Fare – ansia anticipatoria = amare

Per mesi ho ammirato il sereno dinamismo che contraddistingue la mia collega Riccioli D’Oro considerandolo un ideale del tutto fuori dalla mia portata. Un’utopia che io avrei potuto soltanto invidiare benevolmente, contemplare esterrefatta e rassegnata all’impossibilità anche solo di lambirla occasionalmente.

Un senso di inadeguatezza, il mio, scaturito dal sommario racconto dell’evoluzione, attraverso i decenni, dell’amore che la lega al marito. Una storia degna di un’appassionante commedia romantica: il colpo di fulmine un’estate al mare, e il saldo impegno di entrambi per alimentarlo e trasformarlo in sentimento strutturato, nonostante la distanza. Un diario condiviso da scambiarsi a ogni incontro, così da permettere all’altro di sapere com’erano trascorsi i giorni lontani. E innumerevoli lettere a  rafforzare la complicità, senza mai placare la fame di contatto.

Attraverso le parole di Riccioli D’Oro  ho toccato con mano l’autenticità e la corposità dell’amore che vive da quando era adolescente. Eppure stagnavo nella convinzione che aver trovato un sentimento lungo più di 30 anni fosse, in larga misura, merito di una catena di coincidenze favorevoli. Il suo carattere morbidamente assertivo e il suo pacato pragmatismo mi apparivano come blandi fattori collaterali. Una visione, la mia, parziale e superficiale, che è stata squarciata dal racconto della nascita di Chiara, la più piccola dei suoi figli, avvenuta tre mesi in anticipo rispetto alla data prevista. Una piccola prematura, come l’emotività dei genitori che l’aspettavano. In entrambi i casi, però, l’incubazione ha regalato effetti sorprendenti.

Una gravidanza, quella di Riccioli D’Oro, senza alcuna avvisaglia di pericolo fino a un martedì di luglio. Poi il sangue, la corsa in ospedale, esami che si susseguono convulsi alla ricerca di un perché, e l’approdo in sala parto. Al momento della nascita Chiara pesa solo settecento grammi, viene avvolta in un minuscolo fazzoletto verde per essere presentata al papà; la placenta in cui ha vissuto sei mesi è diventata dello stesso colore.

I medici ipotizzano un brusco sbalzo ormonale all’origine dell’energica decisione del corpo di Riccioli D’Oro di “sbalzare fuori” Chiara. Nessuna certezza sul futuro della piccola, nonostante il teorico vantaggio rispetto ai  coetanei prematuri maschi (questi, infatti, crescono più lentamente durante la gravidanza: i loro polmoni non sono ancora formati alla 24esima settimana). L’unica cosa da fare è mettere un piede davanti all’altro, affrontare un giorno alla volta fino allo scadere dei fatidici nove mesi. Bisogna aspettare ottobre per capire se la piccola sarà in grado di sopravvivere fuori dall’incubatrice.

Riccioli D’Oro, papà e Chiara entrano in un limbo fatto di suoni ovattati e dell’indispensabile – ma sterilizzata – comunicazione corporea. La neonata infatti è fragilissima, e la contaminazione ambientale potrebbe far precipitare la situazione. La marsupioterapia, la speranza da covare gelosamente, in silenzio, i cuscini disposti nell’incubatrice non per vezzo decorativo, ma per simulare il contatto tra il piedino e il grembo materno.

Un corridoio emotivo lungo e frustrante. Un’attesa capace di logorare i nervi di molti fino a sfilacciarli. Non quelli di Riccioli D’Oro e di suo marito, però. I mesi trascorrono tra la Terapia Intensiva Neonatale e i gesti quotidiani resi necessari dalla presenza di altri due figli piccoli. Il rapporto viene cementato dall’obiettivo condiviso, e l’autunno meteorologico regala a Chiara ed ai suoi genitori una meritato assaggio di primavera della speranza. Respirare non è più sforzo sovraumano, ma spontaneo gesto che riassetta i giorni per fare spazio al futuro. Non è dato conoscere immediatamente gli eventuali danni riportati dalla piccola a seguito della brusca nascita, ma intanto si può (si deve?)  vivere. Rinunciare anche solo a una goccia di felicità per inseguire uno stormo di neri interrogativi sarebbe imperdonabile.

