Mangiando la miglior torta al cioccolato della mia vita

Ero seduta proprio qui, giorni fa, quando a un tavolino fuori ho visto un uomo che aveva le tue stesse orecchie leggermente a punta. Mentalmente ho ricostruito la fisionomia del suo viso, e ho pensato che saresti potuto essere tu fra dieci anni, o forse anche otto.

Ridiamo sempre tanto. Quando siamo insieme, senza neppure accorgercene, riusciamo a creare una zona franca di spensieratezza, una bolla di allegria punteggiata di sarcasmo. Un retrogusto amaro che non sconfina mai nel cinico fiele. Eppure hai perso quel discreto lampo fanciullesco che attraversava i tuoi occhi. Quando mi baci riesco a sentire l’abisso sotto i piedi. Lo immagino, so che c’è, ma non gli permetto più di spalancarsi.

La nostalgia per ciò che sarebbe potuto essere è una patina estetizzante dall’effetto simile allo zucchero a velo. Entrambi rendono appetitoso pressoché tutto, ma permetterglielo può essere pericoloso. Tornare a una dieta (esistenziale) rigorosa non è mai divertente.

Ho ceduto alla tentazione di guardare in viso quell’uomo, andando via dal Cafè Brinkmann, ma non ti dirò quello che ho visto. La realtà vince sempre, e la mia sono le tue costole da accarezzare.

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Would you kiss me a lot?

La prima volta che ci siamo visti eravamo in anticipo entrambi.

Nonostante i pochi tavoli di distanza, nessuno dei due si era accorto dell’altro. Con il senno di poi mi sono convinta che fosse il primo, inequivocabile, segno, della comica (cronica) distrazione che ci lega.

Goffi, maldestri, eppure ostaggio di aspettative troppo alte. Entrambi costantemente combattuti tra il richiamo delle profondità marine verdiazzurre, e la vertiginosa libertà delle aquile, tanto aristocratiche quanto  malintese.

Mi disorienta l’aroma di familiarità che emana tutta la tua persona. Ogni volta che scorgo un tratto che ci accomuna, la paura, figlia dell’impossibilità di spiegare razionalmente la faccenda, stronca sul nascere quella punta di compiacimento che in altri tempi mi sarei concessa senza rimorsi. Inibisce l’atavica tentazione a ricamare su ogni cosa bella in cui inciampo.

Ciononostante, mi urta il piglio investigativo con cui scagli le tue domande. Forse perché, senza saperlo (né, forse, volerlo) mi costringi a guardare allo specchio la dissennata fame di risposte e lo spasmodico bisogno di punti fermi che in passato mi hanno consegnata, mani e piedi legati,  all’ossessione.

Il genuino entusiasmo ti espone forse indifeso al mondo esterno, eppure ti abbandoni con gratitudine a ciò che ti appassiona. Un’infinita curiosità, energia che non ha bisogno di risparmiarsi perché si autoalimenta. Come l’eco di qualcosa che, pur lontano del tempo, permane incorrotto nella sua essenza, e chiaramente distinguibile.

Un puntuale, camaleontico, inganno

Maggio sono le montagne russe su cui ti spingono a forza senza che tu abbia acquistato il biglietto.

Le prime ciliegie della stagione. Pur conoscendone il sapore di acqua amara, un cocciuto residuo di te spera ogni volta in un smentita.

Sei oltreoceano da un mese, ormai, e sembrava impossibile dovermi abituare ai silenziosi intervalli della tua voce. Un crudele paradosso l’assenza di quella sfrontata risata apparentemente così lontana dal cipiglio serioso dei tuoi occhi. Poi, inaspettato, è arrivato uno sguardo arioso e spensierato. Sarai anche un piatto che alletta per la sua ricercatezza, ma non c’è confronto con l’injera, nutriente com’è.

Un paio d’occhi genuinamente incuriositi dall’umanità, e appassionati delle sue più diverse manifestazioni. Dopodiché maggio ha ripreso il suo battito naturale. Incoerente ma torrenziale di vita.

L’eleganza sorniona di Paddy McAloon, il sorriso generoso di Ricky Ross, l’accorata energia di Guy Garvey, la sua urgenza espressiva.

Oggi la data segnata sul biglietto per Palermo non ha più alcuna importanza.

