Heim(Fern)weh

La polipetta Francesca è stesa a prendere il sole su uno scoglio. Non vorrebbe staccarsi dal calore di questo giorno di novembre: l’estate dei morti ovatta tutto, ed i raggi del sole, che ad agosto sono mani da cui si sente strangolata, adesso la accarezzano. La curiosità di guardarsi allo specchio, comunque, vince sulla pigrizia, quindi si sporge verso il mare. L’immagine per qualche secondo è solo una macchia indistinta di colori. Verde, giallo, rosso.

Gradualmente prende forma un volto. È quello di una 37enne abbronzata, con i capelli sciolti, un po’ gonfi, ed un filo di matita sugli occhi. Il luogo intorno a lei si definisce ed anima. Volti, piatti (pieni) che vanno, e piatti (vuoti o quasi) che vengono riportati indietro. Il proprietario del Bejthe Ethiopian Restaurant, sua moglie e le cameriere si danno un gran daffare per accontentare tutti; Francesca, immersa nell’attesa, non ha fretta. Anche se sono quasi le dieci di sera, non è mai stata prima in questa parte di Berlino, e secondo Google Maps serviranno 45 minuti per tornare al suo AirB&B. Nel pomeriggio ha anche tentato di usarlo come pretesto per convincere se stessa a non andarci, ma è stato dopo aver letto il messaggio di Davide. Quando è salita sull’U-Bahn per raggiungere la sua cena, ha disattivato le notifiche del cellulare.

Al suo tavolo arriva prima la birra dell’injera. Mentre la beve, si sofferma su ogni dettaglio dell’ambiente. Voci, profumi, vestiti. Ha preso posto in fondo alla sala, leggermente discosta dalla lunga tavolata alla sua destra, dove adesso troneggia una torta, che una giovane coppia mista è in procinto di tagliare. Di tanto in tanto Francesca volge lo sguardo a sinistra, dove c’è il bancone con liquori e macchina per il caffè: sfiorare la felicità altrui serve a ricordarle che lei e le sue ossessioni non sono il centro del mondo. Però mai rischiare di violare o invadere la felicità che le scorre accanto, fosse anche “solo” con un’occhiata di troppo.

Respira profondamente, socchiude gli occhi, le labbra prendono la forma del sorriso tipico di quando ha un colpo di fulmine per una birra. Un sorriso senza memoria, in cui sfumano i contorni tra le emozioni. Piacere, mancanza, calma, frustrazione. Tutto merita un po’ di clemenza, adesso. Ma solo perché ne è fuori.

La borsa è appesa ad un gancio alle sue spalle. E ora oscilla un po’, sfiorandole la schiena. Che sia il cellulare? Eppure ricorda di aver disattivato le notifiche. O forse ha semplicemente inserito la modalità silenzioso, selezionando inavvertitamente la vibrazione? Si volta. Affonda la mano. Il telefono è un’anguilla che sguscia sotto le sue dita, e dopo aver poggiato l’orecchio sulla borsa, si rende conto che sta anche suonando. Plin ploooon.

Francesca allunga una mano sul comodino. 7.30. E’ la prima delle quattro sveglie incaricate di buttarla giù dal letto. Più velocemente la mette a tacere, più probabilità ha di guadagnarsi l’ingresso immediato in bagno, e una colazione a base di silenzio, e biscotti inzuppati nel caffè.

Via libera.

Resta in piedi al centro della cucina mentre la tazzina fumante alita sulla sua bocca. La finestra è aperta: il quartiere si rimette in moto lentamente. Mattine come questa sono l’unico momento in cui si sente al sicuro, quando è a casa, o meglio nell’appartamento in cui ha preso una stanza in affitto.

“Hai fatto un ottimo lavoro, ma…”
“Anch’io ti amo, ma…”
“Ti capisco, amica mia, ma…”

La vita è fuori: impone a Francesca un sacco di limiti, rende il suo passo svelto, e le mani precise e operose. Aumenta l’appetito, e le informazioni di cui fare tesoro. Poi torna a “casa”, e incespica, nel tentativo di non essere vista, il prurito al palmo delle mani è tale, che la costringe a grattarle fino a farle sanguinare; rilegge la stessa frase dieci volte senza capire nulla.

“Se non puoi uscire dal tunnel, arredalo”: chi l’ha detto era un campione di pragmatismo, o un aspirante maestro di vita con intenzioni truffaldine?

A ciascuno la sua corona

Tutto è relativo.

Anche ciò che comunica un water con la tavoletta alzata, ed istoriata con ghirigori di urina, e peli di varia lunghezza e provenienza.

Quale che sia il messaggio recepito da chi guarda, però, una è la certezza. Non c’è niente di subliminale. È tanto diretto quanto coercitivo. In ogni senso. Visivo, olfattivo…e tattile: perfino i più fedeli amanti del rischio, difficilmente oserebbero il contatto diretto con questa superficie. In casi del genere l’essere umano benedice l’esistenza dei guanti di lattice monouso fedeli compagni di lockdown.

