Would you kiss me a lot?

La prima volta che ci siamo visti eravamo in anticipo entrambi.

Nonostante i pochi tavoli di distanza, nessuno dei due si era accorto dell’altro. Con il senno di poi mi sono convinta che fosse il primo, inequivocabile, segno, della comica (cronica) distrazione che ci lega.

Goffi, maldestri, eppure ostaggio di aspettative troppo alte. Entrambi costantemente combattuti tra il richiamo delle profondità marine verdiazzurre, e la vertiginosa libertà delle aquile, tanto aristocratiche quanto  malintese.

Mi disorienta l’aroma di familiarità che emana tutta la tua persona. Ogni volta che scorgo un tratto che ci accomuna, la paura, figlia dell’impossibilità di spiegare razionalmente la faccenda, stronca sul nascere quella punta di compiacimento che in altri tempi mi sarei concessa senza rimorsi. Inibisce l’atavica tentazione a ricamare su ogni cosa bella in cui inciampo.

Ciononostante, mi urta il piglio investigativo con cui scagli le tue domande. Forse perché, senza saperlo (né, forse, volerlo) mi costringi a guardare allo specchio la dissennata fame di risposte e lo spasmodico bisogno di punti fermi che in passato mi hanno consegnata, mani e piedi legati,  all’ossessione.

Il genuino entusiasmo ti espone forse indifeso al mondo esterno, eppure ti abbandoni con gratitudine a ciò che ti appassiona. Un’infinita curiosità, energia che non ha bisogno di risparmiarsi perché si autoalimenta. Come l’eco di qualcosa che, pur lontano del tempo, permane incorrotto nella sua essenza, e chiaramente distinguibile.

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Un puntuale, camaleontico, inganno

Maggio sono le montagne russe su cui ti spingono a forza senza che tu abbia acquistato il biglietto.

Le prime ciliegie della stagione. Pur conoscendone il sapore di acqua amara, un cocciuto residuo di te spera ogni volta in un smentita.

Sei oltreoceano da un mese, ormai, e sembrava impossibile dovermi abituare ai silenziosi intervalli della tua voce. Un crudele paradosso l’assenza di quella sfrontata risata apparentemente così lontana dal cipiglio serioso dei tuoi occhi. Poi, inaspettato, è arrivato uno sguardo arioso e spensierato. Sarai anche un piatto che alletta per la sua ricercatezza, ma non c’è confronto con l’injera, nutriente com’è.

Un paio d’occhi genuinamente incuriositi dall’umanità, e appassionati delle sue più diverse manifestazioni. Dopodiché maggio ha ripreso il suo battito naturale. Incoerente ma torrenziale di vita.

L’eleganza sorniona di Paddy McAloon, il sorriso generoso di Ricky Ross, l’accorata energia di Guy Garvey, la sua urgenza espressiva.

Oggi la data segnata sul biglietto per Palermo non ha più alcuna importanza.

Qui e ora

La stazione di Bari ha su di me un effetto calmante. Placa le ansie e stuzzica  l’appetito con il suo retrogusto di libertà e appartenenza. Qualcosa di paragonabile all’aroma di ragù che invade le stradine di Monti la domenica mattina.

Il richiamo del familiare sa essere irresistibile, se ti sfama e rifocilla prima e dopo aver esplorato un altro angolo di mondo. Casa è il miglior luogo da sognare, quando per legarti non ha bisogno di catene.

Il groppo in gola che mi assale ogni volta che torno a Lecce è ormai irrinunciabile. Il tremolio dell’anima è l’immagine sdoppiata che restituisce lo specchio d’acqua. Un colore che significa protezione e solleva dalla necessità di indossare corazza ed elmo prima di affrontare il mondo esterno.

Un’emozione tangibile e sfocata al tempo stesso. Non manca nessuno degli ingredienti della felicità, eppure non è detto che ne verrà fuori la miglior torta possibile. Pancia e testa hanno raggiunto simultaneamente lo stato di grazia, ma sento di non riuscire a verbalizzare e condividere tutto questo con chi mi circonda.

Quante volte, mentre sentivo la mia voce cantare, accarezzavo l’idea di fotografarla per serbarne concreta memoria, ma poi rimandavo il tutto a un momento successivo, che sicuramente – pensavo – sarebbe stato più composto? Troppe, e puntualmente sbagliavo.

Oggi ho deciso che, se ho il sorriso addosso, l’eventualità di restare afona non è certo un rischio mortale.

