Se giugno è presagio di agosto

L’abuso di caffeina mi rende irrequieta, eppure l’abitudine (o la compulsione?) è più forte della constatazione dettata dall’esperienza.

Ciononostante mi percepisco terreno destinato a un ciclo di riposo per eccessivo sfruttamento. Tuttavia, pullulo di cose che vorrei fare, di buoni propositi atti a rendermi migliore. La consuetudine a vivere al ribasso rischia di essere potente come una zavorra, e implacabile come corredo genetico.

Forse mi sto svuotando (del superfluo) per far posto al nuovo. Nella fase attuale non so ancora se sia la verità, o semplicemente quello che mi piace pensare. Nel dubbio potrei silenziare i pensieri, i vorrei ma non posso, i potrei ma non voglio (davvero), e concentrarmi unicamente sui voglio quindi posso.

Combattere l’intossicazione da condizionale, e cominciare a vivere, riconciliandomi con l’indicativo presente. Un obiettivo sufficientemente realistico e a portata di mano da far terra bruciata degli alibi a cui sono più affezionata.

 

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Lo stress fa bruciare più calorie?

Essere per me stessa l’ho sempre considerato un traguardo. Paradossale che mi sia illusa di raggiungerlo solo quando avevo “accanto” qualcuno. Fuggire per controllare che mi venissero a prendere mi dava un’euforia inattesa, una sensazione di leggerezza e onnipotenza drogata da un errore di prospettiva.
Dopo l’ennesima scottatura determinata dal gelo altrui, germoglia il dubbio che le cose non stiano esattamente così. E se l’appagamento del proprio essere fosse invece la via da percorrere per guadagnarsi giorni palpitanti e sensati?
Ancora una volta mi scontro con la necessità di un compromesso centrato e bilanciato. Non spostare fuori da me la ricerca di una direzione, ma al tempo stesso gustare la condivisione. Aprirsi all’esterno, senza da questo dipendere.
Lasciarmi vivere per scoprire qual è la misura esatta del quanto basta, o indurre i neuroni a un lavorio continuato e specialistico sul tema?

Serve, forse, un meta equilibrismo.

La minacciosa promessa di maggio

20 gennaio-18 febbraio

Prevedo che non sarai morso da un cane, messo in imbarazzo da una macchia sui vestiti o aggredito da un avvocato. Non litigherai con un amico né perderai un appuntamento perché non ti sei svegliato. Anzi, aspettati che tutto vada per il meglio. Potrebbe succedere una di queste cose: riceverai un complimento da una persona che è in condizione di aiutarti; sarai invitato in un posto da cui finora eri escluso; mentre origli forse sentirai qualcosa di utile e mentre sogni a occhi aperti forse ritroverai un ricordo importante che avevi perduto. Questi colpi di fortuna saranno ancora più probabili se t’impegnerai a maturare la parte più acerba della tua personalità.

Adoro e invidio le ciliegie. Croccanti e asprigne, hanno trovato la formula magica per farsi amare incondizionatamente, e non patiscono il carico di pena connesso alla consapevolezza della propria temporaneità.

Anch’io, in potenza, sono una ciliegia, ma me ne dimentico tutte le volte che sposto fuori da me il potere di definirmi.

Essere alla perenne ricerca delle radici delle cose ne distrae il godimento. La bellezza non sempre necessita la capillare comprensione di quello che si ha davanti. Eppure, quando voglio cambiare, devo fare i conti con la fatica (apparentemente?) impari della rinuncia a pezzi di me che ritenevo essenziali.

Come distinguere un neo da un accessorio, osservando l’immagine che mi restituisce lo specchio? La differenza, peraltro, forse non è neppure così rilevante, considerando che il primo si può asportare chirurgicamente.

Fare un balzo indietro di quasi 20 anni, e riacciuffare per i capelli i propri 17 anni. A cosa serve collezionare calendari, se non aiuta a spogliarsi del superfluo e imparare a gioire del viaggio portando con sé solo un bagaglio a mano?

Come spiegarti la differenza tra matto e mazzo

Marzo non mi vuole bene, così ho dovuto far decantare la disillusione, prima di ripercorrerne scanalature e spigoli con la punta delle dita.  Solo ora il dolore ha lasciato il posto a una semplice pressione tattile.

Ho gustato per settimane, solo con la forza dell’immaginazione, il sapore del tuo naso, schivo anche se a patata. Ho fantasticato di asciugamani immersi nell’erba come dita tra capelli. Ho calcolato mentalmente costi e durata di qualunque volo potesse metterci in contatto.

Ho masturbato il desiderio in ogni modo possibile, eppure ora la mia libido è impacchettata e surgelata come pane in esubero.

