La finta benevolenza del sole di gennaio

Dicono che sbagliando s’impara, ma guardando al mio curriculum esistenziale, qualche dubbio sorge. Mi sa che il detto popolare ha omesso di menzionare la velocità di reazione individuale quale fattore decisivo e discriminante.

Per l’ennesima volta avrei voglia di sgraffiare via la faccia della realtà circostante. Cancellarla con tutta la furia possibile, e rimuovere subito dopo anche il ricordo dell’accaduto. Però ancora non basterebbe a prosciugare la cieca e diffusa sensazione d’ingiustizia che mi porto al collo.

Non si sfugge. (Soprav) vivere significa sradicarsi la faccia e trapiantarsene una di cortesia, con tutti i rischi del caso. Ipotesi di rigetto e incapacità di familiarizzare con il nuovo organo in primis.

A ogni cinghiata sui denti promettersi – e pretendere – nuovi errori più edificanti, per poi, con metodo quasi matematico, fallire impietosamente alla prova dei fatti.

Se certi problemi si ostinano a usare i tuoi giorni come casa, a nidificare sulla tua inconcludenza, devi essere tu a cercare un nuovo posto in cui dormire, mentre prepari la strategia utile a sfrattarli.  Appurato che non ci si libera di una bestia chiedendole di compilare la constatazione amichevole, si può solo adottare l’approccio muscolare da sempre ripugnato.

Un problema non cambia pelle, finchè non riesci a guardarlo negli occhi. Sta a te rovesciarti i connotati, se serve a procacciarti il coraggio necessario.

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Strappando i sensi di colpa con un colpo di ceretta

Misericordia per chi non ha dato (ancora) il colpo di grazia all’ultimo brandello di fiducia nell’umanità rimasto attaccato tenacemente all’epidermide. Misericordia per me. Misericordia per chi, per troppo tempo, ha giudicato i propri spigoli ostacoli alla felicità, e li ha smussati tanto rabbiosamente da rischiare di diventare una pietra levigata tra tante, appiattita nel mucchio dei buonisti al punto da smarrire il senso di sè. Misericordia per chi decide di ripartire solo dal proprio Sè.

Resistere alla noia

L’abitudine è il sonno tiepido e insonorizzato gentilmente offerto dallo Xanax. Schivare il suo richiamo per azzardare il risveglio delle realtà significa andare incontro, a braccia aperte, all’oscurità. Cosa nasconde questa?

Un coacervo di emozioni, o il vuoto pneumatico spinto?

Attraversare l’inconosciuto implica accettare l’idea della morte, ma senza cedere alla tentazione di lambiccarsi con la sua fantasia. Un’equazione di cui ignoro svolgimento e soluzione.

Cercando l’illuminazione nelle canzoni di Clementi e Sinigallia

Voi che conoscete tutte le risposte, perfino quelle relative a domande ignote ai diretti interessati, vi siete guadagnati per intero la mia ammirazione. Coerentemente con la confusione che mi caratterizza, però, scolora spesso in invidia mista a impotenza da incomprensione.

Vivere in un costante processo di osservazione di sé stessa, stile bestia allo zoo, equivale alla condanna a produrre infiniti cerchi concentrici. Realtà e insinuazione della stessa diventano un groviglio inestricabile.

Leggere la felicità negli occhi spiritati della foto di qualche ora fa, mentre adesso lo sguardo è reso vuoto dal terrore. Odiare ciò che non si riesce a controllare, compresa l’indecifrabile volubilità delle cose.

Ma perfino nel vortice, le bollette ti vengono a cercare. A fare loro da spalla, il tubetto di dentifricio ormai vuoto, e la pila di panni da lavare. Del tutto simile alla mole di problemi che ti aspettano in camera.

Ingranaggi da riprogettare

La frustrazione è un mal di gola che non riesci a silenziare.
E’ lo iato tra quello che sai colorarti i giorni, e la (ir) resistibile tentazione di cedere a tossiche masturbazioni mentali.

Lasciarsi a macerare nell’ansia, per poi adagiarsi in una panatura di fantasie catastrofiche. Cibo appetitoso unicamente per corvi e avvoltoi.

A volte la vita sembra essere niente più che lo spazio tra un’attesa e l’altra. L’attesa che qualcuno ti deluda come hai previsto, l’attesa di una meta che ti poni già come irraggiungibile. L’attesa di una paura sconosciuta, o l’ennesimo ritorno di una che, per quanto familiare, trova sempre nuova linfa per destabilizzarti.

Faulenzen

Certe sere la tristezza è una tempesta di neve. Frena il tempo e chiude la strada ai desideri.

Una volta seguivo il profumo delle cose. Forse perché ne avevo fiducia. Sapevo aspettarle.
Ora il freddo schiaffeggia la pelle e le speranze. Il tappeto di foglie è così spesso, che m’impedisce di sentire terra e ascoltarmi i passi.

La Bergman straccerà sempre Annarella. Quale che sia il Roberto Rossellini di turno.