Caterina serra la bocca. Per reprimere un conato di vomito, e per evitare che la voce sfugga al suo controllo, e, in autonomia, esprima coloriti pensieri che stazionano nel cervello ormai da un po’.
Esce dal bagno grande, dirigendosi verso quello piccolo. Fino a qualche giorno fa avrebbe indossato due guanti, uno sopra l’altro, e avrebbe usato l’asciugamano di uno dei suoi coinquilini a mo’ di presina. Avrebbe tirato su tavoletta e coperchio, per poi lasciarli cadere verso il basso. Il frastuono conseguente sarebbe stato il parziale, ma agognato, risarcimento A quel punto avrebbe aperto il water e fatto quel che doveva. Oggi no. Non dopo che la guerra fredda casalinga a base di ostilità dissimulate da un misto di indifferenza e indolenza è arrivata al culmine.

E poter dire l’ultima parola, o meglio, compiere l’ultimo gesto, su quella tavoletta è diventata una prova di forza.

O forse lo è sempre stata. Caterina però non aveva messo in conto che il muscolo azionato dall’aggressività repressa fosse una molla pronta a esplodere, schiacciando il muscolo che non voleva piegarsi alla tirannia dell’istrione. Il tutto coronato dall’utile silenzio di chi si volta dall’altra parte. Sottrarsi alla legge del branco è una folle fantasia da punire esemplarmente.

Abbastanza intelligente da alzare i tacchi

Il senso di inadeguatezza, come qualunque sintomo, non ha una causa univoca.
Questa considerazione, per quanto possa apparire banale in virtù del suo alto coefficiente di intuitività, si è palesata a me con la forza di un’epifania.

Per quasi 40 anni, ogni volta che in me si accendeva la lampadina del “che ci faccio qui? Terra apriti e risucchiami. Ora”, mi dicevo che era colpa mia. Non ero abbastanza per il contesto in cui avevo tentato di inserirmi, e la spinta respingente che ne era seguita aveva determinato un’(auto)espulsione pressoché inevitabile. Un organo trapiantato in un corpo che non lo riconosceva, e quindi metteva in atto ogni meccanismo possibile per difendere la proprio integrità.

Lo studio del tedesco, un corso di scrittura, o un nuovo gruppo di conoscenze. Puntuale, perpetuavo un circolo vizioso. Partivo animata da sogni di grandezza (che fortunatamente mi guardavo bene dal comunicare ad anima viva), e questi già dopo la prima, breve, esposizione alla realtà, si disintegravano. Le schegge tagliuzzavano ogni parte del mio corpo. Dolore e insofferenza prendevano il sopravvento, e la fuga a rotta di collo diventava un imperativo categorico. La teoria del “mai abbastanza” era sempre più vorace. Famelica, usava ogni possibile appiglio, anche il più blando, per fabbricare le dimostrazioni di cui nutrirsi. Cannibalesca.

Ho abbandonato fin troppo precipitosamente persone e, cosa ancor più grave, passioni e progetti che, a prescindere dall’esito che (non) avrebbero avuto, mi avrebbero comunque nutrita con cura paragonabile ad una madre.
Negli ultimi mesi, però, l’esigenza creativa, nell’accezione più ampia del termine, è diventata impossibile da silenziare. Forse anche perché ancora non ho capito se voglio/vorrò – e posso/potrò – farlo nel senso letterale. Così ho deciso che potevo – forse – tentare nuovamente di coltivare i miei interessi in un gruppo. Il bisogno di trovare ascolto, e chissà magari anche aiuto, all’improvviso ha sovrastato anche uno dei miei timori inconfessabili. Scoprire, dopo aver vinto l’impulso a fuggire, che gli sguardi altrui mi trovavano EFFETTIVAMENTE trasparente o, al contrario, sgradevole, come sospettavo d’essere.

E ce l’ho fatta. Sono riuscita a condividere cose mie con perfetti estranei, a dissimulare la vergogna di essermi esposta, e perfino a tollerare la frustrazione scaturita da un commento in cui la pars destruens è decisamente preponderante.

Avevo vinto, credevo.

Ma subito dopo mi si è parato davanti uno scoglio ancora più appuntito.

Il narcisismo e l’autoreferenzialità altrui. Anch’essi cannibaleschi, ma con l’aggravante della briglia sciolta e dell’autocompiacimento insistito.

Di nuovo inadeguatezza. Stavolta sintomo di qualcos’altro. È l’ambiente circostante che non mi dà il nutrimento giusto. È questo a non essere abbastanza (empatico, dialogante, libero da retorica) da apprezzarmi e farmi prosperare.