Metà serpente metà ragno

Le contraddizioni sono ovunque.

Una primavera tardiva, ma che, appena si desta, pretende di bruciare le tappe senza alcun timore reverenziale.

Due sconosciuti che parlano fitto fitto di qualunque argomento, sollevando sistematicamente un velo su affinità e assonanze, salvo poi ripiombare per giorni in un silenzio granitico.

Chiedermi se prendi il caffè amaro o zuccherato, se quando sei felice ti ritrovi a canticchiare o parlare da solo. Immaginare come si trasforma la tua voce scattante quando ti arrabbi. Provare a dedurre il sapore della tua pelle dal suono della tua risata, mentre il presagio del baratro mi suggerisce di mantenere la distanza di sicurezza.

L’aria intrisa del profumo di promesse confuse, informi desideri di rigenerazione. La pelle corteggiata da un vento allusivo che scalda e solletica quanto basta, mentre l’anima è ostaggio dell’ossessiva consapevolezza della propria incompletezza.

L’imprevedibilità delle tue mani. La mia esacerbata vulnerabilità davanti a loro. Il terrore di ritrovarmi con la pancia carbonizzata, se dò ascolto al suo appetito.

Mi hai suggerito un modo diverso di guardare me  e quello che mi circonda. È il momento di trarne le conseguenze senza aspettare la tua prossima mossa.

Gli effetti dell’astinenza da frutta di stagione

Ci sono persone che sprigionano un appetito di vita contagioso. Gustano fino in fondo il loro esistere, e questo traspare con una forza e un’urgenza inattesa. Un modo di stare al mondo che raramente incontro, e probabilmente in parte la colpa è anche mia.

Pur rendendosi necessarie, queste persone si guardano bene dal promettere alcunché a nessuno. Affrontano gli istanti uno dopo l’altro, come monadi, quasi fossero conchiglie chiuse e dai gusci indivisibili. Ciascun frammento è utile a definire il tutto, ma nessuno è indispensabile.

La spensieratezza mi è necessaria come l’ossigeno, eppure fatico ancora ad accettare il carico di leggerezza che comporta.  A volte mi chiedo perfino se le due debbano andare necessariamente a braccetti.

Sognare un pic-nic in cui poter donare ciò che di intenso si ha, ma con levità.

Il disimpegno è forse un pedaggio obbligato?

Maggio e i suoi dilemmi sono una certezza. Entrambi non mancano un appuntamento.

Tra me e te, la Manica

Dove le tue mani – forse – non arriveranno mai, sono arrivate le tue parole. Hai condiviso con me solo una fantasia, ma te ne sono grata come se mi avessi fatto bere il tuo seme.

Pudico, a tratti vittoriano, eppure portatore sano di una sensualità decisamente palpabile, forse proprio perché non ostentata. Inconsapevolmente mi hai promesso qualcosa che, anche se quasi certamente non assaggerò, ha preso il posto del caffè al ginseng.

Giocare con gli specchi può essere decisamente afrodisiaco,  a patto di non lasciarsi sfuggire di mano la situazione.

Maneggi metafore e terze persone singolari con disinvoltura e sapienza, come se avessi a che fare con il tuo pianoforte. Seguendo il vagabondare dei tuoi pensieri (desideri?) mi hai parlato di un viaggio irrealizzato, e l’effetto non  è stato molto dissimile da una notte di passione che non conosce mattina.

Se c’è un modo per bypassare le controindicazioni del risveglio, ti prego di insegnarmelo.

In un attimo le carte si sparigliano

Compari. O meglio, ti cerco, e fai tutto, tranne che piegarti all’immagine romantica che ho del nostro (non) rapporto.

Mi provochi, lanci risposte lontane anni luce da quello che vorrei, eppure scateni fantasie coperte da mesi di polvere. A furia di coltivare nevrosi ci si convince di essere frigide, sai?

Indugiare nelle immagini che abbiamo condiviso ha reso possibile congelare tanti di quei sacchetti di tempo inutile, da riempirne un freezer.

Il gusto dei tuoi baci, garbato ma inconfondibile. L’azzurro dei tuoi occhi che si strizzano mentre cerchi di penetrare la superficie dei miei gesti. La gracilità delle tue ossa che nulla toglie alla forza con cui mi entri nella testa, prima ancora che nei vestiti.

Non ti avrò mai come voglio. Non siamo progettati per il tutto, ma forse anche qualcosa può essere abbastanza, se dobbiamo traghettarci verso una versione migliore di noi.