Sin dai primi mesi in famiglia Chiara si è contraddistinta per velocità di crescita e voracità di vita. Ha iniziato a gattonare, camminare e parlare prima dei fratelli nati allo scadere dei nove mesi; Riccioli D’Oro mi ha spiegato che il minimo comun denominatore dei bambini nati prematuri è un mix di energia e determinazione fuori dal comune.

Altrettanto inconsueto, per me, è stato il modo con cui la mia collega ha raccontato un pezzo cruciale di sé come questo. Niente, fino a quel giorno di luglio, aveva fatto presagire l’abisso che avrebbe accompagnato i primi mesi di Chiara. Mentre Riccioli D’Oro parlava, mi sentivo come se qualcuno stesse scavando la mia pelle in più punti con un chiodo. Avrei voluto abbracciarla, piangere, imprecare contro le crudeli e illogiche casualità, contro la precarietà insita nella vita, contro il rischio sempre in agguato di perdere chi si ama. Lei, invece, ancora una volta emanava serenità. Niente lacrime, recriminazioni né voce rotta. Era pacificata, e probabilmente non si è mai sentita in guerra con gli eventi, per quanto spietati. Solo in quel momento ho capito che l’equilibrio, l’appagamento e la concretezza che la rendono autorevole e affidabile non sono state fortuite eredità, ma gli auspicabili frutti della messa a coltura di due semi: amore e disciplina. Perché ciò che conta non è mai dato una volta per tutte. Bisogna prendersi cura con buonsenso della sua vulnerabilità.

Diario della gratitudine

“La vita è 10% quello che ti succede, e 90% come reagisci”.

Negli ultimi anni sono inciampata spesso nelle innumerevoli declinazioni di questo – solo apparentemente banale – concetto. Si trattava di slogan che celebravano la resilienza, la necessità di ridimensionare qualunque problema, e il potere terapeutico dell’ottimismo.

Ogni volta mi sembrava di aver trovato la chiave della mia ansia congenita, mi ripromettevo di leggere fino a quando avessi fatto miei questi principi e, per un attimo, mi illudevo che da lì in poi tutto sarebbe andato molto meglio. Oscillavo tra un estremo e l’altro: spaccare il capello in otto, e sottovalutare le mie fragilità esemplificando in modo ossessivo le questioni.

Di fatto, però, non avanzavo di un passo. La serenità, che di tanto in tanto mi avvolgeva, si basava perlopiù su fondamenta di sabbia: l’illusorio potere di controllare gli eventi, e la ciclica assenza di novità e imprevisti.

Quando mi è finito davanti agli occhi il meme del 10/90, finalmente, ho deciso di prendere sul serio il concetto. Chè da un po’, dentro di me, si stava smuovendo qualcosa. Era successo dopo l’ennesimo fastidioso – ma tutto sommato reversibile – evento che minacciava di farmi sbranare dalle paure.

In quel momento ho deciso di tenere un quaderno della gratitudine da aggiornare costantemente, annotando tutto ciò che mi appaga. Le mille e una declinazioni del reale che rendono la vita un’opportunità da apprezzare e coltivare con tenacia. Dal mio fidanzato che mi cucina il polpo con le patate, al piacere di un pomeriggio inaspettatamente libero, passando per un’ottima marca di merluzzo in offerta.

Questo semplice esercizio ha risvegliato le mie papille gustative emozionali, le ha affinate e ne ha acuito l’appetito. Essere la prima a donare un sorriso è stata condizione necessaria ma non sufficiente per restituirmi senso e scopo. Ossessioni e compulsioni non sono sparite da un giorno all’altro come per l’azione istantanea di un interruttore, ma ho capito che gioia non è assenza di problemi né vita edulcorata, bensì determinazione a cogliere ogni singolo frammento di bellezza che si presenta. Non importa quanto sia piccolo o effimero.