Allora sai che c’è? Che me ne vado comunque. Ma stavolta sono io a volerlo. Perché il mio tempo è prezioso, e sprecarne anche solo un granello sarebbe una colpa imperdonabile.

Definita (da una) sottrazione

Manca un pezzo.
Questo ormai è sicuro. Meno il da farsi.
Mettermi all’affannosa ricerca di qualcosa che mi completi? Farne una ragione di vita al limite dell’ossessione?
O entrare nell’ottica che, forse, non sono stata progettata per la completezza che immagino.
Ecco, appunto, in cosa consiste?
Riesco a definirla solo tornando al punto di partenza. Ciò di cui sento la mancanza. E ancora prima, quando mi azzanna il vuoto?

Quando torno a casa dopo essere stata dal mio fidanzato. I primi passi fuori dalla metro sono quasi precipitosi, perché il silenzio mi viene incontro, e mi punge con mille aghi.
Il pezzo mancante sono le voci che non troverò ad aspettarmi dopo aver aperto la porta di casa.
La cucina buia e una cena da dover inventare per l’ennesima volta.
Mangiare dalle pentole in cui ho cucinato, e nessuno a chiedermi com’è andata la giornata.
Il sole domenicale che inonda la casa, e non poter condividere con chi amo la quiete sonnolenta dell’ora di pranzo.

Finchè un giorno lo faccio. Mi sento pronta.
Vado incontro al vuoto nutriente del luminoso tepore di fine autunno. Sto in silenzio. Sopporto l’ansia dei pensieri che come cavalloni si susseguono. Il vento si placa e, per la prima volta, accetto di guardare negli occhi la mia manchevolezza.

Gettando lo sguardo altrove, mentre sono nella mia stanza

Giorni che hanno tutta l’aria di essere l’illusoria quiete che prelude ad un temporale lacerante. Il palliativo di una malattia in fase terminale.
È per questo, forse, che la voglia di indossare il vestito di altre vite si è trasformato in una sorta di compulsione. Da quant’è che non salgo su un aereo o un treno per andare in un posto che non sia la mia Puglia?

Lo ricordo, ad essere sincera, e fa male.

Però è anche peggio non avere la minima cognizione di quanto è lontano l’orizzonte del futuro in cui potrò tornare a farlo.

Il cinema è diventato così un biglietto di viaggio privo di scadenza, e che anzi si ricarica automaticamente ogni volta che lo uso. È la sola forma di contatto ed esposizione al mondo esterno che non impone mascherina né distanziamento.
Qualche giorno fa è iniziato lo Sguardi Altrove Film Festival, e nonostante abbia sforato per l’ennesima volta il budget mensile previsto per le spese vive, non ce l’ho fatta a trattenermi dal comprare l’accredito che permette di vedere online tutti i film in concorso.
Per motivi di tempo non sto riuscendo a seguire tutte le opere proiettate, ma mi ha sorpresa cogliere almeno tre fili conduttori che legano tra loro i lungometraggi ed i corti che ho visto.

Libertà, morte, scorrere del tempo. Magari sarebbe più corretto definirli tre insieme caratterizzati da varie aree di intersezione.

La vera capacità di autodeterminarsi non passa anche attraverso un approccio inclusivo verso l’idea della fine, e quest’ultima non porta forse con sé l’integrazione dell’alternarsi delle stagioni?

Elders, Red Moon e Lessons of love hanno per protagonisti dei detenuti, per così dire. A ciascuno la sua prigione, ma quello che ci accomuna è l’indole indomita. La spinta a cercare continuamente in modo più o meno (in) conscio la breccia nella cella. Una (ri) partenza possibile, ma che ci obbliga a ripensare il modo in cui viviamo il tempo e lo spazio. E la sintesi degli elementi (radici/ignoto, passato/presente/futuro, tradizione/modernità) non richiede doti da chimico provetto, ma anche casualità a nostro favore.

Poi la morte, la nostra e quella degli altri. Di un genitore, di un compagno, o di un perfetto sconosciuto. Può trattarsi di una scomparsa fisica o metaforica. Sugli effetti di ciascuna di queste abbiamo un margine di scelta più ampio del previsto. Fino a che punto siamo disposti a farne uso? La quarta parca, Red Moon ed Elders hanno scavato come un punteruolo in questo interrogativo.

E i tempi dettati dalla biologia degli esseri viventi? Abbiamo qualche potere in merito? La pretesa di forzarla e piegarla ai nostri bisogni e voleri è forse insopprimibile, ma crederci onnipotenti, immuni agli agenti esterni o, a seconda dei casi, mere vittime della malvagità altrui, non è l’equazione della felicità. Ma tracce di questa si possono trovare nei luoghi più inattesi. Guardare Elders, Red Moon e Lessons of love per credere.

