Il succo di limone va maneggiato con cura

Viaggiare è un piacere che comincio a pregustare ben prima di salire sull’aereo.

E’ un rituale che abbraccia ogni fase della (materiale) preparazione della partenza.

Fantasticare sui posti che mi incuriosiscono già a leggerne la descrizione, le ricerche incrociate che mi porteranno a scegliere dove mangiare. Informarmi sui piatti locali, e soprattutto sui prodotti da forno, ché la colazione ha un’aura quasi mistica, per me.

Adesso questo orgasmo mentale è stato completamente inibito. Raggelato sul nascere. Come decidere quale peso dare ai pareri altrui su un luogo che ancora non si conosce direttamente? Difficile non pagare lo scotto del corto circuito cognitivo che ne può derivare.

In passato l’incoscienza delle “prime volte” mi ha permesso di godere luoghi tecnicamente difficili, attraversandoli indenne. C’è una crudele comicità nel fatto che la mia attuale piena, a tratti amplificata, percezione del pericolo, mi dia la sensazione di essere incredibilmente più vulnerabile di quel sabato di tre anni fa quando andai a teatro ai Quartieri Spagnoli.

Servirebbe una cartina tornasole per controllare, al bisogno, che il ph del pensiero non abbia sforato la soglia di acidità.

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La bellezza del mare tedesco

La semplicità è il ricordo che ciascuno serba del primo incontro con il mare. Impossibile rintracciare due esperienze sovrapponibili, ma quasi certamente le trame sottostanti presenteranno elementi di parentela.

La semplicità è un prisma e le sue facce colorate. Ognuna ha la capacità di apparire come definitiva, perfetta per abbracciare e riassumere l’intera scala di piaceri evocati. Quando però maturi sufficienti esperienze delle sue varie rappresentazioni (o concretizzazioni?), realizzi che ciascun tassello ha pari dignità nel delinearla.

Semplicità è l’incredibile potere dissetante di un bicchiere di acqua e limone.

Il sorriso scugnizzo di Ricky Ross.

Fare colazione con uno yoghurt alla vaniglia.

Il cielo tra le sette e le otto di mattina.

Cominciare a tradurre un libro un po’ per gioco un po’ per caso, e imbattersi nelle innumerevoli folgorazioni rese possibili dalle sincronie, e da un uso fertilissimo della lingua.

Bere una Leffe Blonde il venerdì sera.

Essere mossa da un filo invisibile ma pervicace chiamato passione. E poco importa se ancora non mi è dato conoscere dove mi porterà.

Arrendermi a quello che non posso controllare

Giorni in cui minuscoli atti di gentilezza hanno il potere di regalarmi lacrime di gratitudine. Chè in fondo perfino la sindrome premestruale ha del buono, se permette di non soccombere a un’onda anomale di cinismo.

Storia e paesaggio rendono raggelante la bellezza di Budapest, ma Langos e Kurtoskalacs sono il meritato premio di chi riesce ad apprezzarla dopo averne assaggiato gli spigoli.

Il sorriso è qualcosa di tanto semplice quanto eversivo. Alleggerisce almeno parzialmente la fatica di mani, spalle ed occhi costretti ad attraversare (e sopravvivere) al caos e all’illogicità del quotidiano.

Un uomo anziano che bacia sulle labbra la moglie salutandola in aeroporto. Una rosa bigliettino-munita fissata con dello scotch al parabrezza di un’auto.

Per quanto a volte fatichi a ricordarlo, la vita pulsa e sanguina emozioni a pochi metri da me. Esserne testimone cocciuta è la mia personale forma di resistenza.

Un’insospettabile lucidità gentilmente offerta dal raffreddore

Le due cose che sopporto meno di me sono l’incapacità di dar seguito alle promesse che mi faccio, e la – quasi totale – assenza di costanza. Ora che ci penso, si tratta di aspetti inevitabilmente correlati tra loro. Una sorta di circolo vizioso, e allora, meglio che provi a trovare l’anello debole della catena, per aggredire il perverso meccanismo.

Non ho mai fatto mistero di detestare le feste obbligate ma, credo, per un sacco di tempo ho attribuito al fatto sbagliato l’origine di quel pungente senso di inadeguatezza che mi assale davanti a tavole imbandite e orde di parenti. Dipende dal fatto che, in occasioni del genere, la vita di una persona rischia di finire come un capo di bestiame al mercato delle vacche. Tutti – o quasi – s’impegnano strenuamente a convincere gli altri (e per primi loro stessi) di quanto appagati siano, e di quanto si divertano ogni giorno. Più di tutto, mi dà l’orticaria che, in un’occasione tecnicamente pensata per dedicare del tempo al prossimo, nessuno abbia sinceramente voglia di stare ad ascoltare. L’opinionismo esistenziale – soprattutto se non richiesto- sembra essere diventato una popolarissima disciplina olimpica. Surreale che a fare questa riflessione sia una persona che, agli occhi di molti, è glaciale o anaffettiva. Temo, peraltro, che sia un indicatore attendibile di quanta umanità ed empatia ci siamo persi per strada.