Bellezza è mia madre che quando mi chiama ha una gran voglia di raccontarmi la sua giornata.

Raccogliere gli sfoghi della collega moglie e madre, che la maggior parte delle volte assorbe i malumori spropositati di sei trentenni.

Il mio fidanzato che fa il bis delle lenticchie che gli ho preparato.

Bellezza è poter contare su estranei che dimostrano umanità e infondono – del tutto gratuitamente – serenità. Come un padre che fa sentire al sicuro la figlia di cinque anni abbracciandola con allegra dolcezza. Perché per onorare la capacità della vita di rimarginarsi e rigenerarsi non servono aforismi motivazionali, ma esempi positivi che sfondino la porta (semi) aperta della propria caparbietà.

Gli effetti dell’astinenza da frutta di stagione

Ci sono persone che sprigionano un appetito di vita contagioso. Gustano fino in fondo il loro esistere, e questo traspare con una forza e un’urgenza inattesa. Un modo di stare al mondo che raramente incontro, e probabilmente in parte la colpa è anche mia.

Pur rendendosi necessarie, queste persone si guardano bene dal promettere alcunché a nessuno. Affrontano gli istanti uno dopo l’altro, come monadi, quasi fossero conchiglie chiuse e dai gusci indivisibili. Ciascun frammento è utile a definire il tutto, ma nessuno è indispensabile.

La spensieratezza mi è necessaria come l’ossigeno, eppure fatico ancora ad accettare il carico di leggerezza che comporta.  A volte mi chiedo perfino se le due debbano andare necessariamente a braccetti.

Sognare un pic-nic in cui poter donare ciò che di intenso si ha, ma con levità.

Il disimpegno è forse un pedaggio obbligato?

Maggio e i suoi dilemmi sono una certezza. Entrambi non mancano un appuntamento.

Tra me e te, la Manica

Dove le tue mani – forse – non arriveranno mai, sono arrivate le tue parole. Hai condiviso con me solo una fantasia, ma te ne sono grata come se mi avessi fatto bere il tuo seme.

Pudico, a tratti vittoriano, eppure portatore sano di una sensualità decisamente palpabile, forse proprio perché non ostentata. Inconsapevolmente mi hai promesso qualcosa che, anche se quasi certamente non assaggerò, ha preso il posto del caffè al ginseng.

Giocare con gli specchi può essere decisamente afrodisiaco,  a patto di non lasciarsi sfuggire di mano la situazione.

Maneggi metafore e terze persone singolari con disinvoltura e sapienza, come se avessi a che fare con il tuo pianoforte. Seguendo il vagabondare dei tuoi pensieri (desideri?) mi hai parlato di un viaggio irrealizzato, e l’effetto non  è stato molto dissimile da una notte di passione che non conosce mattina.

Se c’è un modo per bypassare le controindicazioni del risveglio, ti prego di insegnarmelo.

Sogno di essere investita da una bici

Ogni volta che la realtà conferma la sfiducia nel genere umano, sui buoni propositi si posa un altro strato di ruggine.

La mia paralisi ha un volto e una voce. Ne conosco data di nascita e nazionalità. Tengo a mente addirittura il luogo e il momento in cui mi ha confessato certe cose. Eppure (o forse proprio per questo) non riesco a guardarla in faccia.

La felicità è un posto in cui è sempre autunno. Ma per quanto io ne senta il bisogno, le mezze stagioni continuano a sfuggirmi di mano.

Gatto persiano

È proprio vero che non esistono più le mezze stagioni, se un segno d’Aria accusa lo sradicamento di un Toro-Gemelli.

La cuspide più improbabile che conosca. Batte addirittura me.

Per quanto destabilizzante, il suo profumo non può fare miracoli, in assenza di centri di gravità e punti d’equilibrio.

Attraversa le cose prudente e circospetto. Gentile ma incrollabilmente egoista, proprio come un felino. Goloso degli insegnamenti che va sgraffignando alla vita, tiene per sé quasi tutte le sue scoperte. Concede poco. Raramente molla la presa, anche se ringrazia sempre.