Sei perfetta? Mi dispiace per te

Il lock-down di primavera ha avuto un merito imprevisto. Sospingermi con naturalezza, praticamente senza rendermene conto, a sbarazzarmi dei rami secchi che rubavano spazio prezioso, necessario a presenze nutrienti, capaci di pungolarmi. Ho smesso perciò di frequentare un’eterogenea fauna camuffata troppo a lungo sotto le rassicuranti spoglie amicali. Vampiri emotivi, fan(atiche) di filosofie orientali utili a giustificare uno sfrenato egoismo, campioni di vittimismo e superomismo (primati sfoderati a seconda della convenienza del momento).
Questa rinnovata igiene emotiva ha prodotto un effetto collaterale: l’abbassamento drastico e repentino della mia soglia di sopportazione dello smanioso bisogno di primeggiare da parte di insospettabili. Vale a dire, persone che fino a qualche mese fa stimavo al punto da ritenere veri e propri esempi.
Di colpo, quella che sembrava un’assertività meritata, fondata e anche giusta da sbandierare, è diventata un motivetto ascoltato in radio così tante volte, da provocare un fastidio fisico che rasenta la nausea.
Così, una collega che ammiravo per la sua permanente capacità di sorridere, la pacatezza pragmatica e la sintesi felice tra maternità, matrimonio e realizzazione professionale si è trasformata davanti ai miei occhi. Ormai è fin troppo facile prevedere cosa sta per dire, sia in una conversazione di cui è parte attiva, che quando si inserisce in uno scambio di battute tra altri.
L’argomento è la dieta? Lei non si è mai sottoposta ad alcuna restrizione o privazione, e ciononostante indossa la stessa taglia di vent’anni fa, quando ancora non era nato il primo dei tre figli.
Il desiderio all’interno della coppia? Lei non ha mai avvertito alcun calo di interesse da parte del marito. Anzi, lui non fa che ripeterle: “non ci penso proprio a guardare le altre, voglio solo te”.
Snocciolare ulteriori esempi significherebbe solo sottoporre anche chi legge al misto di tedio e sonnolenza che ogni volta devo reprimere io, con fatica. Il punto è che, ad un certo punto, tutto ciò che percepivo come espressione spontanea, forse addirittura involontaria e inconsapevole, dei punti di forza di questa collega, a cui non lesinavo rassicurazioni e complimenti sinceri, ha assunto le sembianze di un mostruoso amplificatore di insicurezze e senso di inadeguatezza. La dimostrazione plastica del fatto che avevo sbagliato tutto, come donna e persona. La mia colpa? Non aver conosciuto l’uomo della mia vita a 15 anni, non avere gli occhi verdi ed una cascata di ricci, e soprattutto essere nata in una famiglia altamente disfunzionale.
Quest’anno, però, mi ha costretta ad imparare a silenziare il mondo intorno, per ascoltare ed ascoltarmi. Scavando scavando, hanno cominciato ad affiorare reperti di vario genere, tra cui alcuni tesori. La consapevolezza che so godere del tempo anche quando lo spendo da sola per un pranzo, un film, o “semplicemente” una passeggiata. Ma soprattutto, la mia allergia alla simmetria esistenziale, alla completezza da ricercare (ed ostentare) ossessivamente in ossequio alle convenzioni.

Ho qualche chilo di troppo, e la bilancia punisce inflessibile ogni mio sgarro. Non ho figli, non sono sposata e con il mio fidanzato, attualmente, non si parla neppure di convivenza, nonostante un amore lungo qualche anno. La mia vita è un cantiere pieno di impalcature e lavori in corso, discontinui e rumorosi.

Rispettarsi non ha prezzo.
Ma farlo ha un costo altissimo: spremere fino all’ultima goccia ciascuno dei propri pregi, affinchè la condizione di cane sciolto non diventi una condanna, né l’inferno in terra, ma un’appassionante caccia al tesoro.

Auscultare la vertigine

La primavera può arrivare anche in autunno inoltrato, se si ha il coraggio di guardare la propria immagine riflessa in uno specchio chiamato vuoto.

La vera libertà è quella del cielo. Solo lui riesce – costantemente – a parlare attraverso un silenzio che appare vuoto, ma non lo è.

Tutt’al più lo si potrebbe definire un vuoto fertile, perchè è stata la peculiare, unica, combinazione dei suoi elementi costitutivi a rendere possibile la vita sulla Terra.

La leggerezza è impegnativa perchè non è immediato nè indolore decidere da cosa separarsi, prima di (ri) mettersi in cammino.

Le nuove emergenze hanno bisogno di spazio per svilupparsi in altezza, e, ancora prima, di terra concimata e dissodata per mettere radici.

