La collisione di due ragioni

Il dolore è egualitario e non dà preavviso.
Come amianto può intossicare mortalmente chi gli è esposto. È un tumore ma anche un virus, si diffonde per contatto. Crudele beffa che la fonte del contagio sia spesso una persona amata, inconsapevole di quello che sta facendo. Evacuare il nero pece creando le premesse per la sua replicazione.
Il dolore è ferita prodotta dallo scontro tra due ragioni, nel senso di punti di vista, che il più delle volte sono sedicenti ragioni, intese come fondate prese di posizione.
Le due ragioni, come rette, in un futuro più o meno remoto potrebbero incontrarsi, e per questo il dolore è cicatrizzabile e rimarginabile, ma indelebile. Come nascita, amore e morte.
Ringrazio Believe di Parnia Kazemipour, perché a costringermi a riflettere sul doppiofondo che ogni dolore nasconde sono stati gli abissi voraci spalancati dagli occhi e dai silenzi dei suoi protagonisti.

Gettando lo sguardo altrove, mentre sono nella mia stanza

Giorni che hanno tutta l’aria di essere l’illusoria quiete che prelude ad un temporale lacerante. Il palliativo di una malattia in fase terminale.
È per questo, forse, che la voglia di indossare il vestito di altre vite si è trasformato in una sorta di compulsione. Da quant’è che non salgo su un aereo o un treno per andare in un posto che non sia la mia Puglia?

Lo ricordo, ad essere sincera, e fa male.

Però è anche peggio non avere la minima cognizione di quanto è lontano l’orizzonte del futuro in cui potrò tornare a farlo.

Il cinema è diventato così un biglietto di viaggio privo di scadenza, e che anzi si ricarica automaticamente ogni volta che lo uso. È la sola forma di contatto ed esposizione al mondo esterno che non impone mascherina né distanziamento.
Qualche giorno fa è iniziato lo Sguardi Altrove Film Festival, e nonostante abbia sforato per l’ennesima volta il budget mensile previsto per le spese vive, non ce l’ho fatta a trattenermi dal comprare l’accredito che permette di vedere online tutti i film in concorso.
Per motivi di tempo non sto riuscendo a seguire tutte le opere proiettate, ma mi ha sorpresa cogliere almeno tre fili conduttori che legano tra loro i lungometraggi ed i corti che ho visto.

Libertà, morte, scorrere del tempo. Magari sarebbe più corretto definirli tre insieme caratterizzati da varie aree di intersezione.

La vera capacità di autodeterminarsi non passa anche attraverso un approccio inclusivo verso l’idea della fine, e quest’ultima non porta forse con sé l’integrazione dell’alternarsi delle stagioni?

Elders, Red Moon e Lessons of love hanno per protagonisti dei detenuti, per così dire. A ciascuno la sua prigione, ma quello che ci accomuna è l’indole indomita. La spinta a cercare continuamente in modo più o meno (in) conscio la breccia nella cella. Una (ri) partenza possibile, ma che ci obbliga a ripensare il modo in cui viviamo il tempo e lo spazio. E la sintesi degli elementi (radici/ignoto, passato/presente/futuro, tradizione/modernità) non richiede doti da chimico provetto, ma anche casualità a nostro favore.

Poi la morte, la nostra e quella degli altri. Di un genitore, di un compagno, o di un perfetto sconosciuto. Può trattarsi di una scomparsa fisica o metaforica. Sugli effetti di ciascuna di queste abbiamo un margine di scelta più ampio del previsto. Fino a che punto siamo disposti a farne uso? La quarta parca, Red Moon ed Elders hanno scavato come un punteruolo in questo interrogativo.

E i tempi dettati dalla biologia degli esseri viventi? Abbiamo qualche potere in merito? La pretesa di forzarla e piegarla ai nostri bisogni e voleri è forse insopprimibile, ma crederci onnipotenti, immuni agli agenti esterni o, a seconda dei casi, mere vittime della malvagità altrui, non è l’equazione della felicità. Ma tracce di questa si possono trovare nei luoghi più inattesi. Guardare Elders, Red Moon e Lessons of love per credere.