità si tramutò, da risata piena e irrefrenabile, in dissimulata increspatura di labbra. Ogni passione non tardava a svelare la data di scadenza, e i legami, dopo rapida fiammata, cedevano il posto all’inconfondibile odore di fiori secchi.

Sebbene avessi rinunciato alla scriteriata generosità, però, la realtà circostante non mi concesse maggiore benevolenza, anzi. Il composto disincanto divenne criminale cui dedicare una caccia senza quartiere.

Delusa? Quasi certamente.

Arrabbiata? A tratti.

Messa con le spalle al muro? Scaramanticamente mi riservo di procrastinare la risposta.

Se perfino un punto di riferimento è relativo

La memoria è un ingranaggio il cui dente rotto s’inceppa sempre nel medesimo punto.

Incredibile che la tua tavola calda siciliana preferita mi avrebbe accompagnata lungo l’alternarsi di due stagioni.

Matteo Boiardo era solo un nome tra tanti per me, fino a sei mesi fa, oggi invece mi sorprendo a immaginarti di nuovo in quella casa tanto curata nei dettagli quanto priva di personalità. Ci hai mai pensato? Quando qualcosa viene studiato nei minimi dettagli per apparire autentico e caldo, il più delle volte finisce per svelare con fragore la sua assenza di anima. Come spogliandosi bruscamente da un vestito frusciante e pittoresco.

Ho imparato fin troppo bene a cospargere tutto di fatalismo, mentre, senza grandi sforzi, ignoravo la tua assenza. Oggi però sono qui a chiedermi se forse io non sia completamente fuori strada, e debba invece piegarmi alle leggi del tatticismo esistenziale.

Il tempo in città è suscettibile e instabile ormai da settimane. Somiglia a noi quando ci avviciniamo troppo, e in fretta.

La tua barba, le mani gigantesche, i piedi imperfetti, eppure magnetici. O forse il modo in cui continuavi a prendermi in giro dopo che a Firenze mi avevano scambiata per un’adolescente, riservandoti occhiate interrogative? Non sono in grado di affermare con certezza quale tra queste sia la coperta di Linus della mia tristezza, adesso. Probabilmente però non è neppure così importante stabilirlo.

Dirottare il pensiero altrove dicono che sia l’unico modo per impedire a una (qualunque) ossessione di colonizzarci. E con tre aeroporti lì ad aspettarmi, dovrebbe essere quasi un gioco da ragazzi.

Arrendermi a quello che non posso controllare

Giorni in cui minuscoli atti di gentilezza hanno il potere di regalarmi lacrime di gratitudine. Chè in fondo perfino la sindrome premestruale ha del buono, se permette di non soccombere a un’onda anomale di cinismo.

Storia e paesaggio rendono raggelante la bellezza di Budapest, ma Langos e Kurtoskalacs sono il meritato premio di chi riesce ad apprezzarla dopo averne assaggiato gli spigoli.

Il sorriso è qualcosa di tanto semplice quanto eversivo. Alleggerisce almeno parzialmente la fatica di mani, spalle ed occhi costretti ad attraversare (e sopravvivere) al caos e all’illogicità del quotidiano.

Un uomo anziano che bacia sulle labbra la moglie salutandola in aeroporto. Una rosa bigliettino-munita fissata con dello scotch al parabrezza di un’auto.

Per quanto a volte fatichi a ricordarlo, la vita pulsa e sanguina emozioni a pochi metri da me. Esserne testimone cocciuta è la mia personale forma di resistenza.