Se me lo dicevi prima (cit)

La tempesta in un cranio

Un’espressione così evocativa e compatta avrei voluto coniarla io. E invece, con una certa invidia, ho scoperto che ci era arrivato già qualcun altro, “appena” un secolo fa. Per la precisione Carlo Campogalliani, che scelse questa immagine come titolo per un suo film muto a cui sono approdata del tutto casualmente grazie allo streaming del Festival del Cinema Muto di Pordenone.
Esiste qualcuno che nella vita non si sia MAI sentito ostaggio di una tempesta in atto nella propria scatola cranica? Esiste qualcuno che possa onestamente dirsi immune all’impotenza figlia della convinzione (o forse ossessione?) che qualcosa al di fuori del proprio controllo tiri le fila dei suoi giorni?
Eppure, si scatena la tempesta nel cranio anche quando pretendiamo di incoronare la volontà o il caso a monarca assoluto della nostra e/o dell’altrui vita. L’inferno nasce dall’impossibilità di piegare la realtà alla nostra tesi preconfezionata, e di costringere, come un fiume, il futuro nelle dighe fabbricate con i nostri assiomi.
E se vi aspettate che Carlo Campogalliani abbia raccontato tutto questo attingendo alla tradizione horror e gotica, vuol dire che non avete mai ascoltato questa canzone di Enzo Jannacci.

Autoindulgenza d’autunno

Non dimenticherò facilmente il mio onomastico di quest’anno. Non lo festeggiavo dal 2002, perché mio nonno Francesco, a cui devo il mio nome, morì proprio il 4 ottobre.

Mi sono svegliata prima del solito: quando ho aperto gli occhi, il mio orologio segnava le sei e mezzo. Sono uscita sul balcone, e mi sono lasciata abbracciare dall’aria fresca e dal silenzio, e sono stata tentata di non muovermi da lì per tutta la giornata. Poi però mi sono detta che nessun attimo, neppure quelli di quieta felicità, sono infiniti, e comunque da lì a qualche ora sarebbero arrivati il sole bruciante ed i frastuoni più diversi, perciò mi sono messa all’opera.

Ho preparato la moka e mentre era sul fuoco ho approfittato della penombra della cucina per mettere a fuoco la giornata che avevo davanti. Una giornata, stavolta, solo mia. Quindici ore in cui concedermi il lusso di chiudere il mondo fuori. Una giornata foglio bianco, ed io pronta a vivere il qui ed ora.

Ho silenziato il cellulare, fatto la doccia, e poi colazione. Caffè tiepido, una mela, e biscotti alla vaniglia.

Sono uscita da casa poco prima delle nove. All’inizio, mentre camminavo avevo l’affanno, ed un paio di volte sono stata sul punto di cadere, dopo essere inciampata. Mi succede spesso, in un giorno normale. Poi, gradualmente, la mia andatura è rallentata fino a distendersi. Oggi non c’è nessun impegno a cui rischio di arrivare in ritardo, mi sono detta. I polmoni si riempivano d’aria, e gli occhi di persone, strade e colori visti centinaia di volte, ma mai guardati.

I piedi hanno ipnotizzato la mia mente, e prima che potessi accorgermene, mi sono ritrovata sul lungomare a fissare la distesa d’acqua davanti a me. Intorno, coppie di vecchietti che passeggiavano, persone che facevano jogging, e macchine incolonnate al semaforo. È un giorno qualunque, per il mondo. Un giorno lavorativo. Io invece sono in ferie, e ho deciso di restare in città, nella mia città. Bari. Anzi, ho chiesto un giorno libero proprio per questo.

Ho mangiato il panino con il polpo seduta sui gradini di un palazzo come un’adolescente in gita. Ho camminato per i vicoli del centro storico immersi nella pennichella del pomeriggio, e riso per le canzoni neomelodiche sparate a tutto volume subito dopo, quasi ad annunciare il risveglio. Ho cercato refrigerio nell’acqua fresca delle fontane, e ogni volta sudore, stanchezza e insofferenza sono diventati, per un attimo, granelli di sabbia. Incapaci di inceppare l’ingranaggio della mia libertà.

Quando ho aperto la porta di casa mi sono sentita ripulita da quintali di polvere, pur avendo estremo bisogno di fare una doccia. Non mi farò più appesantire così, ho pensato, ed il mio proposito era a portata di mano. Così, per non farlo sfuggire di nuovo, ho deciso di invitarlo a cena. Ho improvvisato una pasta con zucchine, melanzane ed olive, ma le prime erano insapori, e le terze un concentrato di sale. Così, per farmi perdonare da lui, gli ho offerto un bicchiere di banco. Lui sembra aver gradito.

L’ossessione come arma di distrazione di massa

“Ciaooo, raggio di sole. Ti sono mancato questo fine settimana?”.

Carlo entra in ufficio spalancando le braccia verso Paola. Il sorriso che scopre i denti, i capelli arruffati, e la voce nasale di chi si ha tutta l’aria essersi alzato un quarto d’ora prima.