Digressione a parte, quello che volevo dire è che uno dei miei limiti più macroscopici è l’incapacità di vestire la mia vita di pailette, prima di farla andare in giro a confrontarsi con le altre. Premesso che le cose sbrilluccicose non fanno per me, sarebbe comunque un considerevole passo avanti, se perlomeno imparassi a valorizzare i miei giorni e ciò che sono, per poi trovare il vestito più adatto a loro. Sarebbe quanto di più vicino a un atto d’amore verso me stessa. Un regalo che posso riuscire a farmi solo se decido seriamente di coltivare la sacra arte della pazienza.

Ziggy Stardust’s daughter

Un anno fa moriva David Bowie. Ricordo lo sconcerto, il dolore sordo e il senso di vuoto.

Non ho mai visto un suo concerto, e questo resterà sempre nelle mia personale lista di rimpianti. Un post-it di colore verde acido appuntato su quelle idee inconsistenti frutto di un’irreale fiducia di miglioramento. L’illusione di cambiare senza alcuno sforzo andrebbe punita con l’ergastolo.

Quando viene meno il creatore di qualcosa in cui ti identifichi è come perdere di nuovo la verginità. La fine dell’innocenza che ne consegue è analoga, ma mentre dopo aver fatto l’amore la prima volta senti che quello che hai vissuto vale il prezzo di ciò a cui hai rinunciato, la morte di quello che per te era un simbolo ti rende semplicemente più cinica e disillusa. All’improvviso realizzi quanto sia fragile e precario ciò che ami.

Dodici mesi dopo quel lunedì mattina di gennaio sono forse un po’ più adulta, ma mi sento un palloncino in balia del vento. Come si fa a sapere di essere pronti a lasciar andare il filo, e assumersi la responsabilità della leggerezza?

Tra me e te, la Manica

Dove le tue mani – forse – non arriveranno mai, sono arrivate le tue parole. Hai condiviso con me solo una fantasia, ma te ne sono grata come se mi avessi fatto bere il tuo seme.

Pudico, a tratti vittoriano, eppure portatore sano di una sensualità decisamente palpabile, forse proprio perché non ostentata. Inconsapevolmente mi hai promesso qualcosa che, anche se quasi certamente non assaggerò, ha preso il posto del caffè al ginseng.

Giocare con gli specchi può essere decisamente afrodisiaco,  a patto di non lasciarsi sfuggire di mano la situazione.

Maneggi metafore e terze persone singolari con disinvoltura e sapienza, come se avessi a che fare con il tuo pianoforte. Seguendo il vagabondare dei tuoi pensieri (desideri?) mi hai parlato di un viaggio irrealizzato, e l’effetto non  è stato molto dissimile da una notte di passione che non conosce mattina.

Se c’è un modo per bypassare le controindicazioni del risveglio, ti prego di insegnarmelo.

Senza chiedermi dove sarò tra un anno

Non ho grande simpatia per le feste obbligate. Il clima natalizio mi mette l’ansia, e quando penso all’interminabile tavolata che mi aspetta con i parenti, scapperei a gambe levate.

Eppure, due parole sull’anno appena trascorso sono forse inevitabili. Un’insicura ha bisogno di fare il punto con un minimo di onestà, per non buttare al cesso il bambino con l’acqua sporca.

Ho cercato di cancellare con un colpo di spugna un passato pesante, intruglio imbevibile di scelte fatte e subite. Così, talvolta ho ecceduto in ottimismo, mentre la mia incostanza continuava a scrutarmi impassibile. Chè il nodo da sciogliere era dentro e non fuori; questa consapevolezza è la valigia con cui mi presento al check in per il 2017.

Ho azzardato passi più lunghi della gamba, ma poi sono riuscita a tornare con i piedi per terra; lussazioni ed ecchimosi non hanno fermato il mio cammino, anche se a volte non è stato facile accettare la battuta d’arresto.

Per i prossimi 12 mesi mi auguro nuovi errori, la sensazione di foglio bianco a ogni nuovo inizio, e il ritorno della fame da desideri.

A chi passa da qui, auguro giorni talmente pieni e brucianti, da polverizzare senza scrupoli residui i quintali di calorie che ingurgiteremo fino al 6 gennaio.