Lo sguardo di un gatto è programmato per lusingare e dissimulare. Attenta a non farci affidamento. Mai.

Quella risata fanciullesca è albicocca di giugno. Evapora, dopo che ti seduce. Prima ancora che inizi il secondo tempo dell’anno.

Il segreto del sax

Stanotte sei venuto a trovarmi, e ti sei fatto annunciare dal cielo rosso della sera. Ho ripensato allo zucchero filato color fragola quando ti sfidai a portarmi alle giostre. Neppure un aroma così stomachevole riusciva a silenziare il tuo sapore.

Stanotte sei arrivato, e per una volta non avevo addosso i miei alibi. Solo le lenzuola a coprire la pelle. Strano scoprirmi geisha, ma come ogni gioco sai che non può durare.

Il sortilegio delle tue labbra, invece, non mi dà scampo da parecchie lune ormai. Da quel giorno in biblioteca. Ostinato continuavi a spiegare che quel film di Ken Loach ti serviva a tutti i costi, ma ad un certo punto mi sono ritrovata in una specie di acquario. Come in un film muto, imbambolata dalla tua bocca, le orecchie erano entrate in sciopero. Quella stessa bocca che mi risulterebbe intollerabile su un altro uomo.

Così difficile accettare di essere divorata, che ho distrutto ogni bussola e spezzato tutti gli aghi, per fingermi innocente contro ogni ragionevole dubbio.

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Gli errori belli

Per godersi la vita bisogna azzeccare i tempi. Come un nuovo colore di capelli. Chè non sempre quella sfumatura di blu elettrico desiderata (e mai osata) attecchisce tanto bene quanto al tuo umore.

Per godersi la vita, credo, bisogna fermarsi un attimo prima. Prima che la sua sinfonia di paradossi inafferrabili e irrinunciabili diventi frastuono infernale di stoviglie.

Il Chianti più buono della vita mia l’ho bevuto in una delle serate più acriliche mai indossate. Non lo sapevo che una risata in ritardo potesse diventare respingenza.

Con le parole ci lavoro, eppure sono fermamente convinta che possono essere il più potente veicolo di diffusione e trasmissione del virus della menzogna.

Come s(u)ono legnosa questa notte, ma al netto di tutto, il sugo del discorso è che, dopo tutto questo sbagliare (e andare), sfogliando strato dopo strato di frastuono, mi sento.

E comincio a ballare.

La prova dell’otto(bre)

È arrivato il momento di fare cose che non sono facili né rilassanti, ma non sono neanche dolorose. Per esempio: rivolgere offerte di pace ai tuoi avversari, provare a riavvicinarti a risorse preziose dalle quali sei stato separato e a potenziali alleati dai quali ti sei allontanato. Sperimentare nuovi giochi in cui non sei ancora bravo. Cercare di conoscere meglio alcune persone interessanti che ancora ti sfuggono. Capito cosa voglio dire? In questo momento allontanarti dalla tua zona di sicurezza ti darà forza e non sarà troppo faticoso.

(Darsi) appuntamento alla fermata dell’autobus

A volte i giorni sono indecifrabili, come orme sulla spiaggia, dopo che altre, più recenti e diverse, si sono sovrapposte/imposte.

Mimetizzarsi con i tempi grami e capricciosi per sopravvivere. Chè l’onda non puoi contrastarla. Giusto assecondarla, cavalcandola, se ti dice bene.

Allora, per non dimenticare chi sei, devi riuscire a guardare con amore perfino le zucchine. E se ti danno della pazza, passaci sopra. Ciascuno ha i suoi piccoli mostriciattoli a cui doversi/volersi affezionare.

La sveglia all’alba, l’autobus da corteggiare, e una città con cui (voler) fare amicizia. Anche questo è amore (?).

Bisognerebbe chiedere a chi cura silenziosamente la tua presenza, con il profumo di piccoli gesti che non riesce a viziare  neanche l’afrore della folla distratta e assonnata in cui sono pigiati i tuoi pensieri.

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