“Buongiorno! Hai fatto le ore piccole ieri, e hai dimenticato di pettinarti?”. Le punzecchiature di Paola, quasi 20 anni più grande di lui, sono sempre accompagnate da un’occhiata che, ne è convinta, pur durando una manciata di secondi, rivela senza margine di errore le condizioni psico-fisiche del neo-trentenne. E’ sufficiente concentrarsi sul dettaglio che, di volta in volta, prevale sull’insieme: la voce, l’abbigliamento, o l’odore di fumo che avvolge Carlo, scortandolo fino alla scrivania.

“Ieri sera ho finito tardi in palestra, per fortuna è aperta anche la domenica. Tornato a casa sono crollato sul letto senza neanche cenare, e stamattina non ho sentito la sveglia. Comunque, anche se ho ripreso a fare sport solo da una settimana, sono già dimagrito un po’”. Fa l’occhiolino a Paola.

Ore 9,05. Prima di sedersi, Carlo poggia a terra lo zainetto con l’indispensabile per affrontare la giornata. Il contenitore di plastica con il pranzo, un saggio di filosofia, una bottiglia d’acqua da due litri, il pacchetto di sigarette appena comprato, gli integratori di vitamine, ed un flacone di ansiolitici. Li tira fuori uno ad uno e li allinea simmetricamente ai lati dello schermo del computer. Ripete l’operazione con l’accendino ed il cellulare, dopo averli estratti dalle tasche dei jeans. I rinforzi sono schierati. Può iniziare a lavorare.

Mentre controlla le email arrivate negli ultimi due giorni, si chiede cosa stia facendo Simonetta; forse gli ha scritto un messaggio durante il tragitto verso l’ufficio?

Il primo incontro con lei risale ad un mese fa: si sono conosciuti alla festa di compleanno di Enrica, una collega; Carlo l’aveva notata subito. In mezz’ora di chiacchierata avevano toccato gli argomenti più disparati, soffermandosi sulle comuni passioni: film, musica, e viaggi; poi lei si era allontanata dicendo che doveva rispondere ad una telefonata di lavoro, ed era sparita. Sabato sera Carlo l’ha incrociata nel pub in cui, un calice di rosso dopo l’altro, trascorre gran parte delle serate in cui non va in palestra; si è sfilato dal gruppo di ragazzi appena conosciuti, e l’ha raggiunta al bancone, sforzandosi di ignorare la lievitante tachicardia. Simonetta non aveva fatto niente per nascondere di pensare a tutt’altro: si guardava intorno, fissava l’ingresso del locale, e controllava continuamente il cellulare. L’amica con cui – diceva – si era data appuntamento, le aveva scritto un quarto d’ora prima per avvisarla di aver parcheggiato a pochi minuti dal locale, ma ancora non si vedeva. Dopo uno scambio di battute breve e generico, prima di salutarsi Carlo le aveva proposto di scambiarsi i numeri, ma senza troppa convinzione. Lei aveva accettato, e lui era tornato in fretta dagli altri. Preferiva tenere per sé gli effetti collaterali di quell’incontro: sudore, rossore e tremore alle mani.

Dopo aver atteso addirittura quasi 20 ore, ieri sera le ha scritto. Si sono scambiati una decina di messaggi, e quasi subito la conversazione ha virato su alcuni argomenti a cui Carlo aveva puntato, invano, sin dal primo incontro; Simonetta stavolta ha acceso i riflettori sulla sua situazione sentimentale. E’ stata fidanzata per quattro anni con Giorgio, poi, sei mesi fa, è finita: ormai da tempo lui preferiva trascorrere le serate in casa cucinando o guardando serie tv, anziché “andare alla scoperta del mondo”, lei aveva usato proprio questa espressione; niente più cene da trenta persone, cinema, né concerti. Comunque convivono ancora, pur dormendo in camere diverse, precisa, e aggiunge che sta pensando di prendere una casa in affitto con due amiche. Carlo ha colto la palla al balzo per invitarla ad una serata jazz; lei lo ha ringraziato, riservandosi di rispondergli entro oggi, e Carlo, dalle 5 alle 7.45, ha guardato il cellulare più o meno ogni cinque minuti. Poi gli occhi avevano cominciato a bruciare e si era ripromesso di riposarli un quarto d’ora, invece li aveva riaperti alle 8.30. Era quasi saltato dal letto, e dopo un fulmineo passaggio in bagno, aveva inforcato lo scooter. Solo il fatto di abitare a pochi chilometri dall’ufficio gli aveva evitato di arrivare in ritardo.

9.45. Dopo aver caricato alcuni file sul sito dell’azienda per cui lavora, e aver aperto la versione desktop di WhatsApp per leggere in tempo reale eventuali messaggi, Carlo raggiunge la macchinetta del caffè; la scrivania di Enrica è a pochi metri. La sua caffeina, adesso, sono le informazioni su Simonetta.

