Se perfino un punto di riferimento è relativo

La memoria è un ingranaggio il cui dente rotto s’inceppa sempre nel medesimo punto.

Incredibile che la tua tavola calda siciliana preferita mi avrebbe accompagnata lungo l’alternarsi di due stagioni.

Matteo Boiardo era solo un nome tra tanti per me, fino a sei mesi fa, oggi invece mi sorprendo a immaginarti di nuovo in quella casa tanto curata nei dettagli quanto priva di personalità. Ci hai mai pensato? Quando qualcosa viene studiato nei minimi dettagli per apparire autentico e caldo, il più delle volte finisce per svelare con fragore la sua assenza di anima. Come spogliandosi bruscamente da un vestito frusciante e pittoresco.

Ho imparato fin troppo bene a cospargere tutto di fatalismo, mentre, senza grandi sforzi, ignoravo la tua assenza. Oggi però sono qui a chiedermi se forse io non sia completamente fuori strada, e debba invece piegarmi alle leggi del tatticismo esistenziale.

Il tempo in città è suscettibile e instabile ormai da settimane. Somiglia a noi quando ci avviciniamo troppo, e in fretta.

La tua barba, le mani gigantesche, i piedi imperfetti, eppure magnetici. O forse il modo in cui continuavi a prendermi in giro dopo che a Firenze mi avevano scambiata per un’adolescente, riservandoti occhiate interrogative? Non sono in grado di affermare con certezza quale tra queste sia la coperta di Linus della mia tristezza, adesso. Probabilmente però non è neppure così importante stabilirlo.

Dirottare il pensiero altrove dicono che sia l’unico modo per impedire a una (qualunque) ossessione di colonizzarci. E con tre aeroporti lì ad aspettarmi, dovrebbe essere quasi un gioco da ragazzi.

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I cookie più buoni che abbia mai mangiato

Qual è la linea di confine tra suggestione e sintomo?

Cinque anni fa ho trascorso svariati pomeriggi al pronto soccorso, temendo di essere sull’orlo di un infarto. Ancor prima, quasi certa di avere una leucemia avevo chiesto al mio psicanalista di ispezionare i lividi sul mio corpo, facendogli rischiare il matrimonio. Insomma, tecnicamente dovrei essere in grado di rispondere alla domanda.

Invece, ancora una volta ho ceduto alla tentazione di osservare compulsivamente la mia pelle in cerca di segnali che mi autorizzino a una qualche reazione definitiva (o liberatoria?), sollievo o disperazione che sia.

Stavolta però il mio compleanno e un viaggio sono alle porte, e questo mi costringe a mettere temporaneamente in stand by la pianificazione mentale del mortale decorso della mia malattia. Farcela senza l’illusorio conforto del cibo sembra totalmente fuori dalla mia portata, però.

Un’alternativa ci sarebbe, anche se il solo pensarci la fa apparire scomoda. E se provassi a godere del sole di febbraio che abbraccia la lussureggiante chiesa di San Mattia pur sapendo che di lì a qualche giorno mi aspetta un responso fondamentale? Gioire a dispetto di un’attesa che cambierà il corso dei giorni è qualcosa che ho già sperimentato, e che non ha minimamente offuscato l’emozione di pranzare ai piedi dello Stephansdom.

La coesistenza degli opposti può nutrire o lacerare. Sta a me scegliere.

Mind the step

Un viaggio che ho rischiato di non fare.  Fortuna che la mia solita schizofrenica distrazione è spruzzata di barlumi di lucidità, come scaglie di cioccolato.

L’amicizia sa essere un pacco di caramelle Fruit Joy. Ognuna diversa, ognuna con il proprio sapore. Un tutto in cui ciascuna parte è indispensabile.

Camden Town mi ha rapito l’ironia, e i cokies di Covent Garden la lussuria.

