Qui e ora

La stazione di Bari ha su di me un effetto calmante. Placa le ansie e stuzzica  l’appetito con il suo retrogusto di libertà e appartenenza. Qualcosa di paragonabile all’aroma di ragù che invade le stradine di Monti la domenica mattina.

Il richiamo del familiare sa essere irresistibile, se ti sfama e rifocilla prima e dopo aver esplorato un altro angolo di mondo. Casa è il miglior luogo da sognare, quando per legarti non ha bisogno di catene.

Il groppo in gola che mi assale ogni volta che torno a Lecce è ormai irrinunciabile. Il tremolio dell’anima è l’immagine sdoppiata che restituisce lo specchio d’acqua. Un colore che significa protezione e solleva dalla necessità di indossare corazza ed elmo prima di affrontare il mondo esterno.

Un’emozione tangibile e sfocata al tempo stesso. Non manca nessuno degli ingredienti della felicità, eppure non è detto che ne verrà fuori la miglior torta possibile. Pancia e testa hanno raggiunto simultaneamente lo stato di grazia, ma sento di non riuscire a verbalizzare e condividere tutto questo con chi mi circonda.

Quante volte, mentre sentivo la mia voce cantare, accarezzavo l’idea di fotografarla per serbarne concreta memoria, ma poi rimandavo il tutto a un momento successivo, che sicuramente – pensavo – sarebbe stato più composto? Troppe, e puntualmente sbagliavo.

Oggi ho deciso che, se ho il sorriso addosso, l’eventualità di restare afona non è certo un rischio mortale.

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Every colour I am

La bellezza pensosa del mare in un giorno lavorativo.

L’ingenuità di un Luna Park di provincia quando ancora è pomeriggio. Un bozzolo in grado di riconciliarti con il mondo, qualcosa che neanche l’ultimo singolo dei The Giornalisti riesce a corrompere.

L’indolenza adornata di punti interrogativi la sera che precede la partenza.

Realizzare che il nocciolo indigeribile di un tradimento non è il sesso, ma la consapevolezza che la nostra complicità era solo un vestito fatto in serie.

Prima ancora del tuo corpo nel mio letto, quello che manca e punge è la curiosità verso i miei demoni e passioni.

Ti ho chiesto perché sorridi così poco, ma tu non sei stato altrettanto interessato a sapere cosa mi spinge a restare in casa la domenica sera per tradurre un misconosciuto documentario in lingua tedesca sui Genialen Dillentanten.

Metà serpente metà ragno

Le contraddizioni sono ovunque.

Una primavera tardiva, ma che, appena si desta, pretende di bruciare le tappe senza alcun timore reverenziale.

Due sconosciuti che parlano fitto fitto di qualunque argomento, sollevando sistematicamente un velo su affinità e assonanze, salvo poi ripiombare per giorni in un silenzio granitico.

Chiedermi se prendi il caffè amaro o zuccherato, se quando sei felice ti ritrovi a canticchiare o parlare da solo. Immaginare come si trasforma la tua voce scattante quando ti arrabbi. Provare a dedurre il sapore della tua pelle dal suono della tua risata, mentre il presagio del baratro mi suggerisce di mantenere la distanza di sicurezza.

L’aria intrisa del profumo di promesse confuse, informi desideri di rigenerazione. La pelle corteggiata da un vento allusivo che scalda e solletica quanto basta, mentre l’anima è ostaggio dell’ossessiva consapevolezza della propria incompletezza.

L’imprevedibilità delle tue mani. La mia esacerbata vulnerabilità davanti a loro. Il terrore di ritrovarmi con la pancia carbonizzata, se dò ascolto al suo appetito.

Mi hai suggerito un modo diverso di guardare me  e quello che mi circonda. È il momento di trarne le conseguenze senza aspettare la tua prossima mossa.

Prove tecniche di resurrezione

Lasciar svanire come condizione del ritrovare. Un moto di crescita, di apprendimento, un volo di ricognizione nella propria gabbia toracica. Una ulteriore esplorazione, dopo Sconfitta e dopo Inermità.

 

Strofa, ritornello, strofa, ritornello. C’è altro modo di celebrare l’assenza?

Cinque radiografie, canoniche e sonore. Niente da nascondere.