Guarda Enrica mentre le si avvicina. Indossa un vestito color ocra a fascia, con il corpetto elasticizzato, è seduta di tre quarti, quasi accasciata sullo schienale. Una posizione, questa, che evidenzia la protuberanza del suo addome; Carlo ne aveva riso spesso con l’ex collega Piero, quando erano da soli, e ne aveva parlato anche con Emanuela, un’altra collega, fumando, sospirando e schiacciando nervosamente il mozzicone di sigaretta. Non si capacitava, diceva, di quanto fosse ingrassata in meno di sei mesi. Di quanto si fosse trascurata, e del fatto che sembrasse incinta.

Carlo afferra la poltroncina poggiata al muro, e si siede accanto a Enrica. “Sai che da quando stai con Riccardo sei più carina del solito? C’hai sempre un sorrisone stampato in faccia…dimmi un po’,dove ti ha portata questo fine settimana?”

“Ahaha”. Nonostante Carlo la fissi, Enrica non distoglie lo sguardo dallo schermo del suo pc, mentre gli risponde. “Non lo sai che il sole bacia i belli? E’ questo il mio unico segreto! Riccardo giovedì mi ha fatto una sorpresa: ha prenotato un attico in pieno centro a Firenze. L’avevo adocchiato su Internet meno di due settimane fa”.

“Eh, ma l’ho capito subito che è innamoratissimo, al tuo compleanno non aveva occhi che per te! A proposito…ricordi che quella sera ho conosciuto Simonetta? Beh, sabato l’ho rivista in un locale, le ho chiesto il numero, ieri ci siamo scritti per un bel po’ di ore, e l’ho invitata ad un concerto domani, ma non mi ha ancora dato una risposta. Secondo te è successo qualcosa? Non avrebbe motivo per dirmi di no, dato che con il suo ex ormai vivono da separati in casa…sei d’accordo?”

“Guarda, lei è fatta così. La incontri per caso, o durante serate con amici comuni, e promette di chiamarti il giorno dopo per organizzare un aperitivo. Poi il silenzio. Può durare anche mesi, eh. Ormai non ci faccio più caso. Non devi prenderla come una cosa personale”.

“Certo, capisco. Hai ragione…figurati”. La voce di Carlo diventa un sussurro. Abbassa gli occhi mentre incrocia le braccia sul petto. Come ha fatto centinaia di altre volte, guarda l’unghia del pollice sinistro. E’ rosa, non c’è niente di cui preoccuparsi, si ripete, ma non resiste alla tentazione di una, due, tre ulteriori occhiate. No, non è rosa, è bluastra. Potrebbe essere il sintomo di un infarto imminente, anche perché nel frattempo sono cominciati i crampi al braccio sinistro, e le fitte al petto.

“Vorrà dire che se non si farà più viva, sarà lei a rimetterci. Peccato”.  Sorride come se due elastici gli tirassero le guance verso le orecchie. Torna alla sua scrivania dopo aver bevuto in un unico sorso il caffè ormai freddo.

11.50. Carlo ha bisogno di uscire dall’ufficio, ma non può alzarsi dalla sedia. Gli gira la testa, e non riesce a controllare il tremore alle gambe. Manda un messaggio ad Emanuela, collega con cui condivide la scrivania (e un disturbo d’ansia focalizzato sull’ipocondria). A dividerli ci sono gli schermi dei loro computer. Le chiede un bicchiere d’acqua: è successo altre volte, quindi non sono necessarie ulteriori spiegazioni.

“Tieni Carlo”, dice sforzandosi di non essere sentita dagli altri. Gli dà una pacca sulla spalla e sposta la sedia accanto a lui.

Prima di bere, lui ci versa dentro una decina di gocce di ansiolitico. Dopo qualche minuto in silenzio, risponde. “Grazie, ora va meglio. Mi stavo spaventando, non riuscivo a capire cosa stava succedendo. A parte che mi sentivo malissimo”.

“Purtroppo, la paura si autoalimenta, ormai lo sappiamo. Ti accompagno fuori a prendere una boccata d’aria?”.

“Sì, buona idea, ma restami vicina perché non vorrei cadere”.

Si trattengono fuori per un’ora circa, durante la quale Carlo elenca tutte le situazioni degli ultimi 15 giorni in cui potrebbe esserci stato un preavviso dell’ipotetico, imminente, infarto. L’affanno nel salire le scale, il formicolio alla mano sinistra, il mal di stomaco dopo la pausa pranzo. Subito dopo, però, ridimensiona il perimetro di ciascuna di queste: era tornato stremato dalla palestra, stava pensando a qualcosa che avrebbe voluto evitare…e aveva mangiato troppo in fretta.  Emanuela tenta ripetutamente di spostare la conversazione sulle passioni che Carlo ha accantonato per la difficoltà di concentrarsi: il teatro, la cucina, la lettura. Per tutta risposta, dopo aver fatto cenno di sì con la testa, lui torna sempre sulla domanda che gli lampeggia in testa come la spia di serbatoio in riserva: sto per morire?

