No signal

La scrittura sa essere mortale, quando il filo che lega due persone è sgargiante ma impalpabile.

Il giallo è sinonimo di vita, di energia e pienezza, ma il suo rovescio è un veleno infallibile.

Le parole equivalgono a medico spietato per il paziente negligente che necessita una cura di cavallo.

Quel venerdì sera c’erano birra e risate. Inevitabile, quindi, scacciare con gesto brusco il pensiero di essere stata fraintesa. La convinzione che niente fosse cambiato tra noi pareva inattaccabile.

La scriteriata sicurezza mi ha accompagnata anche la mattina dopo, costringendo alla finestra il malinconico pensiero di te.

Poi sono passate le ore, e il tuo silenzio è diventato tanto assordante quanto incomprensibile. O meglio, l’eventualità di un malinteso mi pareva così ridicola, che ho cercato con tutte le mie forze di ignorarla. Speravo che, per una volta, il mio pessimismo venisse smentito dai fatti. Purtroppo però il sabato sera il bisogno delle tue parole si è fatto pungente, e ho ceduto alla tentazione di cercare un tuo segno, dopo che la tua indifferenza, come ghiaccio, mi aveva scottata. Non c’è niente di peggio che agire facendosi trasportare dall’impulsività del momento.

Ti credevo profondo e particolare. Ai miei occhi eri al di sopra delle banalità a cui la maggior parte delle persone si piega per schivare i giudizi. Così, quelle frasi di circostanza uscite dalle due dita hanno graffiato come lame appena uscite dall’arrotino.

Dovrei provare a immaginare un’altra radice per la tua laconica freddezza?

Forse.

Ma constatare che, quale che sia, non hai ritenuto importante condividerla con me, dimostra con chiarezza quasi imbarazzante che non c’è nulla da rimpiangere.

Guardare avanti, dove non c’è traccia di te. Brucia, ma è necessario. Come acqua ossigenata su ferita da disinfettare.

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Se giugno è presagio di agosto

L’abuso di caffeina mi rende irrequieta, eppure l’abitudine (o la compulsione?) è più forte della constatazione dettata dall’esperienza.

Ciononostante mi percepisco terreno destinato a un ciclo di riposo per eccessivo sfruttamento. Tuttavia, pullulo di cose che vorrei fare, di buoni propositi atti a rendermi migliore. La consuetudine a vivere al ribasso rischia di essere potente come una zavorra, e implacabile come corredo genetico.

Forse mi sto svuotando (del superfluo) per far posto al nuovo. Nella fase attuale non so ancora se sia la verità, o semplicemente quello che mi piace pensare. Nel dubbio potrei silenziare i pensieri, i vorrei ma non posso, i potrei ma non voglio (davvero), e concentrarmi unicamente sui voglio quindi posso.

Combattere l’intossicazione da condizionale, e cominciare a vivere, riconciliandomi con l’indicativo presente. Un obiettivo sufficientemente realistico e a portata di mano da far terra bruciata degli alibi a cui sono più affezionata.

 

La salvezza in un pugno in faccia

Ho bisogno di giallo, di fragrante normalità, di caffè decaffeinato. Di trangugiare paradossi, dopo averli sminuzzati a sufficienza. E di passioni che asciughino il tempo lasciandomi addosso l’abbronzatura della felicità.

Accettare di essere sbagliata. O forse solo di non essere giusta in modo nazionalpopolare.

Se il senso di una vita dipende da quanto la pettinano i filtri di Instagram, cosa resta da sperare, agli sguardi acerbi e scheggiati? È prevista una qualche forma di riscatto per i capelli folti e crespi, fuori dal limbo che li bandisce sia dalla serenità glaciale delle anime lisce, che dall’appariscente ammirazione dei tondi ricci?

La paura mista alla voglia di non arrendersi a essa ha un odore. Ed è racchiuso in queste note.

Siberia non è solo un disco dei Diaframma

Il vuoto di certi momenti può essere disturbante quanto l’immagine di me riflessa dallo specchio dopo aver sbagliato parrucchiere. Sicura che evitare di farci i conti impedisca alla ferita di bruciare?

La soluzione alla mia fame è la creta che ho nelle mani. Peccato che non abbia ancora deciso che forma darle.

Mi hai iniettato il gelo nel midollo osseo. Se fossi nei tuoi pazienti non sarei così certa che usi la tua abilità con le siringhe a fin di bene, dottor Morte.

Manifesto freak ante-litteram

Se ci fosse una strada, per partire o arrivare. Se “partire” fosse solo “morire”. Se nel bel mezzo del cammino ci si ritrovasse in una selva oscura. Se si soffocasse, potendo, senza respirare. Se il respiro stesso non fosse un “su” e “giù” del petto, ma solo un trattenersi, un rigonfiare, un cedere le armi. Se l’inconscio esistesse di giorno e la notte fosse per la tranquillità degli occhi che non vedono di notte. Se ci si mangiasse lo stomaco per salire troppo in alto e salendo la nausea fosse a dismisura asfissiata in gola. Se ci fosse qualcuno. Qualcuno. Almeno uno. Almeno. Per camminare insieme, per parlare insieme, per giocare insieme. Se non si fosse soli, così soli. Se non si fosse i soli a morire in questa città. Se ci fosse qualcuno, uno almeno, almeno un altro. Per avere meno paura. Per avere paura insieme.

(Ernst Kirchner)

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Ti odio, ma non prenderla sul personale

Non sono forte abbastanza da farti una vera ferita.

D’altra parte, non sono più neanche tanto sicura che sia stato tu a darmi quel pugno alla bocca dello stomaco. E la vendetta che vorrei regalarti è solo l’ennesima pistola scarica da esibire.

Forse lo sbaglio più grande è stato proprio questo. Accontentarsi di soffiare senza mai osare graffiare davvero.

Imperdonabile, per un gatto.

Ho tanto tempo ma non so che farne

Novembre è arrivato in ritardo, ma solo per fare scorta di cicuta.
È tutto più arcigno , quando le tue mani, già troppo piccole, per frenare il disfacimento della bellezza, si restringono ulteriormente dopo l’ennesimo passaggio in lavatrice.
Ti odio perché sei l’accidente messo lì a ricordarmi che c’è una ferita che non si può disinfettare né chiudere. Sembrerebbe che io debba rassegnarmici.
Ti odio perché, ogni volta, mi costringi a ripensare a quello che non ho. Senza darmi la speranza di cambiare le cose.
Ti odio perché voglio assuefarmi alla non-felicità, nominarla nuova quotidianità.
Ti odio perché non voglio più stupirmi del grigio muro che cinge le persone.