Ti guardo, e finalmente mi sei asettico. Come l’amuchina. E anche quando  cerchi di fare le fusa, non mi scompongo più.

Ho mediato. Ridimensionato, affrontato e taciuto. Non necessariamente in quest’ordine, e non sempre con risultati incoraggianti.

Ma mi rincuora ( e non poco) sapere che l’ho fatto. E che posso correggere il tiro e migliorarlo, se voglio.

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Max Collini approverebbe, forse

Vigilia di una partenza che immaginavo diversa. In realtà non me la immaginavo proprio, il che è esattamente quello che mi frega. Dare per scontato qualcosa è come strafogarsi di cioccolata. Prima o poi il mal di denti arriva a stroncarti, e per quanto ti sforzi, non puoi dire a te stessa “non me l’aspettavo”.
Sono giorni che il mio coinquilino mi chiede quand’è che vado a Londra. Per dire quanto sono benvoluta in casa.
Quando il fratellino della mia coinquilina viene a stare da noi, la porta traspira risate che sembrano quelle delle schermaglie pre-sesso. Io sarò anche un brutta persona, ma a volte non ci si accorge di quanto vicino ci vive l’assurdo. Tanto che a volte è il nostro compagno di letto.
Quando arriva la sera e già alle dieci non ho più nulla da fare, mi agito, perché penso che dovrebbe essere un brutto segnale. Anche oggi va così, ma le voci e le parole della musica che amo confermano i miei sospetti. Posso essere ciò che sento anche quando il freddo spacca le labbra, taglia la pelle e piega le ginocchia. La contraddizione è solo nelle mie nevrosi.

Il passo del paguro

Il bene che ti voglio è il miglior solvente. Quello più acido. Un veleno perfetto. Tanto più efficace quanto più abile a nascondersi.

Il bene che ti voglio è un killer di professione. Il cadavere è una verità inoppugnabile. Eppure, assassino e arma del delitto restano un rebus.

Inquinata, disturbata, irragionevole. Tutto è in disordine, ma la tua immagine, dentro, è sempre placida. Come questa prima domenica di primavera. Qualcosa vorrebbe tranquillizzarmi, a dispetto di un sottofondo elettrico.

MALEDUCAZIONE

Quattro giorni al mio compleanno

La vita è una merda.

Il muro di quel palazzo mi provoca. Una sfida al mio ostinato andare avanti. Che importa se per ogni passo avanti faticosamente strappato, gli eventi mi costringono a una penalità di quattro indietro.

Le cose si fanno pesanti. Sembrano un maglione inzuppato d’acqua. I pensieri un motore ingolfato.

Quando gli inciampi diventano il ritmo dei giorni, all’ottimismo viene la tachicardia. E il fiato corto è un pessimo consigliere: meglio non fidarsi. Se proprio voglio sbagliare, tanto vale farmi guidare dal nero di seppia nascosto in pancia.  L’ho fatto pensando a momenti come questo, e anche allora tutti a dirmi che stavo esagerando.

Manca tutto. Stavolta non ne sono responsabile, eppure questo non mi fa sentire sollevata.

Per abbattermi, dovranno spararmi alla schiena

Il tepore benevolo di una terrazza. Il pigro giocare a calcio dei ragazzini. Ritagliarsi una tregua dal mondo, subito dopo pranzo.

Non ci avrei scommesso che tutto questo mi sarebbe mancato. E infatti non ne ho avvertito l’assenza, finchè Roma mi ha monopolizzata, con le sue ruvide consapevolezze e una manciata di visi gusto vaniglia.

Quando il bene scongela la fiducia, la solitudine dell’età adulta è difficile da mandare giù. Forte la tentazione di perdere tempo a crogiolarsi in quel tepore simile alla sbornia.

Finchè una tazza di caffè, il mio, snebbia in un colpo solo pensieri e desideri.

Riempirmi gli occhi di quello che mi ha nutrita, è un pieno di forza per rimettermi in cammino.