Poi si salutano. Lui va a pranzo, ed Emanuela a casa.

19.20. Carlo imbocca il corridoio del pronto soccorso di un ospedale dall’altra parte della città. Nel policlinico a pochi minuti di scooter da casa sua è già stato un paio di volte qualche mese fa, e per lo stesso motivo di oggi, diventando il bersaglio del sarcasmo di medici e infermieri. Ha iniziato così a praticare una sorta di turismo sanitario, dal terzo episodio di sospetto infarto, infatti, si è diretto verso ospedali distanti più di mezz’ora.

Bollato dal codice verde, si è seduto in disparte. Era convinto che, in virtù dell’orario, sarebbe riuscito a fare un elettrocardiogramma – e se fosse stato fortunato, “strappare” anche un ecocardiogramma – prima delle 21. Invece davanti a lui, in attesa, ci sono un (codice) arancione e tre codici azzurri. Senza contare la famiglia in codice rosso causa shock anafilattico arrivata pochi minuti fa.

Evita gli sguardi altrui fissando la porta del pronto soccorso che dà verso l’esterno, ma tenta di carpire bocconi di conversazione per scoprire cosa ha portato lì i suoi colleghi d’attesa, e soprattutto se la priorità da loro acquisita sia meritata. Una settantacinquenne con sospetta ulcera, una donna incinta con perdite frequenti, un uomo in sedia a rotelle, ed una bambina di circa due anni che soffre di stitichezza. Carlo è l’unico ad essere arrivato da solo, tutti gli altri sono in compagnia di figli, compagni, fidanzate, genitori.

Dopo circa un’ora, alle fitte ed al dolore al braccio sinistro si aggiungono la salivazione azzerata e la fame d’aria. Si alza di scatto, raggiunge l’accettazione attraversando il corridoio formicolante di lamenti, rumori  e odori, come se dovesse aprirsi un varco nella foresta a colpi di machete.

“Senta, io sto sempre peggio. Non posso aspettare ancora, devo entrare. Anzi, chiami in cardiologia, così vado direttamente in reparto. Faccio tutti gli accertamenti del caso, e mi tenete una notte in osservazione per sicurezza”.

“Signor Feroci, si rende conto della gravità dei casi intorno a lei? Se io e il collega le abbiamo dato il codice verde c’è un motivo. Cortesemente, ci lasci lavorare”. L’infermiera gli risponde senza tradire alcuna emozione, sposta gli occhi verso di lui, ma gli guarda attraverso.

“Sa che se mentre mi tiene qui ad aspettare, mi viene un infarto e crollo a terra, la responsabilità è sua? A questo punto devo chiederle di darmi il nome e cognome suo e del suo collega”. Il tono di Carlo sale repentinamente, la voce gli trema, le narici si dilatano.

“Tanto per cominciare, si dia una calmata. Non succederà, perché faccio questo lavoro da vent’anni e riconosco i veri sintomi di infarto. Comunque, se succederà, avrà il codice rosso che tanto desidera, e salterà la fila. Ma credo che a quel punto rimpiangerebbe il verde che le ho dato prima”. L’altro infermiere non riesce a trattenere una risata, poi fissa Carlo per qualche decina di secondi che gli sembrano minuti. Riconosce quello sguardo, ha perso il conto di quante volte l’ha già subito, l’unica differenza è che oggi vorrebbe rispondere con una gragnuola di pugni. Calcola rapidamente il rapporto costi/benefici che implicherebbe attuare la sua fantasia, e torna a sedersi.

21.00 Il formicolio si è esteso ai piedi ed alla mano destra, dopo essere rimasto venti minuti nella stessa posizione. Mani intrecciate, gomiti puntati sulle gambe e busto in avanti. Ha cominciato a fissare alternativamente i gruppi di persone intorno a lui, che non sono diminuiti perché nel frattempo è arrivato un altro codice rosso. Pensa di chiamare la sua psicoterapeuta, ma per farlo dovrebbe allontanarsi, e questo potrebbe azzerare il contachilometri dell’attesa. Decide di mandarle un messaggio. Scuote prima un piede e poi l’altro, ruota la mano destra, e prende il cellulare dalla tasca dei jeans.

Digita un breve resoconto della giornata, concludendo con una domanda sui provvedimenti da prendere nei confronti degli infermieri del pronto soccorso. Ha appena cliccato su Invia, quando sul display compare un messaggio.

“Ciao bello, oggi ho corso da una parte all’altra senza fermarmi. Mi ero dimenticata del tuo invito. Poi tornando a casa, ho visto il manifesto del concerto. Domani dovrei esserci, ma farò un po’ tardi. Dopo che paghi i biglietti, puoi lasciare il mio alla reception, così quando arrivo, entro subito, e ti raggiungo? Grazie, e buona serata. A domani”.