No signal

La scrittura sa essere mortale, quando il filo che lega due persone è sgargiante ma impalpabile.

Il giallo è sinonimo di vita, di energia e pienezza, ma il suo rovescio è un veleno infallibile.

Le parole equivalgono a medico spietato per il paziente negligente che necessita una cura di cavallo.

Quel venerdì sera c’erano birra e risate. Inevitabile, quindi, scacciare con gesto brusco il pensiero di essere stata fraintesa. La convinzione che niente fosse cambiato tra noi pareva inattaccabile.

La scriteriata sicurezza mi ha accompagnata anche la mattina dopo, costringendo alla finestra il malinconico pensiero di te.

Poi sono passate le ore, e il tuo silenzio è diventato tanto assordante quanto incomprensibile. O meglio, l’eventualità di un malinteso mi pareva così ridicola, che ho cercato con tutte le mie forze di ignorarla. Speravo che, per una volta, il mio pessimismo venisse smentito dai fatti. Purtroppo però il sabato sera il bisogno delle tue parole si è fatto pungente, e ho ceduto alla tentazione di cercare un tuo segno, dopo che la tua indifferenza, come ghiaccio, mi aveva scottata. Non c’è niente di peggio che agire facendosi trasportare dall’impulsività del momento.

Ti credevo profondo e particolare. Ai miei occhi eri al di sopra delle banalità a cui la maggior parte delle persone si piega per schivare i giudizi. Così, quelle frasi di circostanza uscite dalle due dita hanno graffiato come lame appena uscite dall’arrotino.

Dovrei provare a immaginare un’altra radice per la tua laconica freddezza?

Forse.

Ma constatare che, quale che sia, non hai ritenuto importante condividerla con me, dimostra con chiarezza quasi imbarazzante che non c’è nulla da rimpiangere.

Guardare avanti, dove non c’è traccia di te. Brucia, ma è necessario. Come acqua ossigenata su ferita da disinfettare.

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Perché dovrei smussare i miei spigoli?

Basta una birra giapponese per veder svaporare l’ottimismo apollineo. L’euforica convinzione che, dopotutto, anche la mia vita possa esprimere una qualche armonia, come per la trama sottostante di un puzzle.

Nel frattempo, le mie energie sono impegnate a fare sangue amaro. Il motivo? È che non ho ancora capito se la fatica avara di risultati che mi trascino dipende dall’aver perso un qualche tassello fondamentale, o dalla mancata comprensione della scena da ricostruire.

Carne sprecata. Un mattoncino delle costruzioni venuto fuori irripetibile, per un qualche errore di fabbricazione. Così mi avverto.

Ingranaggi da riprogettare

La frustrazione è un mal di gola che non riesci a silenziare.
E’ lo iato tra quello che sai colorarti i giorni, e la (ir) resistibile tentazione di cedere a tossiche masturbazioni mentali.

Lasciarsi a macerare nell’ansia, per poi adagiarsi in una panatura di fantasie catastrofiche. Cibo appetitoso unicamente per corvi e avvoltoi.

A volte la vita sembra essere niente più che lo spazio tra un’attesa e l’altra. L’attesa che qualcuno ti deluda come hai previsto, l’attesa di una meta che ti poni già come irraggiungibile. L’attesa di una paura sconosciuta, o l’ennesimo ritorno di una che, per quanto familiare, trova sempre nuova linfa per destabilizzarti.

Anche i dinosauri fanno l’amore

Agosto è sudore che increspa i capelli. Simile al sesso, solitudine a parte.

L’adrenalina può gettarti tra le braccia della vita, o paralizzarti.

Essere nelle cose oppure guardarti mentre le osservi con gli occhi sbarrati.
Morire e rinascere. Ogni volta convincersi che non potrà fare più male della dipartita precedente. Puntualmente ritrovarsi a essere smentita dai fatti.
Cadere senza rinunciare al guscio che ti protegge.

Accettare di parlare con i propri demoni solo alla presenza di un avvocato difensore.

Radice o polpa?

La tasca di un paio di jeans mi ha restituito il gancio di un orecchino. Qualcosa di apparentemente insignificante, ma a pensarci, indispensabile per trattenere l’orecchino ai pensieri che gli si aggrovigliano intorno.

Un’altra tasca, invece, ha inghiottito un anello che era una specie di neo. La nera distrazione lo ha costretto in lavatrice, e ora la mano che lo portava sembra nuda.

È la stagione dei punti interrogativi rovesciati in ami. La diplomazia di gomma e la melassa d’imperturbabilità potrebbero scatenare uno shock anafilattico, ma sbocconcellati un po’ alla volta sembra che irrobustiscano l’organismo.

Un cucchiaino al giorno, e il veleno non può più uccidermi. Forse potrebbe addirittura diventare il mio migliore. Quasi certamente, dopo averlo fatto bere, potrò rubargli due o tre fondamentali trucchi del mestiere.

Il passo del paguro

Il bene che ti voglio è il miglior solvente. Quello più acido. Un veleno perfetto. Tanto più efficace quanto più abile a nascondersi.

Il bene che ti voglio è un killer di professione. Il cadavere è una verità inoppugnabile. Eppure, assassino e arma del delitto restano un rebus.

Inquinata, disturbata, irragionevole. Tutto è in disordine, ma la tua immagine, dentro, è sempre placida. Come questa prima domenica di primavera. Qualcosa vorrebbe tranquillizzarmi, a dispetto di un sottofondo elettrico.

MALEDUCAZIONE