Se giugno è presagio di agosto

L’abuso di caffeina mi rende irrequieta, eppure l’abitudine (o la compulsione?) è più forte della constatazione dettata dall’esperienza.

Ciononostante mi percepisco terreno destinato a un ciclo di riposo per eccessivo sfruttamento. Tuttavia, pullulo di cose che vorrei fare, di buoni propositi atti a rendermi migliore. La consuetudine a vivere al ribasso rischia di essere potente come una zavorra, e implacabile come corredo genetico.

Forse mi sto svuotando (del superfluo) per far posto al nuovo. Nella fase attuale non so ancora se sia la verità, o semplicemente quello che mi piace pensare. Nel dubbio potrei silenziare i pensieri, i vorrei ma non posso, i potrei ma non voglio (davvero), e concentrarmi unicamente sui voglio quindi posso.

Combattere l’intossicazione da condizionale, e cominciare a vivere, riconciliandomi con l’indicativo presente. Un obiettivo sufficientemente realistico e a portata di mano da far terra bruciata degli alibi a cui sono più affezionata.

 

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La salvezza in un pugno in faccia

Ho bisogno di giallo, di fragrante normalità, di caffè decaffeinato. Di trangugiare paradossi, dopo averli sminuzzati a sufficienza. E di passioni che asciughino il tempo lasciandomi addosso l’abbronzatura della felicità.

Accettare di essere sbagliata. O forse solo di non essere giusta in modo nazionalpopolare.

Se il senso di una vita dipende da quanto la pettinano i filtri di Instagram, cosa resta da sperare, agli sguardi acerbi e scheggiati? È prevista una qualche forma di riscatto per i capelli folti e crespi, fuori dal limbo che li bandisce sia dalla serenità glaciale delle anime lisce, che dall’appariscente ammirazione dei tondi ricci?

La paura mista alla voglia di non arrendersi a essa ha un odore. Ed è racchiuso in queste note.

Siberia non è solo un disco dei Diaframma

Il vuoto di certi momenti può essere disturbante quanto l’immagine di me riflessa dallo specchio dopo aver sbagliato parrucchiere. Sicura che evitare di farci i conti impedisca alla ferita di bruciare?

La soluzione alla mia fame è la creta che ho nelle mani. Peccato che non abbia ancora deciso che forma darle.

Mi hai iniettato il gelo nel midollo osseo. Se fossi nei tuoi pazienti non sarei così certa che usi la tua abilità con le siringhe a fin di bene, dottor Morte.

Manifesto freak ante-litteram

Se ci fosse una strada, per partire o arrivare. Se “partire” fosse solo “morire”. Se nel bel mezzo del cammino ci si ritrovasse in una selva oscura. Se si soffocasse, potendo, senza respirare. Se il respiro stesso non fosse un “su” e “giù” del petto, ma solo un trattenersi, un rigonfiare, un cedere le armi. Se l’inconscio esistesse di giorno e la notte fosse per la tranquillità degli occhi che non vedono di notte. Se ci si mangiasse lo stomaco per salire troppo in alto e salendo la nausea fosse a dismisura asfissiata in gola. Se ci fosse qualcuno. Qualcuno. Almeno uno. Almeno. Per camminare insieme, per parlare insieme, per giocare insieme. Se non si fosse soli, così soli. Se non si fosse i soli a morire in questa città. Se ci fosse qualcuno, uno almeno, almeno un altro. Per avere meno paura. Per avere paura insieme.

(Ernst Kirchner)

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Ti odio, ma non prenderla sul personale

Non sono forte abbastanza da farti una vera ferita.

D’altra parte, non sono più neanche tanto sicura che sia stato tu a darmi quel pugno alla bocca dello stomaco. E la vendetta che vorrei regalarti è solo l’ennesima pistola scarica da esibire.

Forse lo sbaglio più grande è stato proprio questo. Accontentarsi di soffiare senza mai osare graffiare davvero.

Imperdonabile, per un gatto.

Ho tanto tempo ma non so che farne

Novembre è arrivato in ritardo, ma solo per fare scorta di cicuta.
È tutto più arcigno , quando le tue mani, già troppo piccole, per frenare il disfacimento della bellezza, si restringono ulteriormente dopo l’ennesimo passaggio in lavatrice.
Ti odio perché sei l’accidente messo lì a ricordarmi che c’è una ferita che non si può disinfettare né chiudere. Sembrerebbe che io debba rassegnarmici.
Ti odio perché, ogni volta, mi costringi a ripensare a quello che non ho. Senza darmi la speranza di cambiare le cose.
Ti odio perché voglio assuefarmi alla non-felicità, nominarla nuova quotidianità.
Ti odio perché non voglio più stupirmi del grigio muro che cinge le persone.

Confido nella formattazione della memoria a breve termine

Salento in bus. È il nome di un’autolinea speciale attiva durante il periodo estivo. Un anno la usai con Carlo, per fargli assaporare gli scorci che preferivo della mia terra, chissà, forse nella speranza di punzonarli anche al suo cuore. In quel periodo la fermata del Sib traboccava di accenti, borse da mare, trolley e improbabili tenute di turisti nordici. Una schiuma densa di voci, attese, buoni propositi da vacanza. Negli anni successivi, tutte le volte che ho viaggiato con il Sib, mi ha colpita la squallida solitudine di quella fermata. Un’indolenza stagionata, praticamente immutabile e muta al tempo stesso.

Stasera questo grumo è talmente amplificato da risultare assordante, sarà che domani parto. Mi arrendo a un settembre tanto amorfo quanto minaccioso. Un tempo questa terra mi toglieva l’aria, ora il fatto che sia una sorta di cartina tascabile la rende rassicurante e accogliente, quasi come un abbraccio materno. Spremere il tubetto nero della fantasia fino a indolenzirsi i polpastrelli è un vizio mortale. Martoriarsi i pensieri fino a farne maschere mostruose dovrebbe essere annoverata tra le perversioni.

Beati quelli per cui il DOC è solo il biglietto da visita del prossimo piacere che busserà alle loro papille gustative.