Cinque canzoni di urla sussurrate, costrette. Mai imparato a urlare. Nessuna dichiarazione che non sia l’abbandono.

Un buon rimedio per tutti gli affranti.

 

Vivere comprende la rinuncia a conservare.

Vivere comprende ogni estinzione.

 

Non sono che un animale poetico.

Un organismo costretto all’amore.

(Massimo Zamboni)

A me ricordi il mare

Nel bel mezzo dell’odio ho scoperto in me un invincibile amore. Nel bel mezzo delle lacrime ho scoperto in me un invincibile sorriso. Nel bel mezzo del caos ho scoperto in me un’invincibile tranquillità. Per quanto il mondo possa colpirmi duramente, c’è qualcosa in me di più forte, qualcosa di migliore che restituisce i colpi.

(Albert Camus)

Barcellona è il giallo che fiorisce ovunque, anche come pura casualità.

Sorrisi, sorrisi, sorrisi. Il loro potere è abbacinante, come quello del linguaggio dei gesti.

Riesco a sentire il profumo della salsedine, quella che non vuoi lavare via, e allora opti per una doccia senza bagnoschiuma. La salsedine che mi si inchioda alle narici anche se non ho avuto il tempo di andare alla Barceloneta.

Il calore mi attira e mi spaventa. Al suo abbraccio basta poco per diventare soffocante e ustionarmi la pelle, anche se è olivastra.

Può conoscere la felicità chi si sente a suo agio solo all’ombra? L’istinto, come cane da tartufo, riesce a scovare la sua materia prima anche dove è presente in concentrazioni minime.

Ogni riferimento a fatti e persone non è puramente casuale

Focalizzare la strada percorsa nonostante le intemperie ti espone quasi automaticamente alla malinconia e ai sensi di colpa legati ai passi che non hai ancora fatto. Perlomeno, succede a chi è il più arcigno e prevenuto giudice di sé stesso.

Mi sono chiesta  a lungo cosa ci fosse di sbagliato in me, quando sgattaiolavi il mio sguardo.

Quando non mi cercavi per primo.

Quando non facevi niente per smentire la mia diffidenza verso la realtà.

Quando ti crogiolavi al sole dei tuoi monologhi lesinando domande e interesse verso di me.

Domande e dubbi mi hanno quasi dissanguata. L’emorragia di vita e sorrisi a cui mi hanno costretta non è stata meno devastante di quanto lo sarebbe stato cedere alla tentazione di farmi del male fisico dopo il tuo ennesimo rifiuto. Non lo sai, ma ogni volta che preferivi posare gli occhi a terra e non su di me, come la marea saliva inarrestabile l’impulso di tagliarmi. “In qualche modo devo sfogare il fardello di energie che mi porto dietro”, avrebbe detto la pancia, se solo fossi stata disposta ad ascoltarla.

Qualcosa si muove, forse, se oggi riesco a vederti per quello che probabilmente sei sempre stato. Una formica schiacciata sotto un macigno fatto di banalità e ipocrisia.

Il succo di limone va maneggiato con cura

Viaggiare è un piacere che comincio a pregustare ben prima di salire sull’aereo.

E’ un rituale che abbraccia ogni fase della (materiale) preparazione della partenza.

Fantasticare sui posti che mi incuriosiscono già a leggerne la descrizione, le ricerche incrociate che mi porteranno a scegliere dove mangiare. Informarmi sui piatti locali, e soprattutto sui prodotti da forno, ché la colazione ha un’aura quasi mistica, per me.

Adesso questo orgasmo mentale è stato completamente inibito. Raggelato sul nascere. Come decidere quale peso dare ai pareri altrui su un luogo che ancora non si conosce direttamente? Difficile non pagare lo scotto del corto circuito cognitivo che ne può derivare.

In passato l’incoscienza delle “prime volte” mi ha permesso di godere luoghi tecnicamente difficili, attraversandoli indenne. C’è una crudele comicità nel fatto che la mia attuale piena, a tratti amplificata, percezione del pericolo, mi dia la sensazione di essere incredibilmente più vulnerabile di quel sabato di tre anni fa quando andai a teatro ai Quartieri Spagnoli.

Servirebbe una cartina tornasole per controllare, al bisogno, che il ph del pensiero non abbia sforato la soglia di acidità.