Un’anima asessuata, humor senza terza dimensione, gelato d’aria. Ti ho camminato accanto, ma non hai cercato di trattenermi, né di sincronizzare i nostri passi. Mi hai baciata sul collo come fossi un tuo compagno di bevute, ed è stato come perdere la verginità per uno stupro.

Ti ho parlato del mio problema: eri tu, ma il sospetto non ti ha nemmeno sfiorato. Mentre imbastivi i tuoi consigli di buon senso, il muffin che mangiavo rivelava il suo cuore guasto, fatto di uova marce.

A guardarti da qui, hai perso consistenza. Di contro, la caduta a cui mi hai precipitata mi ha fatto percepire, di colpo, tutta la mia massa.

Ancora intontita, devo trovare il mio peso specifico.

Gli effetti dell’astinenza da frutta di stagione

Ci sono persone che sprigionano un appetito di vita contagioso. Gustano fino in fondo il loro esistere, e questo traspare con una forza e un’urgenza inattesa. Un modo di stare al mondo che raramente incontro, e probabilmente in parte la colpa è anche mia.

Pur rendendosi necessarie, queste persone si guardano bene dal promettere alcunché a nessuno. Affrontano gli istanti uno dopo l’altro, come monadi, quasi fossero conchiglie chiuse e dai gusci indivisibili. Ciascun frammento è utile a definire il tutto, ma nessuno è indispensabile.

La spensieratezza mi è necessaria come l’ossigeno, eppure fatico ancora ad accettare il carico di leggerezza che comporta.  A volte mi chiedo perfino se le due debbano andare necessariamente a braccetti.

Sognare un pic-nic in cui poter donare ciò che di intenso si ha, ma con levità.

Il disimpegno è forse un pedaggio obbligato?

Maggio e i suoi dilemmi sono una certezza. Entrambi non mancano un appuntamento.

34, e sentirli tutti, a ritroso, fino al primo

Un altro compleanno è arrivato, e, se è vero che le mie mani non riescono a contenere conquiste e scoperte degli ultimi 12 mesi, ora che capisco la lingua dei miei fantasmi capita che mi senta completamente disarmata e sopraffatta davanti a loro.

Ho imparato a disinnescare alcune nevrosi, ho accettato il mio essere imperfetta e bisognosa di aiuto, ho realizzato che rischio di ripercorrere passi sbagliati altrui, eppure la tana dei rimpianti sembra sempre più un pozzo di San Patrizio. Come le buche scavate in spiaggia, che a un certo punto crollavano su sè stesse solo per rivelare ulteriori profondità. Cerchi concentrici del pensiero tossico.

Non mi rasssegno all’insoddisfacenza dei miei giorni. Sembra un controsenso, chè ho appena detto di aver guadagnato tanto nell’ultimo anno. Eppure, è stato l’inizio a fregarmi. È sempre così, quando ti ritrovi non posizionata ai blocchi di partenza come gli altri, ma dieci passi indietro, e gravata da una zavorra di cinque chili legata al piede.

Potrei riparare anche questo difetto, ma corro il rischio che qualcos’altro, per contrappeso, si guasti.

Sono in grado di accettarlo? Riesco a godermi il cammino a dispetto di questo, o addirittura farne il mio punto di forza?

Stanca di chiedermelo, vorrei potermi stupire con i fatti.

Senza chiedermi dove sarò tra un anno

Non ho grande simpatia per le feste obbligate. Il clima natalizio mi mette l’ansia, e quando penso all’interminabile tavolata che mi aspetta con i parenti, scapperei a gambe levate.

Eppure, due parole sull’anno appena trascorso sono forse inevitabili. Un’insicura ha bisogno di fare il punto con un minimo di onestà, per non buttare al cesso il bambino con l’acqua sporca.

Ho cercato di cancellare con un colpo di spugna un passato pesante, intruglio imbevibile di scelte fatte e subite. Così, talvolta ho ecceduto in ottimismo, mentre la mia incostanza continuava a scrutarmi impassibile. Chè il nodo da sciogliere era dentro e non fuori; questa consapevolezza è la valigia con cui mi presento al check in per il 2017.

Ho azzardato passi più lunghi della gamba, ma poi sono riuscita a tornare con i piedi per terra; lussazioni ed ecchimosi non hanno fermato il mio cammino, anche se a volte non è stato facile accettare la battuta d’arresto.

Per i prossimi 12 mesi mi auguro nuovi errori, la sensazione di foglio bianco a ogni nuovo inizio, e il ritorno della fame da desideri.

A chi passa da qui, auguro giorni talmente pieni e brucianti, da polverizzare senza scrupoli residui i quintali di calorie che ingurgiteremo fino al 6 gennaio.