Every colour I am

La bellezza pensosa del mare in un giorno lavorativo.

L’ingenuità di un Luna Park di provincia quando ancora è pomeriggio. Un bozzolo in grado di riconciliarti con il mondo, qualcosa che neanche l’ultimo singolo dei The Giornalisti riesce a corrompere.

L’indolenza adornata di punti interrogativi la sera che precede la partenza.

Realizzare che il nocciolo indigeribile di un tradimento non è il sesso, ma la consapevolezza che la nostra complicità era solo un vestito fatto in serie.

Prima ancora del tuo corpo nel mio letto, quello che manca e punge è la curiosità verso i miei demoni e passioni.

Ti ho chiesto perché sorridi così poco, ma tu non sei stato altrettanto interessato a sapere cosa mi spinge a restare in casa la domenica sera per tradurre un misconosciuto documentario in lingua tedesca sui Genialen Dillentanten.

Metà serpente metà ragno

Le contraddizioni sono ovunque.

Una primavera tardiva, ma che, appena si desta, pretende di bruciare le tappe senza alcun timore reverenziale.

Due sconosciuti che parlano fitto fitto di qualunque argomento, sollevando sistematicamente un velo su affinità e assonanze, salvo poi ripiombare per giorni in un silenzio granitico.

Chiedermi se prendi il caffè amaro o zuccherato, se quando sei felice ti ritrovi a canticchiare o parlare da solo. Immaginare come si trasforma la tua voce scattante quando ti arrabbi. Provare a dedurre il sapore della tua pelle dal suono della tua risata, mentre il presagio del baratro mi suggerisce di mantenere la distanza di sicurezza.

L’aria intrisa del profumo di promesse confuse, informi desideri di rigenerazione. La pelle corteggiata da un vento allusivo che scalda e solletica quanto basta, mentre l’anima è ostaggio dell’ossessiva consapevolezza della propria incompletezza.

L’imprevedibilità delle tue mani. La mia esacerbata vulnerabilità davanti a loro. Il terrore di ritrovarmi con la pancia carbonizzata, se dò ascolto al suo appetito.

Mi hai suggerito un modo diverso di guardare me  e quello che mi circonda. È il momento di trarne le conseguenze senza aspettare la tua prossima mossa.

Prove tecniche di resurrezione

Lasciar svanire come condizione del ritrovare. Un moto di crescita, di apprendimento, un volo di ricognizione nella propria gabbia toracica. Una ulteriore esplorazione, dopo Sconfitta e dopo Inermità.

 

Strofa, ritornello, strofa, ritornello. C’è altro modo di celebrare l’assenza?

Cinque radiografie, canoniche e sonore. Niente da nascondere.

Cinque canzoni di urla sussurrate, costrette. Mai imparato a urlare. Nessuna dichiarazione che non sia l’abbandono.

Un buon rimedio per tutti gli affranti.

 

Vivere comprende la rinuncia a conservare.

Vivere comprende ogni estinzione.

 

Non sono che un animale poetico.

Un organismo costretto all’amore.

(Massimo Zamboni)

A me ricordi il mare

Nel bel mezzo dell’odio ho scoperto in me un invincibile amore. Nel bel mezzo delle lacrime ho scoperto in me un invincibile sorriso. Nel bel mezzo del caos ho scoperto in me un’invincibile tranquillità. Per quanto il mondo possa colpirmi duramente, c’è qualcosa in me di più forte, qualcosa di migliore che restituisce i colpi.

(Albert Camus)

Barcellona è il giallo che fiorisce ovunque, anche come pura casualità.

Sorrisi, sorrisi, sorrisi. Il loro potere è abbacinante, come quello del linguaggio dei gesti.

Riesco a sentire il profumo della salsedine, quella che non vuoi lavare via, e allora opti per una doccia senza bagnoschiuma. La salsedine che mi si inchioda alle narici anche se non ho avuto il tempo di andare alla Barceloneta.

Il calore mi attira e mi spaventa. Al suo abbraccio basta poco per diventare soffocante e ustionarmi la pelle, anche se è olivastra.

Può conoscere la felicità chi si sente a suo agio solo all’ombra? L’istinto, come cane da tartufo, riesce a scovare la sua materia prima anche dove è presente in concentrazioni minime.